Negli ultimi anni il dibattito sull’euro e sul processo d’integrazione europea ha toccato punte d’intensità notevoli. ‘Merito’ delle crisi che si sono susseguite inevitabilmente una dopo l’altra (economica, dei rifugiati, da ultimo il terrorismo) e della persistente incapacità della politica di rispondere efficacemente ad esse. Per la verità molte voci autorevoli si erano levate, nel mondo accademico, ben prima, mettendo in evidenza i rischi e i difetti congeniti dell’integrazione monetaria, specie se fatta precedentemente all’unificazione politica e con una banca centrale che non sia garante di ultima istanza.

Oggi questa galassia euroscettica sta trovando espressione politica, spesso in forme incompiute, in partiti di destra più o meno radicale, che in quasi tutta Europa hanno concrete possibilità di governare e in alcuni casi già effettivamente governano (puntualmente demonizzati dal pensiero unico delle classi dominanti). Anche in Italia qualcosa si muove, su basi identitarie (Lega) o interclassiste e moralizzanti (M5S), e qualcosa ben prima si era mosso nelle destre extraparlamentari, specie quelle definite, da sinistra, come rossobrune. Ormai consapevoli del “tradimento” delle élites capitalistiche, che prima si sono congiunte all’emersione politica del ceto medio dando vita ai fascismi come strumento di repressione delle istanze delle classi subalterne in determinante circostanze storiche come quella italiana (De Felice) e poi hanno visto nello Stato-Nazione un ostacolo da eliminare di fronte al naturale sviluppo del capitalismo verso i grandi spazi, variegate forme di rossobrunismo hanno trovato nelle dottrine comunitariste un argine e un punto di sintesi tra le ideologie alternative al capitalismo. Chiaramente, a sinistra, a parte qualche raro tentativo di convergenza ideologica come la rivista Comunismo e Comunità (che di fatto riprende e sviluppa il pensiero di Costanzo Preve) sono visti come il male assoluto e i “compagni convergenti” come appestati.

In ogni caso, le svariate analisi economiche, giuridiche, sociologiche e storiche critiche nei confronti del processo di integrazione europea stanno portando oggi a conclusioni politiche, che in gran parte trovano nella riaffermazione dello Stato-Nazione come luogo eminente del politico la propria chiave di volta. Qualcuno, come l’associazione Ars, ha definito questa corrente di pensiero come sovranismo, inteso come piena riappropriazione da parte del popolo (soggetto politico principe dell’età contemporanea) della propria sovranità in tutte le sue forme, politica, monetaria, economica, fiscale, programmatica.

Contando che a pagare gli scotti maggiori del liberismo europeista sono proprio le classi subalterne, viene quindi da chiedersi come mai queste teorie politiche facciano così fatica a diffondersi presso l’intellighenzia culturale di sinistra (meno nel fu proletariato che infatti in Francia sta cominciando a votare in massa il Front National).

Le radici sono profonde. Senza perdersi troppo nella filosofia, Marx, distanziandosi in questo di svariati anni luce dal suo padre putativo Hegel, vedeva nello Stato il luogo della repressione organizzata da parte delle classi dominanti su quelle subalterne (in fondo è solo questione di punti di vista, non è una definizione molto differente da quella data da Max Weber in effetti) e ne auspicava la scomparsa in favore dell’imperare della società civile. In particolare, il nazionalismo era visto come il potentissimo strumento attraverso il quale le élites “distraevano” il proletariato dalla questione interna (la lotta di classe) in favore di presunte questioni esterne in realtà figlie della sovrastruttura creata dai rapporti materiali di produzione. Era in particolare l’aspetto interclassista del nazionalismo a spaventare i marxisti per la sua capacità di fascinazione. Eppure, nonostante questo, il rapporto con la patria di Lenin e Stalin fu ambiguo e in taluni casi non esitarono ad approfittarne, ma la “questione nazionale”, piuttosto in voga all’epoca, era sempre subalterna alla “questione di classe” e utile solo quando “utile alla lotta di classe”.

Paradigmatico in questo senso è un pezzo di Marco Rizzo apparso sull’Huffington Post. Sempre puntuale nelle sue analisi sulla situazione internazionale e in particolare sulla questione europea, Rizzo non evita di citare Stalin per rimarcare la sua distanza da qualunque euroscetticismo di destra: “Talvolta la borghesia riesce ad attirare il proletariato nel movimento nazionale, ed allora la lotta nazionale assume, esteriormente, un carattere ‘popolare’, ma solo esteriormente. Nella sua essenza, la lotta resta sempre borghese, vantaggiosa e utile soprattutto per la borghesia” e ancora “essa distoglie l’attenzione di larghi strati della popolazione dai problemi sociali, dai problemi della lotta di classe, per dirigerla verso i problemi nazionali, verso i problemi ‘comuni’ al proletariato e alla borghesia. E ciò crea un terreno che si presta alla falsa predicazione della ‘armonia d’interessi’, favorisce la tendenza a mettere in ombra gli interessi di classe del proletariato, l’asservimento spirituale degli operai. Così si crea un ostacolo serio alla causa dell’unione dei proletari di tutte le nazionalità“.

Insomma, esce nuovamente quello che è il tratto comune tra capitalismo e marxismo che è di fatto alla base delle interessanti teorie di Toni Negri, cioè l’internazionalismo, la vocazione universalista. Rizzo in seguito è ancora più categorico: “in conclusione, in un paese capitalisticamente evoluto come l’Italia, il problema “nazionale” non si pone neanche lontanamente”. Anche lui, in sostanza, è vittima di quel “Dio senza religione che si pone come grande artefice della storia” che Croce aveva individuato come cardine del pensiero marxista. La riduzione totale dell’esistenza all’economico, che tutto muove e tutto necessita.

D’altronde (e questo è l’altro grande motivo per il quale a sinistra si fa così fatica a capire cosa fare dell’euro), proprio quel “marxismo culturale” teorizzato da Gramsci e da Lukacs, dalla Scuola di Francoforte, fatto proprio dal capitalismo e riadattato alle proprie esigenze, è stato lo strumento principe attraverso il quale l’economico ha davvero preso il sopravvento totale sul politico. La continua decostruzione nichilistica della società (e dei suoi doveri, oltre che valori), il ripiegamento sull’individualismo radicale (e sui diritti) di larga parte della sinistra ha favorito la distruzione di quei rapporti sociali sui quali si fondava la coscienza di classe.

Partendo da questi presupposti, diventa veramente difficile immaginare le condizioni di esistenza per un’uscita a sinistra dall’eurozona. Eppure proprio lo stesso Marco Rizzo nel pezzo citato teorizza un’alleanza con quel ceto medio travolto e proletarizzato dalla crisi, quegli artigiani, quelle partite iva, quei piccoli imprenditori visti fino a ieri come “borghesi”. E’ dunque un appello interclassista, esattamente come quelli fatti dalla destra, dagli intellettuali indipendenti o dai sovranisti socialdemocratici dell’Ars. Dunque come si fa a negare l’esistenza di una “questione nazionale”, anzi, di tante questioni nazionali? Le élites, ormai completamente internazionali, hanno fatto la loro scelta, mettendo in competizione diretta classi medie e proletarie occidentali (e italiane in particolare) con le classi subalterne del resto del pianeta imponendo politiche liberiste e sovranazionali. Questa globalizzazione senza guida politica, oltre ad accentuare l’intensità del potere delle classi dirigenti, non favorisce l’affratellamento degli sfruttati ma forti reazioni identitarie. Le praterie lasciate (colpevolmente) libere dal pensiero di sinistra a quello di destra stanno ponendo le basi proprio per quello da cui metteva in guardia Stalin nel brano citato prima: se classi medie e proletarie non troveranno un compromesso per riappropriarsi del proprio Stato e quindi della propria sovranità nazionale, oggi intralcio principale al progredire del capitalismo, la borghesia troverà un modo per ingabbiare a proprio vantaggio il neonazionalismo. E’ già successo, ed ha avuto esiti tragici. Riportare il politico a dominare sull’economico oggi vuol dire, in prima istanza, riconquistare la sovranità.