Al momento, Roma ha bisogno di un’unica garanzia: la passionalità disinteressata di qualche buon cuore che desideri ardentemente rimettere in sesto la turbina di bellezze in cui la Caput Mundi ripara la sua grandiosità. Il Palazzo della Civiltà Italiana ce lo ricorda ogni qualvolta solleviamo lo sguardo alla magnificenza del Creatore: siamo anche “un popolo […] di trasmigratori”. Siamo un’identità comunitaria (lievemente) ammaliata dal progresso dell’idiozia, ma (costantemente) rintanata nella pigrizia della conservazione. Boicottiamo il frastornato ristoro nella frenesia dell’andirivieni metropolitano, mentre ci prefissiamo di poltrire nell’agrituristica strapaesanità della nostra campestre e sempreverde periferia. Ecco che Roma è la cartografia cittadina d’Italia: costellata di borgate, di quartieri, e di entroterra. Non v’è arteria stradale, progettazione architettonica, o condotta fognaria, fra gli intrecci della viabilità romana, che non trovi replica a Tor Vergata, e a Corcolle.

La silenziosità del sobborgo è custode della ricchezza della Capitale. Qualcuno si prenda la briga di riferirlo anche ad Alfio Marchini, esageratamente galvanizzato dalla inutilità di un’inciuciata mezz’ora dalla Gruber, e terribilmente distante dai gemiti dei figli della Lupa. Oltre alla nomea di borghese impresario della primissima ora – e nonostante sia da qualche settimana divenuto il neo prodotto politico della (velleitaria) volontà berlusconiana di conquistare il Campidoglio -, “Arfio” si è trovato ad abbracciare un’altra onerosissima croce: quella del ridicolo giustificazionismo. Ci fosse un’interpretazione differente da accostare alla discutibilissima ospitata ad “Otto e mezzo” – tesa a rivoltare l’evidenza di una Ferrari che lo attendeva sgargiante in un autogrill del Grande Raccordo Anulare -, probabilmente gli elettori all’ascolto si sarebbero placidamente risparmiati i consequenziali interrogativi. Anzi, Marchini avrebbe dovuto dar conto di faccende ben più critiche di un’innocente – per quanto opinabile – staffetta Panda-Cavallino.

Ad esempio, avrebbe potuto dettagliare la concretezza del suo programma: a partire dallo smantellamento della marginalizzazione di alcuni strati popolari, passando alle migliorie da apportare ai servizi pubblici, sino a concludere con le ipotesi per i annientare i disagi nella gestione dell’integrazione nelle zone esterne. Pur sostato in un’anonima piazzola autostradale – perfetta sintesi del senso primordiale della dialettica politica smarritosi nella sterminata melmosità del caotico berciare -, il bolide grigio dell’imprenditore capitolino rasenta il pretesto della polemica, sin quando non ci si accorge delle reali circostanze che attanagliano Roma: marciume amministrativo, degrado urbanistico, collasso sociale. La leggenda dell’Urbe si dirama nella storicità dell’Impero, decantando i millenni che le donarono splendore, e conservandone l’eternità all’ombra del Cupolone: un’iconografia monumentale che se ne fotte del salotto di Lilli Gruber, e delle quisquilie da essa sceneggiate. E quindi: cosa ce ne frega della Ferrari di Marchini?