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Le innumerevoli perplessità avventatesi sul Governo Gentiloni affondano le proprie radici sulla manifesta ortodossia rispetto all’attività renziana delle ultime stagioni. Nonostante il neo Presidente del Consiglio stia cercando di dare un indice rinnovato alla sua agenda esecutiva, il nuovo assetto di Palazzo Chigi non sembra discostarsi esageratamente dai principi e dai moniti che hanno caratterizzato la linea direttrice di Matteo Renzi. Giustificare tutto questo soltanto ricordando che il dibattito parlamentare-governativo si sia incentrato sull’effettiva vigenza della Legga Cirinnà, dimenticandosi dei migliaia di terremotati di Amatrice – ammantati da metri di nevi e raggelati da un’indifferenza istituzionale più glaciale delle temperature stesse -, sarebbe banale: si alimenterebbe il fumo della demagogica retorica che non aiuta a cogliere l’essenzialità dei fatti. Piuttosto, bisognerebbe interrogarsi sul perché la compagine governativa di Gentiloni stia continuando a sostenere le proposte de “La Buona Scuola” e capire cosa abbia spinto la Camera dei Deputati a vagliare una riforma che meriterebbe di essere completamente defenestrata.

A supportare la tesi che quanto impacchettato da Renzi e dalla Giannini abbia le tinte dell’ennesima macchietta per accondiscendere alle sirene dell’iper-austerità che Bruxelles impone, sono le miriadi di proteste – imbastite in concomitanza da professori e da studenti – che hanno popolato le piazze di mezza Italia e che hanno sollevato più di un dubbio sulla concretezza delle migliorie che questa modificazione sostanziale del sistema dell’istruzione potrebbe offrire. Uno dei punti cardine del programma scolastico del connubio succitato avrebbe dovuto essere la decongestione della folta schiera dei precari, ai quali era stato caldeggiato un accesso agli esami che avrebbe potuto garantire un’idoneità praticamente scontata. Tutt’altra sinfonia hanno avuto gli esiti delle prove d’ammissione alla docenza: il 50% dei partecipanti risulta essere stato bocciato su scala nazionale, e il numero dei rimandati a livello regionale sfiora addirittura l’80-90%. Senza considerare la difficoltà esorbitante del Concorsone: secondo il Gruppo Azione Precari, sembra che l’ostico livello fosse frutto di una strategia scientemente pianificata perché si rastrellasse lo sterminato ginepraio degli insegnanti in cerca di collocazione.

Alessandro D’Avenia su scuola, cultura e giovani

Successivamente, la suggestione di promuovere un’assortita ed organica didattica all’utenza studentesca si è andata ad infrangere contro la pretesa di arrangiare l’ammissione alla Maturità con una modalità che sa più di facilitazione, che d’incitamento all’impegno. Il desiderio di «un’offerta formativa più ricca che guarda alla tradizione» è svanito al cospetto delle regole del neoliberismo, la cui intransigenza si sfoga sempre sulla formazione di stampo classico. Nonostante le incoraggianti premesse, lo “zelo” normativo della Giannini si riduce alla acritica accettazione dei dettami del libero mercato: la poca fruibilità professionale Storia, Antologia e Letteratura vengono sacrificati sull’altare della spietata competitività individualista, e cedono il passo alla maggiore spendibilità dell’Economia Aziendale e dell’Informatica. Per non parlare della imprescindibile utilità della lingua inglese, verso la quale supplica e devozione sono dovute, anche a discapito di denigrare la magnificenza del secolare idioma greco-latino

Feltri sul caso Fedeli, Ministro della Pubblica “distruzione”

Nel marasma degli stravolgimenti, a rimetterci è appunto la serietà dell’Esame di Stato, definito non più come minuziosa verifica sulle conoscenze acquisite in un quinquennale percorso di studi, ma declassato al rango di mera formalità. I prerequisiti richiesti mostrano la pochezza dell’idea partorita dai vertici ministeriali: la necessità di raggiungere la sufficienza in tutte le materie viene sostituita dalla “aritmetica del 6” – con conseguente deflazione della caratura culturale di una tappa che dovrebbe connotare il coronamento di un passaggio essenziale nella carriera scolastico-accademica di ognuno -; la famigerata tesina consuntiva, quale certificato di costruttivo nozionismo, si defila per far spazio ad un elaborato che proietti il maturando alla consapevolezza di quanto l’alternanza scuola-lavoro sia vantaggiosa e sia più edificante che approfondire un’opera di Vegezio o un componimento di Petrarca. Quasi a voler insinuare che l’arcaicità dei classicismi debba essere travolta dalla spietata immediatezza del pragmatismo professionale.

Fermo restando che la riforma Renzi/Giannini (aggiunta alle modifiche apportate) rappresenti una delle vette apicali delle contraddizioni di un esecutivo che ha concentrato il suo triennio operativo sul sensazionalismo propagandistico, una valutazione mirata dipende da ciò che ci si aspetta significhi conseguire una licenza di scuola secondaria di secondo grado. Se ragionassimo in funzione delle esigenze concorrenziali del mercato del lavoro, è indubbio che anche questo “sforzo” legislativo – sulla carta, profuso per sbloccare le assunzioni di migliaia di precari e per garantire un’assortita ed organica didattica all’utenza studentesca – sia la trasposizione di quello che il capitalismo finanziario richieda alla società contemporanea:

Un magma di raffazzonate menti, che sia in grado di rispettare i principi di competitività e di venerare il mito del successo

Dopo aver presentato le 9 deleghe della "Buona Scuola" nella riunione del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli ha definito questa seconda parte della riforma come “la più innovativa della legge”.

Dopo aver presentato le 9 deleghe della “Buona Scuola” nella riunione del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha definito questa seconda parte della riforma come «la più innovativa della legge»

In un’analisi di più ampio raggio, invece, appare evidente che la nuova manovra di rianimazione sull’istruzione italiana stia proseguendo sulla strada tracciata dalle modifiche apportate da Letizia Moratti e da Maria Stella Gelimini nel recente decennio: adottare canoni d’insegnamento provenienti dall’importazione di modelli scolastici diametralmente opposti a quello nostrano. Che, malgrado sia vittima delle sue medesime criticità e sia acciaccato dalla deficienze, può vantare l’eredità di padri ben più eminenti ed alti di qualsiasi high school o college statunitense. Comunque, le nostre digressioni occorrono a sostenere quanto antecedentemente e giustamente supposto, a meno che non sussistano le condizioni minime in ogni singola disciplina perché un candidato sia accettabilmente predisposto al sostenimento dell’Esame di Stato, allo stesso modo non dovrebbe essere consentito di affrontare una prova che, nel proseguo del suo percorso accademico-professionale, potrebbe risultare influente. Poi, che gli opportuni distinguo vadano posti in essere, alla luce dei vari casi, è fuori discussione; che, però, una preparazione complessivamente stabile nelle varie ramificazioni del piano formativo sia fondamentale, è sacrosanto. Anche perché, se la memoria non ci trae in inganno, i più agguerriti detrattori di Berlusconi affilavano le lame del loro livore proprio sulla inconsistenza delle proposte suggerite appunto dalla Moratti e dalla Gelmini in tema di educazione culturale: chissà cosa sarebbe accaduto, se Silvio avesse suffragato uno scempio di tale portata.

Dubbi polemico-esistenziali: niente di serio, sia chiaro.

Vi lasciamo, per non piangere, con un simpatico Crozza alla lavagna show