Un contadino entra in un bar, in mattinata, per un caffè. Il posto è particolare: si paga in natura, niente moneta. Allora l’uomo, anziché 1 euro, offre quello che ha: 11 uova allevate a terra, oppure 6 kg di frumento tenero, o – fosse il caso – 1 kg di carne di maiale; al limite 3 kg di riso, o magari, in vista di dottori, 2 kg di mele. Meglio: il contadino, all’occorrenza pure allevatore, tira fuori 3 litri di latte freschi: così sul bancone comparirà addirittura un cappuccino. Alle brutte, basteranno 2 kg di patate. La storia non è né una parabola con morale dietro l’angolo, né uno scherzo di cattivo gusto. E’ solo un’istantanea dell’agricoltura italiana e del drammatico regime di prezzi (ovviamente, all’ingrosso) che mette in ginocchio il settore, giorno per giorno. Ci fosse il baratto, lo stato dell’economia reale, oggi, sarebbe questo. E un recente rapporto della Fao (gennaio 2016) mette in guardia: calano i prezzi, la forbice tra costi e ricavi nella prima fase della produzione si riduce, le aziende chiudono. Negli ultimi 15 anni, 310mila imprese agricole sono sparite.

Parlano i numeri. Con un crollo generalizzato dell’1,9%, da sommare al trend negativo predominante, la situazione ha da tempo superato livelli tollerabili. Il primo rischio sarebbe l’abbandono dell’attività, soprattutto a livello microeconomico. E dunque la lenta paralisi. A strangolare chi non si è piegato alla new economy e lavora la terra, infatti, è un circolo vizioso. L’esempio più chiaro riguarda il latte, con prezzi fermi o in diminuzione ormai da anni. Il latte spot – quello non sotto contratto ma messo sul mercato per la trasformazione – nel 2000 veniva pagato 33,83 centesimi al litro. Nel 2008 l’exploit fino a 50,62, poi il baratro: ora è pagato 23,46. Il latte alla stalla – con contratto e raccolta- vale invece 37,29 centesimi, quando nel 2008 si arrivava a 43,29. Tutto questo mentre i prezzi di vendita continuano a diminuire, repentinamente. Mezzo litro di microfiltrato oggi costa (in media) poco più di 1 euro, ma tra la stalla e lo scaffale del supermercato si inseriscono la lavorazione, il packaging, il trasporto e la pubblicità. All’allevatore, sottratti i costi di produzione, dell’euro pagato per il microfiltrato (0,5 L), spettano 19 centesimi. Ancora meno per lo spot. Una paga da fame senza che poi per i consumatori ci sia chissà quale risparmio. L’anno passato ben 1500 stalle, ai colpi del mercato, non hanno resistito; e non riapriranno. In panoramica il quadro è nero: perché la crisi non sta arrivando, c’è già.

Chi non si spezza, poi, spesso si piega. Così se gli alimenti sani, di qualità, non sono remunerativi, le aziende utilizzano cibi stranieri: meno controllati, meno sottoposti a restrizioni di garanzia, più economici. E la sicurezza del prodotto si deroga per la sopravvivenza dell’attività economica. Nella guerra commerciale, del resto, pochi centesimi fanno la differenza; quindi si risparmia su tutto. Il paradosso arriva quando poi si guarda agli investimenti – anche consistenti – fatti negli anni direttamente dai coltivatori per tutelare il benessere animale, il lavoro, l’ambiente, o la salute, e che non frenano il crollo all’ingrosso, e dunque la discrepanza necessaria tra produzione e vendita dei prodotti (latte, formaggi, uova, olio, pasta, pane, verdure, frutta). Senza interventi seri, dicono dalla Coldiretti, che stabiliscano soglie minime dei prezzi oltre le quali scendere non è accettabile, il primo settore subisce un’emorragia interna.

Il dito nella piaga, non bastasse, lo mette il clima, sempre più impervio e imprevedibile. A Ferrara, per dire, ma anche in diverse aree del Bolognese, del Basso Veneto e del Mantovano, per le anomalie climatiche del 2015 interi raccolti sono stati rovinati dalla caduta prematura di fiori e frutta, con perdite fino al 50/60% del totale. In generale, nel Paese l’alternanza atipica del clima ha bruciato 6 miliardi di euro dal 2007 a oggi, secondo la Cia (Confederazione agricoltori italiani). Da dieci anni a questa parte, addirittura 14 miliardi per Coldiretti. Per non parlare del vanto meridionale per antonomasia, le arance rosse. Negli ultimi quindici anni una pianta su tre (una su due pure di limoni) è sparita. Così come 60mila ettari di agrumi. Con un mercato devastato dalla scarsissima rendita (-40% rispetto a 2 anni fa), e per l’invasione di frutta straniera, con un picco storico negli ultimi 18 mesi di 480 milioni di chili.

Le cause, per imprenditori e piccoli coltivatori, lontano dalle grandi manovre finanziarie di riparazione, sono varie e tutte sistemiche: ritardo di fondi statali e comunitari, burocrazia asfissiante (costa 100 giornate lavorative e 4 milioni di euro l’anno), contrazione economica successiva all’embargo russo, assenza di norme che tutelino la produzione e aggirino il cancro delle vendite sottocosto. Con l’aggravante senza alibi per la sottovalutazione, e anzi il declassamento di un settore cardine della storia del Paese e che comunque rimane indispensabile al futuro. Sembra rimasta solo la smielata retorica del Made in Italy, quella sì, in attesa di consensi e nella convinzione che agricoltori, allevatori e braccianti, alla protesta organizzata non possano arrivare, mai. Inermi e sfruttati, in balia del tempo. Sbagliato: lo faranno, prima o poi. Quando si stancheranno di dover pagare con 30 kg di melanzane un biglietto del cinema. E non avranno più niente da perdere.