C’è una categoria antropologica, ben rappresentata in Italia, che in questi giorni ha trovato un nuovo bersaglio cui rivolgere i propri strali. Si tratta del consesso (numeroso) degli invidiosi, e l’oggetto delle loro poco amorevoli attenzioni è Nigel Farage, reo di combattere contro l’Unione Europea, vincere e sedere ancora al parlamento di Bruxelles. Non è tanto la presupposta incoerenza politica del deputato inglese a scatenare le legioni di social-commentatori, quanto il peso insopportabile che, ai loro occhi, il suo stipendio pare costituire per le casse di Bruxelles.

Ora, questo è piuttosto prevedibile nel mondo del post-moderno, dove tutto è merce e ovunque è mercato: toccami tutto, tranne il mio portafogli. E poco importa, a costoro, che le spese per la politica rappresentino ovunque nel mondo una percentuale irrisoria dei bilanci pubblici. E’ sempre e comunque troppo. E allora si odono cori levarsi in favore di qualunque provvedimento che tagli quel capitolo di spesa: tagli al numero dei parlamentari, tagli dei loro stipendi, dei loro rimborsi e del numero dei portaborse, tagli ai finanziamenti pubblici ai partiti. Posizioni nate come cavallo di battaglia dei “populisti”, vengono oggi utilizzate, per lo meno come escamotage estetico, da qualunque forza politica. Renzi stesso ha più volte tentato di mascherare la riforma del Senato in questo modo. Possiamo forse dire che l’estetica della politica oggi è quella dell’antipolitica, l’ha cooptata.

Ai più giovani parrà che abbiano cominciato i 5 Stelle, con Grillo e i suoi V-day coloriti e anti-kasta, ma i meno giovani ricorderanno sicuramente la nascita della Lega. Tra ampolle di acqua del Padus e riti celtici, il Carroccio più che ad Alberto da Giussano deve le sue fortune a “Roma ladrona”: fu, essenzialmente, un movimento anti-tasse. Questa pericolosa tentazione, in piena Mani Pulite, esacerbò alcuni sentimenti popolari, minando ulteriormente la credibilità residua della politica in sé. Se quella specifica classe politica perse la propria autorità per colpe proprie, decidere di marciarci sopra fu una mossa tattica scontata e vincente quanto strategicamente fallimentare. Nel mondo post-moderno infatti è il politico, inteso come dimensione dell’esistenza umana, sociale, ad essere sotto attacco, e prendersela con quella politica ha finito per favorire la spoliticizzazione della società. Demolire il politico attraverso la demonizzazione della politica contingente. Così oggi Salvini stesso è un mangiapane a tradimento per l’invidioso medio. Siede (poco) a Bruxelles e si porta a casa un lauto stipendio e altrettanto corposi rimborsi. Di più: è un nullafacente perché nella vita non ha mai lavorato. A questo punto siamo arrivati, la politica non è più considerata un lavoro, al più è un male necessario (e costoso, e dunque da tagliare).

Il Movimento 5 Stelle, chiaramente, rappresenta l’apoteosi di questa tendenza: non appena elegge qualcuno i social si intasano di riduzioni di personale attuate dal neo-sindaco di turno. Questo è un altro sintomo grave della morte imminente del politico. L’unico criterio di valutazione possibile è quello economico. Non si considera più l’efficienza di un’amministrazione ad esempio. Quanto velocemente e quanto correttamente prenda una decisione e la trasmetta. Conta solo tagliare i costi. L’onestà a questo punto diventa marginale. Non serve un politico onesto, serve un politico onesto che costi poco. D’altronde, dopo anni di deflazione salariale obbligata dai Trattati europei, è anche giusto che si inizino a tagliare gli stipendi delle classi più abbienti.

Ma sono davvero i politici i membri più ricchi delle nostre società? Davvero ci si può scandalizzare di uno stipendio da europarlamentare (al di là che Farage possa o meno stare ancora lì, e può, e deve) quando un calciatore prende cento volte tanto?

Forse sarebbe utile ricordare quando e perché nacquero gli stipendi in politica. Sono quasi coevi alla democrazia come istituzione, perfettamente contemporanei alla democrazia come fatto. Siamo in Grecia antica, la democrazia sta dando il meglio di sé e le masse popolari libere del tempo chiedono di poter partecipare attivamente, non solo attraverso il voto: vogliono accedere alle cariche pubbliche. Come si fa, però, se non si ha da parte il gruzzoletto necessario a vivere dedicandosi allo Stato invece che al proprio sostentamento? Lo stipendio politico nacque dunque per garantire più democrazia, per consentire al popolo di fare politica.

Lo stesso discorso ovviamente è valido per un altro grande cruccio dell’invidioso disimpegnato: i finanziamenti pubblici ai partiti. D’accordo che c’è stato un referendum che li ha aboliti ed è stato disatteso. D’accordo che disattendere una consultazione popolare sia profondamente sbagliato (quasi quanto svolgere quella consultazione in quel determinato momento), ma l’alternativa è il modello americano. Destò un certo scandalo una recente decisione della Corte Suprema Usa di togliere il tetto ai finanziamenti privati. Addirittura nascono, ad ogni ciclo elettorale, holdings finalizzate unicamente a foraggiare i candidati preferiti. Si può lasciare a libere menti la fatica di immaginare i gradi di libertà di cui poi questi candidati dispongano una volta appoggiato il deretano su una poltrona pubblica.

Dunque qual è la lezione per l’invidioso antropologico e per il populista d’assalto? Forse scorporare l’amore per la politica, e ancor di più per il politico, inteso come dimensione sociale dell’esistenza, dal disgusto per questa classe dirigente. Sono due cose profondamente differenti, che spesso richiederebbero di riflettere un poco di più prima di impugnare il mouse e cliccare “condividi”.