“Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”. Bertolt Brecht ci aveva visto lungo. Già nella prima metà del Novecento, sembrava assodato che la tenuta sociopolitica di una comunità fosse risultato di un’integerrima condotta istituzionale. Nessuna deroga, né alcuna eccezione. Soltanto l’esclusiva volontà di rendere l’equanimità ancor più incisiva dell’egualitarismo. Ad oggi, un’utopia. Non solo per lo smarrimento del valore dell’esempio, ma soprattutto per l’indiretta proporzionalità tra i danni dell’immoralità governativa e la libertà di poter sindacare il marcio operato dell’ordine precostituito. L’”ingiustizia” continua a dilagare, mentre la “resistenza” viene criminalizzata, repressa, addirittura regolata. Come se il malcontento dovesse seguire delle norme concepite ad hoc per non incrinare la struttura burocratica, erta e sostenuta da tecnocrati che sulle indigenze popolari tutelano il loro redditizio presente e costruiscono il loro fiorente avvenire. Come se contestare l’inefficacia dell’agire dei Palazzi fosse eversivo e ulteriormente destabilizzante, a prescindere, e non meritasse udienza. Ecco in che modo preservare la fattività del pensiero unico. Il clamore della protesta è recintato, recluso nella sterilità di una manifestazione, di un corteo, di opinioni in divergenza. Cosicché non abbia risonanza e non fomenti animi già incandescenti, i quali possono esclusivamente rivendicare dei diritti, ma non auspicare che si attuino.

Il settecentesco assioma britannico “No taxation without representation” detiene una valenza umanisticamente rilevante, bensì smarrisce la sua cogenza nell’attuale politica legiferante ed esecutiva. D’altronde, la mobilitazione popolare è furbescamente tenuta a bada. Non c’è rischio che qualcuno insorga e si accanisca con veemenza contro i salotti capitolini. Ergo, tutto assume parvenze di liceità, persino evidenti indecenze. Non stupisce dunque che un nuovo film con Belen Rodriguez sia ritenuto di riguardo culturale dal ministero di competenza e nemmeno basisce che venga deliberato un finanziamento allo stesso della lauta cifra di 200.00 euro. La trama è in linea con l’idea che sconquassare la naturale ciclicità della vita sia proposito da divulgare – la storia di una coppia omosessuale, con accluso pargolo in affidamento. Non dibattiamo sulla sceneggiatura. Non analizziamo la tremenda piega che la società sta prendendo. Non eccepiamo la scelta di speculare su una tematica ostica da trattare, specie in sede parlamentare. Piuttosto, ci domandiamo per quale ragione lo scotto – pecuniario e pragmatico – debba essere scontato costantemente da noi. Checché professino i perbenisti dai colletti bianchi, evidenziamo, da menti autonome e raziocinanti, la non propedeuticità di sovvenzionare con contribuiti collettivi un’opera di improbabile utilità comune. Al di là degli interpreti – comunque deprecabile la scelta di affidare un ruolo da protagonista all’icona del femminismo ipersessualizzato -, inverosimile e disdicevole che lo Stato, laico e costituzionalmente fondato sulla famiglia matrimoniale, sostenga la causa di un’eclatante promozione di un modello che si sta rafforzando e da tendenziale sta divenendo consuetudinario. Da Alfano a Lupi, passando per Giovanardi. Si sgolano e berciano di difendere i dogmi di un nucleo sociale fondato su biologiche figure genitoriali, per poi avallare un proselitismo diametralmente opposto ai loro ideali.

Guai però a foraggiare documentari d’inchiesta ove si denunci l’inefficacia dell’Unione Europea e le storture ad essa correlate. Oppure in cui si diffidi dal sostenere ancora questo progetto di Moneta Unica, assassino di identità nazionali e di sovranità assolute. Al netto di ciò, l’opinione pubblica pare attonita, intorpidita, abbacchiata. Nonostante avanzare una sponsorizzazione del genere potesse apparire sconcertante qualche decennio fa, nei tempi odierni la base ha smarrito qualsiasi sensibilità di ribellione e passivamente si appresta ad ammainare le vele. Poco importa che il Ponte sullo Stretto sia stato un (miliardario!) miraggio. Che L’Aquila stia tuttora, in assenza di sostegno statale, raccogliendo solitariamente le macerie del 2009. Che sparute zone emiliane e liguri abbiano le mani pregne di calce e di fango, nella speranza di riconquistare un agognato futuro. Che tutto questo sia stato e sarà sempre ad appannaggio dei cittadini. Ma chi se ne frega?! Oh, guarda che culo, la Belen!