Sviare l’attenzione collettiva, e catalizzarla verso l’urgenza della propaganda: Renzi è un demiurgo della chiacchiera promozionale assurta a necessità. È una sua precisa “dote” opportunistica, che definisce, però, una specifica qualità politica, nell’attualità di un’istituzionalizzazione italiana retta dalla retorica sciacquetta ed imbottita di popolosi formalismi. Il grullo fiorentino ha stravolto i piani, a partire dalle fondamenta giuridiche dell’apparato statale. Le deroganti mani sulla Costituzione sono le sue; chi gliela sostiene, nel mentre ne si bistrattino storia e contenuti, è al tempo stesso oppositore ed alleato, nel peggiore dei quadri trasformisti dell’Italia unita. Non paghi, i promotori del consociativismo 2.0 si sono resi protagonisti di un’ulteriore ventata di (malata) democraticità, convocando la base elettorale ad esprimere un giudizio di massima sulla validità della rivoluzione costituzionale. Semmai tutto ciò avesse un senso, non torcerebbe l’inopportunità di un’altra questione: il declassamento di un dibattito marginalizzato dalla fanfaroneria renziana, come mai accaduto in precedenza. Ossia la centralità del territorio.

Ecco che la riviera genovese resta desolata, ed abbandonata dal chiacchiericcio dei pescatori, speranzosi e pazienti ammiratori dell’arte del silenzio. Così come la vasta quiete del Golfo di Trieste viene smorzata dalla virulenza acustica dell’acciaio. La frenetica (ed inconsistente) attività di Palazzo Chigi traduce gli “sforzi” di un radicale ribaltamento nella prosecuzione degli abusi sull’ambiente. D’altronde, “che cosa possono le leggi, dove regna soltanto il denaro”? Ma “di cosa vivrebbero ciarlatani e truffatori, se non avessero moneta sonante da gettare come ami tra le gente”? Riconoscere la soluzione nella magnifica metrica cantautorale di Franco Battiato, sostiene l’avversione ad uno stupro legalizzato, qual è l’abominio delle trivellazioni. La circostanza referendaria del 17 aprile potrebbe predisporre alla riscossa: trincerarsi a difesa della straordinarietà della paesistica nostrana, per assaltare gli armamenti economici dei petrodollari.

All’oro nero – erto a divinità da ricercare ed implorare, nonché uno dei principali veicoli del capitalismo finanziario per imporre la supremazia del consumismo – preferiamo l’inimitabile ed incommerciabile naturalezza delle scogliere liguri e dei balneari anfratti triestini. Rispetto a quello confermativo d’ottobre, il referendum contro le trivellazioni del prossimo mese ha un peso specifico nettamente più ingombrante – specie per il servilismo politico, genuflesso davanti alla teca del quattrino -: dovrà sancire la ferma ed inarrestabile guerriglia alla mercificazione del patrimonio territoriale italiano. Che è nostro, e non di un manipolo di scriteriati magnati, la cui venalità crede che la bellezza possa avere un prezzo. L’Italia, che “è […] ancora polvere sulle strade”, non si trivella. Punto.