Domani, Martedì 24 gennaio sapremo finalmente cosa ne sarà dell’Italicum. Dopo le svariate procrastinazioni degli ultimi mesi, la Corte Costituzionale pronuncerà la sua sentenza sulla legge elettorale elaborata dall’ex governo Renzi, decidendo così se questa sia o meno conforme a Costituzione. Una sentenza, quella che arriverà nelle prossime 24 ore, che non è detto riesca a sbloccare l’impasse in cui ci troviamo, dal momento che gli scenari che possiamo aspettarci sono molteplici, e ognuno con conseguenze politiche diverse. La Corte potrebbe infatti scegliere di bocciare in toto l’Italicum, lasciando sul campo un proporzionale puro, omogeneo al cosiddetto “Consultellum”. L’elezione per le due Camere sarebbe così regolata sulla base dei relitti di due vecchie leggi elettorali (Porcellum per il Senato, Italicum per la Camera), spogliate dei vizi di incostituzionalità riscontrati in due diverse occasioni dalla Consulta, e con queste si potrebbe teoricamente già andare al voto. 

Un altro scenario ritenuto molto probabile, e certamente quello più connotato politicamente, potrebbe essere quello dell’invalidamento del solo ballottaggio al secondo turno, che lascerebbe invece operante il premio di maggioranza. Una sentenza indirizzata in questo senso non dispiacerebbe all’ex premier Renzi, riuscirebbe in tal modo a mettere una toppa alla terribile zappata che si è dato sui piedi con l’idea del premio di maggioranza alla lista con maggior numero di voti e non alla coalizione, lasciando da parte il fatto che si allunghino ulteriormente i tempi per le elezioni, poichè per ricalibrare i due sistemi sbilanciati che uscirebbero da una sentenza del genere (proporzionale per il Senato, maggioritario per la Camera) servirebbe un intervento del Parlamento, e possiamo immaginare quali tempi biblici richiederebbe. Un altro scenario possibile, ma forse poco probabile, è anche che la Consulta dichiari l’Italicum del tutto legittimo, e non affetto da alcun vizio di incostituzionalità. Anche in questo caso però ci sarebbe da aspettarsi un ulteriore allungamento dei tempi, con un necessario passaggio alle Camere per redigere una nuova legge elettorale, sullo stampo dell’Italicum, operante per il Senato. A ogni modo, qualunque sarà il tanto atteso responso della Consulta, nell’attesa l’occasione è buona per riflettere sul ruolo che l’organo preposto nel nostro ordinamento al controllo di costituzionalità ha giocato ultimamente, proprio alla luce delle sue ultime mosse.

La Corte Costituzionale è infatti l’organo che nel nostro ordinamento è responsabile del controllo di legittimità costituzionale su leggi e atti aventi forza di legge di Stato e Regioni. Esercita un controllo cosiddetto secondario, poiché non può pronunciarsi autonomamente su una legge, ma perché questo avvenga è necessario, in parole povere, che un giudice impegnato in una controversia in cui è prevista l’applicazione della legge X emani un’ordinanza di remissione alla Corte esponendo i propri dubbi sulla costituzionalità della stessa. Solo allora la Corte può valutare la legge e con sentenza stabilirne la conformità o meno a Costituzione. Nell’esercizio delle sue funzioni, dunque la Corte Costituzionale è un organo squisitamente tecnico, chiamato a esprimere valutazioni estremamente dettagliate e, appunto, tecniche che presuppongono un’approfonditissima conoscenza della nostra Carta costituzionale. Non a caso infatti i suoi 15 membri sono scelti tra i magistrati delle giurisdizioni superiori, i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati con più di 20 anni di servizio. Eppure più volte in passato la Consulta è stata accusata di atteggiarsi a organo politico, di perseguire ben precisi disegni attraverso le proprie pronunce, uscendo dal tracciato costituzionale che la vorrebbe semplice organo di garanzia.

foto 1) Giuliano Amato, un tecnico molto politico nominato giudice costituzionale da Napolitano nel 2013

Giuliano Amato, un tecnico molto politico nominato giudice costituzionale da Napolitano nel 2013

Alla luce di ciò, come possiamo interpretare oggi la decisione di rimandare ripetutamente e così a lungo la decisione sulla legge elettorale? Una posticipazione, quella scelta dalla Corte, che ha portato l’indubbio beneficio (rivelatosi poi vano) al governo Renzi di posporre l’eventuale bocciatura dell’Italicum a dopo il referendum, evitando così quello che sarebbe stato certamente un duro colpo per il fronte del Sì. Ma soprattutto, all’indomani delle dimissioni di Matteo Renzi, lo slittamento della pronuncia ha “costretto” il Parlamento e le forze politiche ad allontanare dai propri orizzonti l’idea di elezioni immediate. Possiamo poi considerare una scelta strettamente tecnica quella di dichiarare inammissibile il referendum proposto dalla CGIL sull’articolo 18? Una pronuncia favorevole su di esso infatti avrebbe certamente messo in ulteriore cattiva luce l’operato del governo Renzi, mettendo nelle mani degli elettori un quesito il cui esito negativo sarebbe stato altamente prevedibile. A dir la verità l’impressione è che nelle sue più recenti decisioni la Corte abbia agito seguendo un preciso disegno politico, da un lato facendo la guardia alla Costituzione, dall’altro sposando una linea di sostanziale continuità con il precedente governo, salvaguardando al contempo quel benedetto principio di stabilità che abbiamo visto stare tanto a cuore a Sergio Mattarella, e prima di lui, ancor di più, all’emerito Giorgio Napolitano. Una linea a dire il vero non semplicemente politica, bensì anche di orientamento politico, tesa cioè a influenzare l’azione degli altri soggetti, propriamente politici, in campo attraverso l’autorevolezza, ma anche l’autorità, di cui la Corte è provvista.

Una Corte Costituzionale, quella che ha scelto questa linea, che anche nella sua composizione rivela qualcosa che va oltre il semplice piano tecnico, dal momento che vi siedono anche personaggi come Giuliano Amato, un tecnico ma anche un politico di lungo corso, nominato dall’ex Capo dello Stato Napolitano, che sembra proprio una figura ponte tra Quirinale e Consulta. C’è quindi da augurarsi che almeno nella pronuncia di martedì la Corte decida solo ed esclusivamente nel merito della questione riguardante la legge elettorale, come sarebbe chiamata a fare dalla nostra Carta fondamentale, occupandosi solo di Costituzione e demandando ai soggetti idonei, cioè le Camere del Parlamento, qualsiasi considerazione e decisione politica sul fatto, rispettando così una volta tanto il principio di sovranità popolare, sancito proprio dalla carta che la Corte è tenuta a far rispettare.