Non più tardi di una settimana fa è arrivato l’annuncio di Silvio Berlusconi inerente la sua ricandidatura alle prossime elezioni: non sarebbe la prima volta che avviene,  non è l’unico ad averlo fatto nel corso della storia politica italiana e,  sicuramente,  non sarà l’ultimo.  Ma cosa spinge gli italiani a rinnovare la fiducia agli esponenti politici già noti?

I primo luogo, per comprendere le motivazioni,  è necessario analizzare i criteri del comportamento elettorale.  Esistono,  per parafrasare la teoria del politologo americano Antony Downs,  essenzialmente due tipi di elettori: elettorato interessato e non interessato,  a loro volta divisibili in due gruppi,  informati e non. Prendendo ad esempio i due poli opposti si nota che  i cittadini con un qualche stimolo a seguire la politica e in possesso di informazioni tenderanno ad esprimere il proprio consenso in base al programma elettorale e all’offerta politica del partito mentre,  dalla parte opposta,  si prediligerà il mero consenso alla persona. Una delle caratteristiche di un candidato è, secondo quasi tutta la scienza politica da Weber in poi,  il carisma e,  poiché l’elettorato informato rappresenta la minoranza del corpo elettorale,  questa virtù permette di ottenere sempre fiducia da buona parte degli aventi diritto.

In secondo luogo vi sono le dichiarazioni demagogiche che, sopratutto nelle situazioni di emergenza,  possono permettere di parlare direttamente agli interessi personali degli individui i quali,  sentendosi tutelati,  riconoscono nell’oratore il proprio leader. Un’altra ragione nasce dall’inconsistenza del dibattito politico italiano: si discute di politica per televisione,  mezzo accessibile a tutte le famiglie, e lo si fa in modo molto poco ortodosso,  strillando e boicottando le idee dell’avversario. In una situazione talmente caotica si ascolta la voce che si sente meglio, ovvero quella che sovrasta le altre.

In quarto luogo bisogna considerare il fenomeno dell’astensionismo, sempre più alto negli ultimi anni: un voto non dato è una preferenza in meno nel computo generale e permette di ascendere a cariche pubbliche con un voto in meno.  Se si considera che gli astenuti alle ultime elezioni rappresentavano più del 30% del corpo elettorale non è difficile capire come è possibile che vecchi politici siano stati rieletti con un pugno di voti.

Per riprendere Vico, egli aveva detto già secoli fa che alla fine di un ciclo ne inizia uno nuovo e poi essi si ripetono inesorabilmente e,  se si considera che questo metodo può essere applicato a diversi ambiti dell’esistenza,  egli aveva ragione.