Recentemente Roberto Benigni ha celebrato in Senato i 750 anni dalla nascita di Dante Alighieri, simbolo d’eccellenza della cultura italiana. Le solite battute, comportamenti di circostanza, rituali precisi e via, possiamo continuare a credere di aver inventato il mondo, ma la cosa può andar bene se non siamo noi a dirlo. Il problema di questo Paese è l’auto celebrazione di se stesso, sappiamo benissimo del nostro vasto patrimonio culturale, ma non facciamo nulla per ottimizzarlo e nemmeno per salvarlo. Ripetono che con la “cultura si mangia”, ma i turisti internazionali crescono di numero ma vanno altrove, lontano dalla prima meta che rimane la più “desiderata” ma non praticata. La “grande bellezza” nostrana spinge a vivere di rendita tanto sappiamo che per cause di forza maggiori la nostra arte attirerà i viaggiatori. Purtroppo sbagliamo nel ragionamento e caliamo giù nelle classifiche internazionali per quanto riguarda cultura e turismo.

La speculazione verbale sul grande passato storico italiano non manca mai, la classe dirigente batte forte il petto mentre riduce  i finanziamenti ai beni culturali: da 2,7 miliardi di euro nel 2001 a 1,5 miliardi di euro nel 2013 (ovvero lo 0,2% del bilancio dello Stato). Quanto vale invece la Cultura italiana? Quasi il 15% del Pil tra guadagni diretti ed indotto. Togliamoci dalla mente che l’Italia oggi venga visitata principalmente per la sua bellezza naturale e paesaggistica (per carità magnifico collante per il turismo in generale), il turismo per le città di interesse artistico e storico attirano il 35,6% dei turisti contro, per esempio, il turismo delle località balneari a quota 21,5%. Occorrerebbe aprire una ampio dibattito  intorno a queste cifre e sul perché il paesaggio nostrano attiri di meno i viaggiatori, dovremmo parlare di infrastrutture fino ad arrivare all’antropologia, ma non abbiate paura non ci dilungheremo. Come gestiamo il nostro gigantesco patrimonio culturale? Basti pensare che i 202 musei e 221 monumenti e aree archeologiche gestite dallo Stato hanno fruttato 113,3 milioni di euro nel 2011 (periodi di crisi) e fanno un Louvre: il grande museo francese e l’indotto, di conseguenza, incassano 100 milioni di euro. Il dilemma è forse la quantità enorme di opere, siti, musei e monumenti che abbiamo? Non riusciamo a gestirli perché è troppo vasto il nostro patrimonio targato Unesco? Può darsi, anzi no, è questione di priorità. Schiariamo le idee con un piccolo esempio: per gli U.S.A i finanziamenti militari fanno crescere il Pil nazionale mentre per l’Europa, soprattutto in Italia, è spesa  inutile e da tagliare. Negli altri Paesi spendere soldi in musei (i quali non saranno mai autonomi grazie ai loro incassi) vuol dire creare un indotto immenso per il turismo, a partire dagli Hotel e ai rifornimenti di essi (anche le camicie per i camerieri!) fino ai ristoranti e locali tipici e tanto altro. In Italia invece osserviamo i conti in rosso a causa dei finanziamenti a fondo perduto per i musei ma non l’indotto che ne scaturisce. Nel 2011 la spesa dei turisti stranieri per vacanze artistico-culturali è stata di 10 miliardi di euro, il 32,6 per cento del totale sborsato da chi è venuto da noi in vacanza: 103,7 milioni di persone, 37 milioni delle quali hanno riempito hotel e ristoranti dei 352 comuni italiani considerati di interesse storico e artistico.

Lungi però dal trasformare un Paese intero in un grande Hotel, i guadagni ci sono, per vederli ci vuole coraggio politico. Non bisogna però fermarci a intrattenere i turisti, occorre soprattutto innovare il modo in cui mostrare l’arte, la cultura e soprattutto spingere affinché nuovi artisti emergano dal sottile e fragile strato culturale che l’Italia volutamente marginalizza. Siamo stati i primi ad inserire storia dell’arte nelle scuole, l’idea strepitosa di insegnare a vedere e sentire l’arte, ma poi di posti in cui metterla in pratica si contano sulle dita di una mano. Possiamo guadagnare col nostro patrimonio culturale, abbiamo le capacità per innovare in questo campo, ma dobbiamo avere la forza di scendere dal piedistallo, smettere di auto celebrare il passato comune che, per quanto possa appartenerci culturalmente, non è opera nostra, non ci crogioliamo sull’immenso lavoro storico altrui: torniamo ad essere primi!