Carl Schmitt definì il politico come la dimensione determinata dalla diade dialettica amico/nemico. Era l’identificazione dell’hostis, dell’altro, in contrapposizione al sé, a determinare il carattere politico di un’azione. Partendo da questo principio base, si possono individuare due grandi piani nei quali l’agire politico si esplica. Esiste un piano orizzontale, quello del conflitto tra i differenti sistemi politici, tra le differenti comunità umane; esiste un piano verticale, solitamente interno alla comunità politica ma alle volte anche esterno, trasversale alle comunità, che è il piano delle lotte di classe. Parallelamente a questi si è sovrapposto un piano di natura completamente differente, caratterizzato dalla dimensione temporale, dove l’oggi viene definito dal contrasto tra passato e futuro.

Cercando di inquadrare le categorie concettuali di destra e sinistra, fortemente polisemiche, all’interno di questo piano cartesiano del politico, appaiono evidenti le caratteristiche che hanno segnato la diade politica per eccellenza. Sul piano orizzontale la destra è nazionale, più propensa al conflitto, locale fino ad essere identitaria, la sinistra è tradizionalmente internazionalista, convinta che l’interesse delle classi subalterne coincida con l’abbattimento dello Stato Nazione, luogo classico del dominio delle classi dominanti borghesi. Sul piano verticale essa è per l’appunto il riferimento delle classi popolari, mentre la destra è espressione di chi già detiene il potere economico. Sul piano temporale invece è avvenuta e continua ad avvenire una continua sovrapposizione tra destra e sinistra che si può riassumere nella diade di derivazione anglosassone conservatori/progressisti.

Quest’ultima contrapposizione trova una sua giustificazione particolare nell’antropologia, nella tendenza riscontrabile nelle società umane a frazionarsi tra persone più istintivamente portate all’esaltazione del passato, della tradizione, dunque più inclini al suo mantenimento, votate al principio di stabilità, e persone più istintivamente inclini a guardare al futuro, nel continuo superamento dell’oggi. Eppure la contrapposizione tra conservatorismo e progressismo non può e non deve essere la diade fondamentale della politica, poiché nei fatti inutile, essendo l’unica dialettica tra le tre citate che sfoci inevitabilmente in una sintesi, che a sua volta è per definizione progresso.

I conservatori infatti sono sempre perdenti, poiché uno dei caposaldi stessi della moderna società occidentale, ormai globale, è una filosofia della storia che ha i suo punti fermi nella linearità del tempo storico e nella fiducia nel progresso continuo dell’umanità in questo tempo lineare. Il limite, presente fino all’Umanesimo, rappresentato dalla civiltà degli antichi, scompare. Dio, cardine della filosofia della storia cristiano-medievale, scompare. Anche il tempo cristiano è lineare e non ciclico, come quello antico, ma il fine ultimo del grande percorso umano è la salvezza eterna. Nella società contemporanea è il progresso in sé, fino alla completa emancipazione dell’individuo. Questo è il secondo aspetto fondamentale della modernità. Il progressivo smantellamento dei sistemi sociali in favore dell’esaltazione dell’individualità, con il suo contemporaneo, progressivo ed inevitabile distacco dalla natura. E’ l’artificialità sempre più estesa del mondo umano a consentire l’apparire sulla scena della Storia dell’individuo.

E’ per questo che la destra non può e non deve appiattirsi sul conservatorismo, che pure spesso l’ha caratterizzata, e la sinistra non deve pensare di aver trovato nel progressismo più cieco la panacea di tutti i mali del mondo.Conservatorismo e progressismo sono infatti due facce della stessa medaglia, che non appartengono alla sfera del politico.

Le classi dominanti se ne sono accorte da tempo e hanno progressivamente abbandonato il campo conservatore, ridefinendo di fatto i concetti stessi di destra e sinistra, senza che le masse se ne siano rese ancora pienamente conto. Nel mondo post-contemporaneo il piano cartesiano del politico è completamente stravolto, le due macrocategorie stesse di destra e sinistra hanno perso di senso storico, essendo in realtà crogiuoli che raccolgono i voti di individui dalle istanze sociali spesso completamente differenti. Retaggi del passato permangono e si mischiano a nuove esigenze di lotta, e il pregiudizio confermato dall’azione populista e miope dei politici dei due schieramenti che il conservatorismo sia di destra e il progressismo sia di sinistra determinano un disorientamento elettorale deleterio.

Tenendo come contrapposizione cardine la distinzione destra come interesse delle classi dominanti, sinistra come interesse delle classi subalterne, il senso della dialettica locale/globale si è invertita. Oggi è infatti la destra a portare avanti il localismo, dunque l’interesse delle classi subalterne, tant’è che aree tradizionalmente di sinistra, come il nord-est francese, votano estrema destra per questioni di conflitto verticale e orizzontale. Viceversa, soggetti nella medesima condizione economica e sociale non lo fanno perché convintamente progressisti. Da qui la necessità di una riforma radicale del sistema politico parlamentare, in quanto incapace di rappresentare coerentemente le diadi dialettiche fondamentali del mondo in cui siamo chiamati ad agire, quella locale/globale e quella capitale/lavoro.

In un contesto politico reale nel quale la sinistra, consapevolmente o meno, difende le classi dominanti e utilizza il progressismo come arma di consenso e di distrazione, è fondamentale che chi, consapevolmente o meno, difende gli interessi delle classi subalterne (stranamente la destra), non faccia la parte del conservatore per retaggio culturale. La dialettica tra passato e futuro andrebbe lasciata all’esito referendario e al naturale sviluppo della società, non alla lotta politica. La destra italiana invece è scesa in piazza a fianco dei cattolici tradizionalisti in difesa di una non meglio precisata famiglia tradizionale (ignorando come il concetto di famiglia sia mutato notevolmente nel corso del tempo e dello spazio). Soprattutto, viene costantemente superata dalla sinistra su questi temi, ponendosi sempre nella posizione dell’inseguitrice, cioè del conservatore destinato a soccombere. Infine, contribuisce al gioco della distrazione di massa, accettato e favorito dalla sinistra, all’interno della quale l’istanza globalista è stata fagocitata e trasmutata in uno degli strumenti di dominio delle classi dominanti.

In altre parole, l’aspetto etico dello scontro tra conservatori e progressisti, di fatto inutili in una società individualista, dunque per definizione non coesa moralmente, non fa che acuire e approfondire le divisioni interne, impedendo il conflitto di classe e il conflitto orizzontale tra sistemi politici, intimamente correlati tra loro. Mentre Giorgia Meloni stava al Family Day, Renzi prendeva le solite bastonate in Europa. Sarebbe il caso di rivedere le priorità.