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L’identikit dello “studente” è intrinsecamente multidimensionale e, alla luce dei molteplici cambiamenti sociali degli ultimi decenni, ha subito notevoli mutamenti nel tempo. L’incipit della nostra riflessione è dato dalle recenti notizie che hanno visto protagonista la città di Bologna e, nello specifico, la biblioteca della facoltà di Lettere in Via Zamboni n.36, nota per la sua apertura oltre i “confini” del regime scolastico. Gli ultimi anni, a fronte delle grandi rivoluzioni studentesche degli anni ’60 e ’70 – senza ovviamente dimenticare quelle degli anni ’90 e del primo decennio del nuovo millennio –, hanno visto un assopimento della spinta rivoluzionaria dello studente, storicamente in lotta per la conquista dei propri diritti e del proprio futuro. Ecco le motivazioni che ci portano a riflettere in merito alla possibilità di una riscoperta dell’eredità battagliera dei giovani nostrani. Cerchiamo di scoprire quanto del lascito del passato, a dire poco violento e ricco di incoerenze, permanga ancora oggi nell’immaginario collettivo e nel comportamento dei singoli e dei gruppi.

La foto mostra come è stata ridotta la biblioteca della facoltà di lettere dell'Università di Bologna.

La foto mostra come è stata ridotta la biblioteca della facoltà di lettere dell’Università di Bologna.

Innanzi tutto, è fondamentale dipanare le cause e le conseguenze dei numerosi riassestamenti sociali e politici dal dopoguerra ad oggi, cercando di comprendere i fattori che hanno determinato la nascita di numerosi movimenti studenteschi ed operai prima, e la loro estinzione poi. Gli anni del fascismo, difatti, furono caratterizzati dall’invasione totalizzante nel campo culturale, che portò – con la riforma Gentile del 1923 – una chiusura da parte dell’università, diventate accessibili solo a seguito del conseguimento del diploma ginnasiale. Al contempo, l’irrigidimento e la chiusura causata dai totalitarismi crearono un’ovvia destabilizzazione interna, che vide solo tra gli anni ’50 e ’60 segni di recupero. Invero, verso la metà del secolo scorso, si verificò quello che viene definito “miracolo economico”, che portò un innalzamento del reddito nazionale e, a seguito di un enorme crescita del settore industriale (che negli anni ’60 rappresentava oltre il 40% del reddito), l’incremento dell’occupazione. Come la storia ci ha mostrato, però, questo ha comportato delle conseguenze non tralasciabili, dato che l’industrializzazione ha riguardato principalmente il Nord e questo ha causato una massiccia emigrazione dal sud, con il conseguente abbandono delle campagne e il crollo del settore agricolo. Vi fu uno spostamento di massa nelle città e la saturazione della domanda di lavoro, a cui si aggiunsero ridimensionamento dei già miseri salari e l’avvio di malcontenti operai. Inoltre, vigeva ancora un sistema di lavoro di matrice tayloristica, volto a massificare i profitti e a tralasciare aspetti cruciali per ogni contesto di “gruppo”: il clima, le relazioni e, in generale, gli aspetti psicosociali, oggi considerati fondamentali. Questo amplificò il malcontento e la richiesta di maggiori diritti da parte dei lavoratori.

Sebbene tali fattori possano sembrare irrilevanti, la loro importanza è cruciale in merito ai movimenti studenteschi. Invero, quando sia i “padri” che i “figli” si schierano dalla stessa parte, è certamente auspicabile, se non inevitabile, un cambiamento nell’assetto sociale. Difatti, questo è quello che accadde. Il dopoguerra fu segnato da molteplici malcontenti, dati da una gestione dell’istruzione ancora di matrice fascista. L’istituzione dell’art.34 della Costituzione ha rappresentato un elemento cruciale, portando l’obbligatorietà scolastica fino agli otto anni e, soprattutto, stabilendo l’istruzione pubblica, gratuita e, come detto, obbligatoria. Questi ed altri elementi hanno portato un incremento esponenziale degli iscritti alla scuola pubblica, che ebbero una sempre maggiore espansione negli anni. Come si può ben immaginare, questo causò degli squilibri nell’assetto scolastico, già malamente gestito e confusionario, e giunsero, insieme a quelli nel settore del lavoro, a generare un’inquietudine tale da rappresentare l’humus per i successivi movimenti di protesta.

Una manifestazione di operai e studenti nel 1968.

Una manifestazione di operai e studenti nel 1968.

È importante ricordare come, in merito all’università, solo nel 1969 vi fu, proprio grazie ai movimenti studenteschi, la liberalizzazione dell’accesso, limitata fino ad allora alla formazione classica. Inoltre, le università videro il passaggio dai circa 150.000 iscritti negli anni ’40, ai circa 220.000 iscritti negli anni ’50. I valori portati del Beat Generation e questioni strettamente pratiche, come l’aumento delle tasse, inasprirono i rapporti tra istituzioni e studenti, portando già nel 1967 all’occupazione dell’Università Cattolica di Milano. L’estensione dell’obbligo d’istruzione e l’aumento del numero degli studenti delle scuole secondarie, portarono alla nascita del più imponente e longevo movimento studentesco che andava ad opporsi a valori borghesi e capitalistici post-dittatoriali, mirando ad un inevitabile “rivoluzione” sociale. Quest’ultima coinvolse anche il settore operaio, basti pensare alle vicende delle Fiat che, se in un primo momento sospese i salari dei suoi operai, fu costretta, dagli scioperi e dalle pericolose agitazioni, ad accettare le condizioni imposte dai sindacati. L’Italia chiedeva i propri diritti, ed era disposta a prenderseli anche con la forza. 

Il malcontento popolare, che vide la sua estensione sino alla metà degli anni ’70, riguardò anche il sistema dei partiti e i sindacati, portò alla nascita di movimenti femministi, così come movimenti pacifisti e volti alla salvaguardia dei diritti umani. Ma, come era auspicabile, tali movimenti non hanno presentato solo aspetti positivi. Tra gli aspetti negativi, secondo molti intellettuali contemporanei, vi è stato il declino dell’autorità a fronte di uno sfrenato nichilismo. Sebbene, in realtà, tale nichilismo non pare appartenere almeno a certe fazioni di quegli studenti che, poi, hanno preso in mano le redini del nostro paese, senza però portare con sé lo spirito rivoluzionario di quel tempo. Pasolini scrisse in merito alla questione:

«I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa. Infatti i criminali non sono solo i neofascisti […]ma sono anche allo stesso modo e con la stessa coscienza, i proletari o i sottoproletari, che magari hanno votato comunista […]. Bisogna ammettere una volta per sempre il fallimento della tolleranza. Che è stata, s’intende, una falsa tolleranza, ed è stata una delle cause più rilevanti nella degenerazione delle masse dei giovani.»

Pasolini a lcentra tra Fernando Adornato e Valter Veltroni

Pasolini a lcentra tra Fernando Adornato e Valter Veltroni

 

La tolleranza, così come l’apertura all’altro – valori che non spiccano di certo nel nostro Bel Paese – ci introduco alla “questione Bologna”. Essa ha inizio quando vi è stata l’installazione di tornelli volti a limitare l’accesso alla biblioteca della facoltà di Lettere ai soli studenti muniti di badge, a causa di numerosi episodi di delinquenza, come affermato dalla direttrice Francesca Tommasi. Questo ha generato un enorme malcontento da parte degli studenti e, soprattutto, da parte del gruppo di studenti di estrema sinistra CUA (Collettivo Universitario Autonomo). L’assenza di dialogo e l’incapacità bipartisan di trovare punti di accordo, ha portato gli studenti attivisti a decidere di smontare i tornelli, poiché, dopo le richieste di “autogestione” e di impegno nella sistemazione della struttura, non vi era stata alcuna risposta se non la chiusura della stessa. Questo ha portato all’intervento della polizia in tenuta anti-sommossa e all’arresto di due giovani. Ad aggiungersi al già esacerbato rapporto istituzione-studenti, vi è stata la dichiarazione di Emilia Garuti, studentessa e segretario PD di Reggio Emilia che, alla luce della sua esperienza di tirocinio nella biblioteca, ha affermato:

«Non è voi studenti che i tornelli vogliono lasciare fuori, ma tutti quelli che usano la biblioteca come porcile per drogarsi e fare i propri comodi».

Invero, l’istituto, aperto fino a mezzanotte, era luogo di ritrovo e accoglienza anche per senza tetto e, ovviamente, non solo. Difatti, si parla di spacciatori, furti e violenza. Proprio in merito al “disturbo”, la già citata Garuti ha sottolineato alcuni esempi, volti a dimostrare l’insostenibilità delle attuali condizioni della biblioteca:

«Un giorno un tizio si è masturbato davanti a una ragazza, all’interno della biblioteca, come se niente fosse. Lei è scappata fuori in lacrime mentre dentro scoppiava un pandemonio. Un’altra volta ho avvertito una ragazza che la stavano derubando: sono stata inseguita e minacciata di botte».

 

La risposta del CUE ad Emilia Garuti

La risposta del CUE ad Emilia Garuti

Dopo queste dichiarazioni, Emilia Garuti è stata attaccata apertamente dagli attivisti del CUE, che hanno sottolineato il loro impegno nella gestione delle problematicità riguardanti “il 36” – denominazione data alla biblioteca per la sua locazione – sottolineando come un 36 frequentato da tantissimi studenti, è un 36 più sicuro. La situazione, particolarmente accesa, è ancora “in corso d’opera” e, a fronte delle numerose firme raccolte affinché la biblioteca resti aperta al pubblico e delle continue manifestazioni, né la direttrice della biblioteca, né le altre figure istituzionali coinvolte sembrano voler fare un passo indietro. Anche il sindaco di Bologna Virginio Merola ha espresso il suo parere, affermando:

«Quello che sta avvenendo è il risultato finale di persone che pensano di fare politica dicendo questo territorio lo controllo io […]. Quello che sta succedendo finalmente a Bologna dopo tanti tabù, è che c’è una procura che interviene e sta finalmente facendo la propria parte. […] I tentativi di dialogo sono stati fatti continuamente, a questo punto bisogna prendere atto che non c’è possibilità perché hanno scelto come metodo la violenza, il sopruso e la prevaricazione».

Nonostante il già dichiarato torpore studentesco degli ultimi decenni, a fronte del decennale movimento sessantottino, non dobbiamo dimenticare che le origini di gruppi come il CUE risiedono anche – e soprattutto – negli ultimi decenni. È importante fare degli esempi, citando il movimento “Pantera”, nato alla fine degli anni ’80 in risposta alle riforme auspicate dal ministro Ruberti, oppure l’“Onda Anomala”, nato nell’autunno 2008 in risposta al ridimensionamento del Fondo per il Finanziamento Ordinario. Questi movimenti, così come quello di Bologna, hanno avuto una conseguenza comune. Impigliati nei retaggi di un’ideologici di “lotta e rivoluzione”, si sono caratterizzati per un evidente tendenza alla violenza, spesso ingiustificata.

 

Stefano Esposito commenta la rivolta degli studenti all’università di Bologna e lo scontro con gli agenti in antisommossa e si scontra in studio con Angelo Cafaro studente del collettivo universitario autonomo.

Oggi, come ieri, l’Italia è dilaniata da molteplici problematiche. Le tasse universitarie aumentano, rendendo l’istruzione un privilegio più che un diritto, e, al contempo, la disoccupazione dilaga da Nord a Sud, dando vita a nuove forme di emigrazione. Qual è la risposta a tale condizione? Quali sono le manifestazioni del disagio? Una kermesse, un fare festa, un’occupazione coatta che si colora di privatizzazione. Nonostante l’insegnamento di Cesare Beccaria, ancora oggi non si è compreso come la violenza genera violenza, intrappolando le fazioni in campo (in questo caso studenti e forme armate) in una vana competizione senza vincitori né vinti, volta solo ad inasprire ulteriormente il già difficoltoso clima sociale. Però, se negli anni ormai passati gli studenti, unanimemente uniti al fianco degli operai, lottavano per i loro diritti, oggi hanno subito una tremenda metamorfosi, passando dall’essere studenti sociali al divenire studenti “social”. E, anche quando tentano di riesumare la lotta ai diritti di un tempo, finiscono per dar vita a ridicoli teatrini, volti a riempire la loro vacua identità dandole le forme di un Falso Sè. Parliamo degli “studenti politici” che, come del caso del CUA, tentano in vano di farsi portavoce di diritti già troppo violati e defraudati, come il diritto all’istruzione. Non si può, allora, che concludere con le parole di Pasolini, il quale ci ricorda come, in fondo, anche le performance a cui abbiamo assistito in questi giorno sono l’indice di un’avidità immaginaria che non ha alcun senso di esistere:

«Altre mode, altri idoli,

la massa, non il popolo, la massa

decisa a farsi corrompere

al mondo ora si affaccia,

e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video

si abbevera, orda pura che irrompe

con pura avidità, informe

desiderio di partecipare alla festa.

E s’assesta là dove il Nuovo Capitale vuole».