Quella dei “privilegiati” è una delle categorie fittizie cui giornali e televisioni ricorrono ben volentieri. Lo schema semplificativo e l’immediatezza comunicativa che sottintende attrae sicuramente quel pubblico non critico ma particolarmente ricettivo a stimoli che sollecitano risposte pulsionali. Quella del “privilegio” è un’idea che serve a creare un insieme virtuale di persone o gruppi di persone che si intendono marchiare e colpevolizzare. Implica un giudizio morale ma applicato non agli individui bensì ai fenomeni sociali e che non prevede un alto livello di analisi critica.

Questa categoria appare funzionale allo sfogo velleitario delle frustrazioni, cioè impedisce che lo sfogo vada a minare o a indebolire l’ordine sociale costituito.  Lo schema privilegio/svantaggio non accusa infatti il meccanismo sociale, ma i singoli individui “privilegiati”, “caste” (altra parola che ricorre spesso nel gergo giornalistico contemporaneo) i quali otterrebbero benefici e rendite che cercherebbero di difendere contro il “popolo” pronto a reclamarne l’abolizione.

Per comprendere a fondo la logica insita nella retorica del privilegio bisogna considerare la sua astrattezza. È incapace di afferrare le dinamiche complessive, la tendenza generale dei processi e perciò si serve di categorie mentali elementari, ovvero il confronto (inteso in senso meramente algebrico); l’uguaglianza, la diseguaglianza, la proporzione (sempre, ribadiamo, in senso puramente algebrico) istituiscono relazioni virtuali tra persone e fatti. Ma non si ferma al giudizio matematico. Ad esso, infatti, sovrappone un giudizio morale facendo leva su determinate categorie psicologiche (l’invidia, la frustrazione, la rabbia sociale non razionalmente elaborata e dialettizzata). Il termine maggiore viene caricato di valori morali e psicologici negativi. Disonesto, parassita, non meritevole, approfittatore, “ladro”, ecc. Ogni altra specie di relazione è abolita. In particolare il nesso causa-effetto, indispensabile per cogliere i fenomeni complessivi; i due termini di paragone sono considerati astrattamente, isolati da tutto il resto e posti nel vuoto cosmico della virtualità mediatica. A questo punto l’unico rapporto possibile che può intercorrere tra di loro è quello altrettanto astratto di differenza (o di identità).

Questo gioco è teoricamente replicabile all’infinito. Qualsiasi individuo o entità percepibile o pensabile può essere estrapolato e posto in rapporto con uno qualsiasi di tutti gli altri, secondo la relazione di identità/differenza. Ma il numero effettivo dei termini selezionati è limitato. L’iper-realtà dei media in questo ricopre un ruolo fondamentale. Essa filtra la percezione prima che giunga all’osservatore. I termini di paragone sono già stati opportunamente selezionati. Fatti, eventi, individui e gruppi funzionali alla narrazione ricorrente vengono posti in cima alla scala gerarchica degli oggetti virtuali. Gli oggetti disfunzionali, invece, vengono messi in basso, accessibili solo a una ristretta cerchia di canali, o semplicemente, eliminati. Le relazioni astratte, poi, vengono anch’esse suggerite al pubblico.

In questo cosmo di avvenimenti isolati e avulsi da tutto il resto il pensiero e la critica diventano impossibili. L’unica attività mentale è la logica elementare del confronto tra termini selezionati, che serve ad attivare risposte pulsionali che a loro volta vanno ad alimentare l’iper-realtà e contribuiscono essi stessi al meccanismo di selezione.

La logica del confronto e la retorica del privilegio affondano le radici in una visione anti-sistemica del mondo. Sono il sottoprodotto “pop” delle filosofie del disincanto. Secondo queste filosofie qualsiasi interpretazione sistemica dell’universo sarebbe da rigettare, perché intrinsecamente totalitaria. La Nouvelle Philosophie e, successivamente, il postmodernismo decretarono frettolosamente la condanna inappellabile dei sistemi di pensiero organico. Utopie, comunismo, religioni, tutto quanto nello stesso calderone della fine delle “grandi narrazioni”, come avrebbe annunciato Lyotard. Non c’è più spazio per la critica, che presuppone una solida visione del mondo, una categorizzazione e una interpretazione dialettica della realtà. Può esserci soltanto la decostruzione dei linguaggi e dei discorsi, cioè la demolizione, appunto, di qualsiasi critica.

In un certo senso la profezia di Francis Fukuyama, circa la fine della storia, si è (auto)avverata. Lo è in quanto tutti i discorsi che interpretavano la storia e che ponevano dei fini umanamente e socialmente desiderabili e perseguibili sono stati espulsi dal comune modo di pensare. La storia, in questo senso, è “finita”, poiché non c’è una filosofia della storia a riempirla di significato. Ma questa “fine” è lungi dall’essere la realizzazione della felicità e dell’armonia eterne come un tempo preannunciavano le filosofie della storia (che una volta compiute avrebbero realizzato tutti i fini, estinto i bisogni e con essi la storia). È, invece, la scomparsa dall’esistenza di un fine che valga la pena di perseguire. Scomparsi i fini, i mezzi sembrano procedere autonomamente, attraverso una volontà impersonale che si replica meccanicamente. La storia è “finita” semplicemente per l’incoscienza di chi dovrebbe interpretarla: l’uomo post-moderno è caduto in un letargo epocale nel quale tutti i segni non sono porte per altrettanti significati, ma monadi della percezione onirica (anche l’interpretazione dei sogni, infatti, può avvenire solo durante la veglia) infinitamente e illimitatamente percettibili, nonché privi di senso.

In questo vuoto semantico la realtà scompare e ad essa si sovrappone una iper-realtà di percezioni continuamente sollecitate e indotte nella quale il pensiero critico, la progettualità sociale – e spesso anche individuale – e l’escatologia sono inconcepibili. Gli oggetti di questa iper-realtà sono arbitrariamente messi in relazione; da ciò vengono la logica del confronto e la retorica del privilegio, alla disperata ricerca di senso, o di un suo surrogato, ma sprovvisti degli strumenti adatti: l’individuo gettato nel caos iper-reale domanda un senso proprio a ciò da cui ne è privato.

L’ordine iper-reale è indefinitamente riproducibile perché ha eliminato la dialettica (che si comprende solo col pensiero critico) e quindi la possibilità intrinseca del proprio rovesciamento. Questa riproducibilità illimitata è un’illusione al pari dell’iper-realtà che la genera, ma all’interno di essa non c’è via di uscita. All’individuo immerso nel sonno iper-reale, dunque, il pensiero critico può apparire assurdo e l’escatologia un vaneggiamento. C’è spazio soltanto per il confronto algebrico – la Ragione cede il passo alla logica più ottusa – e il parossismo pulsionale.

Gli inetti impiegati statali, gli insegnanti poco qualificati, gli immigrati che rubano il lavoro, i pensionati “d’oro”, la “casta” burocratica parassitaria. Italiani contro stranieri, giovani contro anziani, popolo contro politici. Queste facili dicotomie consentono la “libera” espressione pulsionale e impediscono la riflessione, l’organizzazione razionale, che invece presuppongono un certo grado di inibizione delle pulsioni, o la loro sublimazione. Non consentono l’individuazione delle cause, perché nella iper-realtà non esistono cause ed effetti, se non a un livello di percezione immediata. Il massimo cui può approdare l’individuo alienato (la stessa esistenza individuale è ridotta alla virtualità) è il cospirazionismo ingenuo. Sette e logge segrete che tramano come esseri demoniaci o divinità infernali, il disagio sociale è la diretta emanazione della loro volontà onnipotente e irrefrenabile. Opporsi ad essa è inutile. E del resto è impossibile resistere nell’iper-realtà, si può soltanto subirne gli stimoli.