Indipendentemente dal principio, un dato è appurato: l’Italia non potrà mai reggere la propria immagine internazionale sulle pendici dell’obiettività. Volendo, non ci sarebbe neppure modo di importarla. Parlassimo di stili, di tendenze, di usi e costumi, da adattare (forzatamente) alle tradizioni nobilissime ed elevate di uno Strapaese senza eguali – soltanto lo si spulciasse a pieno -, pure i remoti angoli di uno sperduto sobborgo di Taiwan diverrebbero la fucina delle ispirazioni italiote. Trattando di concretezza analitica ed autonomia intellettuale, però, la coinvolgente supposizione decade drasticamente. Per altro, doverne prendere atto in continuazione, spegne il divampare dell’opinione: tentare solo di abbozzare un parere, nell’incandescenza della disinformazione, farebbe rima con la pretenziosità. Le cronache giornaliere di un Paese alla deriva politica e mediatica non smentiscono di una virgola queste considerazioni.

Nei giorni scorsi, è stata la volta di un omicidio. Il teatro è Fermo, comune delle Marche. A furia di percosse, un residente locale di 38 anni ha finito – dopo un’accesa colluttazione – un nigeriano che ha schermito l’onore della moglie da un presunto insulto. Colate di sangue e di livore che la stampa non ha commentato come la violenta esplicitazione della follia di uno truculento individuo. Piuttosto, i califfi della mistificazione si sono spesi nella martoriante rappresentazione di uno dei loro demoni contemporanei: il fantasma del razzismo, che genera disprezzo e disgusto, e sfocia nella cloaca massima dell’odio. Ovviamente, attenendoci alla miope ed intransigente prospettiva del giornalismo a comodità, che non comprende la distanza abissale fra la cattiveria di un’indole aggressiva e il collasso di una convivenza resa impossibile dalla negligenza del Palazzo. Mentre la politica si fa eco di questi sesquipedali travisamenti, appunto.

Ad attendere al vaglio dell’incoerenza le spiccate professioni di verginità etico-morale, c’è un quesito al quale nessuno si appiglierà, ma la cui risposta è di elementare portata: e qualora fosse morto l’italiano? In quali sermoni sofisticati si sarebbero profusi i cardinali dell’intellettualità da quattro spiccioli? Ecco: contro la retorica del conflitto razziale – ove a trionfare sono esclusivamente gli speculatori dell’allarmismo -, e a sostegno dell’interruzione della guerra fra poveri – verso la quale istituzioni e pubbliche autorità sono preda di una cecità compulsiva. Le espressioni più nitide del borghese perbenismo da salotto politicante e giornalistico – branca dello scibile prêt-à-porter, capeggiata dai piagnistei di Renzi e della Boldrini, dalle colonne aristocratiche de “Il Corriere della Sera”, e dai deliri di protagonismo propagandistico de “La Repubblica” – pascolano nello stesso steccato dove i soloni della demagogia – Salvini, la Meloni, e i ciambellani del rancore di contorno – avrebbero accecato le ragioni e cibato il Cerbero della xenofobia, se ad avere la peggio nel conflitto dell’odio razziale fosse stato il 38enne fermano. Omnia munda mundis, omnia immunda immundis.