Scrive la Repubblica (senza firma): «Gli avversari della legge sulle unioni civili annunciano che il Family day si farà il 30 gennaio in piazza San Giovanni “per chiedere che il ddl Cirinnà sia ritirato immediatamente e per sempre”. Per Filippo Savarese, portavoce in Italia di “Manif pour tous” e “Generazione Famiglia”, il provvedimento rappresenta “una legge che porta matrimonio gay, adozioni gay e utero in affitto in modo nascosto e surrettizio, magari con l’aiuto del primo giudice ‘pilotato’ dopo l’approvazione in Parlamento”. […] Il capofila dei cattolici dem, Giuseppe Fioroni, dichiara a Radio Vaticana che parteciperà al Family day e non voterà le adozioni: “Ci andrò a titolo personale – premette – e ribadisco che è un’iniziativa non contro qualcosa ma a sostegno della famiglia unica e, quindi, del fatto che la famiglia è una e i diritti sono per tutti”. “Non c’è la libertà di coscienza perché siamo furbi – prosegue il deputato Pd – ma c’è la libertà di coscienza perché non può essere né una tessera di partito né un programma di governo a dettare l’etica alle coscienze. Posso quindi parlare per me: se ci sono le adozioni – assicura – io non voterò!”».

Flavia Perina sull’Huffington Post è di avviso diverso in merito alla partecipazione dei politici: «Il 30 [gennaio, ndr], un paio di giorni dopo la data prefissata per il voto di Palazzo Madama, i cattolici chiameranno a raccolta gli italiani contrari alla riforma con un Family Day a Piazza San Giovanni. Ai tempi del divorzio o dell’aborto – le uniche due riforme paragonabili a questa per il loro peso psicologico e sociale – la scelta per i politici sarebbe stata obbligata, di qua o di là. Ma adesso la situazione è più complicata: esprimersi, schierarsi, e magari anche decidere dove stare “fisicamente” appare a tutti troppo impegnativo. Oltretutto, renderebbe palesi le contraddizioni in materia di diritti civili che attraversano il mondo della sinistra e della destra. Quindi, vade retro piazza. Non c’è uno che dica: “Ci sarò”». Sull’Espresso Michele Sasso dedica poche parole alla manifestazione, limitandosi a definirla «una prova di forza» e a fornire le date della piazza gay che sarebbe convocata in sostegno della legge qualche giorno prima. Fornisce anche l’elenco aggiornato delle piazze dove sarebbe possibile parteciparvi, “in continuo aggiornamento”.

La Stampa affida un pezzo di commento a Fabio Martini: «Altamente significativa la data scelta: sabato 30 gennaio, dunque 48 ore dopo la quasi certa approvazione (in prima lettura) da parte del Senato della legge voluta da Matteo Renzi. Significativo anche il luogo nel quale si svolgerà la manifestazione: nelle settimane scorse si era ipotizzata piazza del Popolo e invece si è deciso di confermare il luogo dove si sono tenuti i primi due Family day: piazza San Giovanni. E, di nuovo molto significativa, anche la dinamica che ha preceduto il varo della kermesse: il Vaticano e la Cei hanno negato qualsiasi patrocinio, ma hanno assicurato appoggio, davanti ad una manifestazione esplicitamente promossa dai movimenti cattolici. […] La gerarchia ha voluto evitare una divisione nel corpo della Chiesa che riproducesse e anzi approfondisse il solco che si era aperto tra il “popolo” del secondo family day e la Cei. Come reagirà Matteo Renzi? Negli ultimi giorni il presidente del Consiglio ha chiesto di tenere sull’attuale testo in discussione al Senato e dunque, riconoscimento dei diritti alle coppie omosessuali ma anche adozioni. In piazza potrebbero esserci anche parlamentari del Pd e personalità laiche e dunque soltanto nei prossimi giorni si capirà se la pressione del mondo cattolico, formalmente unito in piazza, potrà indurre il Pd a qualche mediazione, che però farebbe perdere il voto favorevole dei Cinque Stelle».

Sul Corriere della Sera Tommaso Labate sottolinea l’appoggio dei vescovi alla manifestazione: «Sono settimane che nell’eterogeneo fronte dei comitati in difesa della famiglia si pensa al remake del 20 giugno scorso, quando centinaia di migliaia di persone si presentarono in piazza San Giovanni a Roma per protestare contro le unioni civili, ma senza il sostegno ufficiale dei vescovi. A dicembre, secondo quanto si mormora sull’asse che lega i moderati in Parlamento e Oltretevere, la questione arriva sull’uscio della casa di Santa Marta, dove risiede papa Francesco. E lì si ferma. La regola d’ingaggio del Vaticano – che si riassume nella formula “la Chiesa non è contraria a un Family day ma sono i laici che devono prendere l’iniziativa” – si presta a più chiavi di lettura. Fino a ieri mattina. Quando il cardinal Bagnasco, prima di lanciare da Genova il suo appello contro tutto quello che “indebolisce la centralità della famiglia”, non decide di sposarne una sola, di chiavi di lettura. Quella che porta dritto verso il “sostegno” della Cei alla manifestazione contro il governo. E quindi a quella marcia che andrà in scena sabato 30 gennaio».

Per Il Fatto Quotidiano scrive Manuela Campitelli: «Il diritto alla felicità delle mamme in Italia è affossato dal family day e dai familiaristi, che si arrogano il diritto di venirci a dire qual è l’unica famiglia possibile. Lo stesso diritto cade sotto i colpi della Chiesa cattolica, che propone alle donne una sorta di “gettone di presenza” per essere mamme a tempo pieno prima e disoccupate a tempo indeterminato dopo. Cosa ne sarà del loro diritto alla felicità quando i figli saranno grandi?» E’ l’unico accenno alla manifestazione del 30 gennaio, alla quale il quotidiano di Via Valadier non dedica grande approfondimento.

Il Giornale affronta la notizia da tutt’altra prospettiva. «Parteciperanno con molta probabilità esponenti di tutto il centro destra, a partire da Forza Italia, al cui interno, ha dichiarato Maurizio Gasparri, è “emersa una linea chiara” per il “voto contrario al disegno di legge Cirinnà”, per le ragioni emerse nella riunione dei gruppi parlamentari, ovvero “l’equiparazione delle unioni civili al matrimonio, il via libera ad adozioni che potrebbero poi, a colpi di sentenze ed interpretazioni, aprire la strada all’utero in affitto”. Anche Lega, Area Popolare e Fratelli d’Italia, sosterranno con tutta probabilità quella che sarà, stavolta, una marcia e non una manifestazione statica come fu lo scorso 20 giugno. Contro la stepchild adoption perché “legalizza l’utero in affitto”, si schiera anche il gruppo Ala (Alleanza Liberalpopolare-Autonomie), come ha comunicato in una nota il senatore Pietro Langella, membro della Commissione parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza».

Sul Foglio spicca una pagina di Costanza Miriano, che unisce al dovere di cronaca una disamina puntuale della materia in oggetto: «Quanto ai diritti: una volta per tutte. I diritti già ci sono. I conviventi possono tranquillamente andare a trovarsi reciprocamente all’ospedale, indipendentemente dal sesso. Possono andare a trovarsi in carcere, godere della protezione speciale l’uno dell’altro nel caso di collaboratori di giustizia e via dicendo. Possono comprare insieme case, intestarsi mutui e fare tutto quello che vogliono delle loro risorse personali. Una piccola quota di eredità – la legittima – può non essere a disposizione, ma è una regola che serve a tutelare in minima parte i legami familiari. La famiglia non è un bene dello stato: è un patrimonio dell’umanità, è il luogo in cui la specie si riproduce da millenni, e nessuno stato dovrebbe metterci sopra le mani. (…) La vera questione – guardiamoci negli occhi, e ammettiamolo – non è certo su queste fattispecie, che potranno riguardare decine di casi in tutta Italia, forse (i rapporti omosessuali tendono a essere molto più instabili e promiscui di quelli etero, che pure già non scherzano): la vera questione in gioco è il riconoscimento morale, il desiderio di un’approvazione pubblica. Su questo lo stato decida, ma la chiesa non può smettere di dire il suo no, perché non ci sono minoranze svantaggiate, non si tratta di tutelare dei diritti negati (i diritti ci sono tutti), ma in gioco c’è la verità sull’uomo e sulla donna».