Mettiamo subito le carte in tavola: rifuggiamo dall’accusa di apologia in toto del grillismo (che in certi ambienti del litorale tirrenico, Capalbio e dintorni, o chi per loro, equivale a prendere le parti di una rappresaglia del Ku Klux Klan pronti a scagliarsi contro un pulviscolo di profughi). E poi rilanciamo: sul Movimento 5 Stelle ha ragione Massimo Fini quando dice che senza, in Italia, la politica sarebbe – e il tasso di astensionismo di conseguenza – uno sport più impopolare del Bridge. Con livelli di partecipazione talmente bassi da inficiare lo stesso concetto di rappresentanza. Il viaggio di Alessandro Di Battista, battezzato sul nascere Costituzione Coast to Coast, e mirato a scardinare sui punti deboli (e i punti falsi) la propaganda di Stato per il Sì al Referendum, ha dato la misura di quanto l’analisi di Fini sia reale. Si può votare Salvini, propendere per la Meloni, essere stati compagni di merenda di Matteo Renzi e quindi venerare lui con tutti gli ascari intorno (o le ascare, non se ne vogliano); eppure bisogna intendersi: prendere una moto, fare 4000 km, girare l’Italia – l’Italia provinciale, costiera, vera – e parlare di fatti e personaggi talmente reali che la Rai non può permettersi il lusso di spiegare, ha dato ai cittadini il diritto di far sapere di esserci ancora. Nonostante tutto.

Si dissentirà sul merito di alcuni passaggi, si dissentirà sulle idee. Ma a Di Battista va dato atto di non aver avuto – fin qui – peli sulla lingua, di essere stato sfacciato al limite dell’accettabile, di non averle mandate a dire a nessuno. Così come di aver tirato fuori storie che rovesciano la narrazione stantia secondo cui dall’Europa verrebbero le soluzioni (mentre da questa Europa, in primis, vengono i problemi). Di aver osato attaccare il costume italiano – di tutti gli italiani – dedito alla corruzione. O ancora di aver aggredito un sistema in cui bisogna augurarsi di non aver figli perché si rifugge il concetto di famiglia e si cavalca quello del precariato. Raddoppiamo ancora la posta: è possibile immaginare uno solo dei soliti sospetti del Pd, o del resto di altri schieramenti, emulare Di Battista? Si è detto, si dice e si dirà: è populismo, funziona così. Oppure, per essere cattivi – come del resto qualcuno ha già fatto – che la benzina del deputato cinque stelle la pagano i contribuenti. La mobilitazione scaturita dall’iniziativa dal Deputato  cinque stelle, però, partito da Roma per Orbetello, arrivato ieri sera a Marina di Camerota (Campania) in attesa dell’ultima tappa a Nettuno il 7 settembre, fa suonare un’altra campana. Quella che il Pd aveva forse intuito dopo la débâcle delle amministrative a giugno e con cui Piero Fassino, il grande sconfitto a Torino, codificava una mancanza di comprensione per il disagio sociale endemico. Quell’intuizione che altri, per lo più giornalisti, opinion makers, editorialisti ed esponenti di quel branco sociale che Nanni  Moretti relegava – tanti anni fa – nell’universo del «faccio cose, vedo gente», oggi etichettano come il male assoluto.

Si rimproveri dunque a Di Battista di sacrificare contenuti e privilegiare l’approssimazione per dire le cose come stanno. Ma gli si riconosca, alla fine del Tour sul No alla Riforma Costituzionale, di aver scandagliato meglio e più di altri la madre di tutte le battaglie del renzismo – in piazza – di quanto la Rai, l’informazione pluralista (o presunta tale) e un profluvio di sedicenti esperti abbiano fatto nel contempo. Demolendo un artificio costituzionale su cui anche i costituzionalisti storcono il naso, quando non scendono in campo per avversarlo. Alessandro Di Battista, con le sue dirette da centinaia di migliaia di visualizzazioni, i suoi comizi stracolmi, le sue storture e le sue invettive ha di nuovo mostrato perché oggi la politica vada ripensata: e in fretta. Scriveva Alain De Benoist qualche mese fa: «La classe dominante vive al di fuori del territorio, in un universo fittizio di cui ha fatto un prolungamento di se stessa. Nega la realtà per non fare il gioco di coloro che vogliono tenere gli occhi aperti. Tutto questo è in pura perdita. La banchisa ha iniziato a fondere e le dighe ad incrinarsi. Nessuno ci crede più». E questo, c’è da crederlo.