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“Tutto è buono quando è eccessivo”, in virtù del fatto che “non c’è nulla di più contagioso del male”. La sceneggiatura della proposizione cinematografica di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” potrebbe essere racchiusa nella rapidità di queste due battute. Senza dimenticare, indubbiamente, che il capolavoro romanzato del Marchese de Sade abbia contribuito in ampia misura alla stesura dell’altrettanto memorabile – benché a tratti bandito – copione del 1975. Pellicola immortale ed antesignana, girata da una cinepresa dove l’indipendenza deontologico-professionale e soprattutto l’avanguardismo di Pier Paolo Pasolini emersero prepotentemente. L’uscita nelle sale fu postuma alla sua morte, ma non decodificò nemmeno in minima parte la magniloquenza del messaggio che il poeta bolognese volle trasmettere ai posteri. Sempre nella crudeltà della sua colta trasparenza.

Proponiamo la pellicola nella sua interezza

Confrontandosi con l’imponenza della letteratura di Pasolini, la critica del suo tempo non gli ha mai lesinato anatemi e scongiuri, additandolo di pretestuosa brutalità, becero protagonismo e snervante violenza. Come se, a distanza di più di cinquant’anni, le supposizioni di Pasolini fossero state un qualcosa d’altro rispetto alla barbarie odierna. Non è forse brutale che un 40% di disoccupazione giovanile venga scientemente omesso dai dibattiti capitolini e di Palazzo Chigi, per lasciar spazio alle (poco) ruspanti dispute su riforme costituzionali e leggi elettorali? Sarà pur protagonismo l’inclinazione di Renzi, che si atteggia a scassinatore della casta, per celare le sue inadempienze? E riguardo la violenza del Mondo – quella sì tangibile e tenebrosa – che imperversa e costringe quotidianamente ad evitare persino le azioni che, meno di un decennio fa, si definivano banali, al pari di una bevuta in un locale parigino, o di una passeggiata sul litorale di Nizza? Le spoglie di PPP non andrebbero commemorate il giorno della sua dipartita, ma dovrebbero divenire tramite perché il dominio pubblico abbracci la fruibilità ancora tremendamente integra e attuale dei suoi spunti.

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“Il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci”

Le orge chiassose della borghesia intellettualoide si sono impadronite dell’epoca contemporanea, e l’hanno resa schiava l’autonomia della visione. Ecco in cosa Pasolini è stato visionario: nell’anticipare sagacemente le turpitudini di un’elitaria intellighenzia del potere che ha illuso le generazioni a suon di bullismo tecnocratico e ha sollevato un’accecante nube di desolazione culturale. L’affarismo della politica, la complementarietà dei governi, l’aggressività della finanza, il trionfo della vacuità, la malinconia della ragione, e persino l’avvento di Renzi e della combriccola della fumosa Terza Repubblica: tutti risultati conseguiti dalla società dei consumi – che è metempsicosi della pornografia del capitale -, a cui i detrattori di Pasolini si ricollegavano per evidenziare in maniera forviante le presunte crepe delle sue intuizioni letterarie. Salvo poi ravvedersi ed annegare la scempiaggine delle loro osservazioni nell’oceano sconfinato del genio pasoliniano, àncora perennemente salda per i cultori della libertà.

“[…] E io ritardatario sulla morte, in anticipo sulla vita vera, bevo l’incubo della luce come un vino smagliante”.