Non pochi lettori potrebbero criticare questa analisi, dal momento che è risaputa l’esistenza, in Italia come nei restanti Paesi del globo, di negozi e ristoranti dalle origini più varie, fra i quali i famosi “kebab shop”, recentemente bollati dal gergo come “kebabbari”. Al fine di evitare fraintendimenti, la diversità e la convivenza etnica non costituiscono un problema, anzi, esse sono motivo di crescita culturale collettiva e democratica. La questione sorge quando una potenza, giunta al culmine della propria egemonia sugli altri Paesi, esercita la propria influenza su di essi, non soltanto dal punto di vista politico. Esemplare è il modello linguistico e culturale latino, esportato dal millenario Impero Romano in tutte le province allora conquistate, il quale avrebbe dominato direttamente (o indirettamente) sugli altri per tutti i secoli successivi della storia umana, europea nello specifico, soprattutto se si pensa all’eredità romana portata avanti dalle lingue neo-latine, e tutt’ora, dalla Chiesa. Si potrebbe fare il medesimo discorso per l’impero coloniale inglese, cui si deve la diffusione e l’adozione dell’idioma anglo-sassone a livello globale, negli ambiti politici e scientifici di maggiore importanza. Tuttavia, cosa distingue i primi due esempi di egemonia rispetto a quello statunitense? Innanzitutto, si può parlare di propaganda culturale all’insegna dell’elemento pervasivo e tecnologico.

Un adolescente e italiano medio, magari poco avvezzo a ricevere stimoli dall’ambiente familiare, trascorre buona parte del proprio tempo davanti alla televisione o al PC, guardando serie televisive o web per la maggioranza prodotte negli Stati Uniti. La trasmissione di un programma può risultare apparentemente innocua, dal momento che si potrebbe parlare di “semplice intrattenimento”. Tuttavia ciò che avviene è una vera e propria ricezione inconscia di miliardi di immagini e messaggi a livello contenutistico. Una sola scena nella quale vi siano protagonisti vestiti in un certo modo (abiti firmati o sportivi, mode tipiche del contesto USA ecc..) intenti a intraprendere determinati discorsi o a propagare usi e mentalità (importanza del denaro, trasgressione e superficialità indotta ecc..), può generare un meccanismo di assimilazione ed emulazione dei personaggi, una sorta di identificazione, la quale è abbastanza comune in soggetti minorenni, la cui identità è ancora in fase di costruzione o cambiamento. Il risultato di questa “propaganda innocente” è la creazione di soggetti culturalmente alieni rispetto alle problematiche e al contesto territoriale di origine, tesi ad abbracciare inconsapevolmente il modello capitalistico e consumistico imperante, dove gli unici valori esistenti risultano essere: materialismo, divertimento, conformismo e popolarità.

Gli adolescenti italiani, per la maggior parte, risultano oggi non così diversi dai propri coetanei a stelle e strisce, ne imitano gli atteggiamenti superficiali, la spettacolarizzazione e la banalizzazione di qualsiasi elemento culturale a loro estraneo e di una certa serietà. Per dirla in breve, i ragazzi europei e italiani odierni sono culturalmente meno continentali e molto più americani negli usi e nei costumi. La “civiltà” dei cappellini a visiera Hip Hop, delle foto nudiste sui social e della Coca Cola, minacciano la cancellazione delle identità individuali e folkloristiche, ne castrano una possibile formazione alternativa, annientando, attraverso la politica del divertimento da distrazione, la creazione di una coscienza critica di massa. Un progetto, questo, ben pensato dalle menti delle grandi multinazionali, le quali già in passato puntavano a fare, del proprio pubblico di consumatori, un prodotto a propria immagine e somiglianza.

A tal proposito, dinanzi a una cittadinanza politicamente sempre più passiva e meno attiva, l’intellettuale di oggi ha il compito di creare una contro-cultura, una contro-informazione, una contro-tendenza che promuova lo sviluppo culturale autonomo e libero, sia per quanto concerne la  collettività, sia per l’individualità, usando mezzi mediatici di forte impatto.

Il rischio della globalizzazione, infatti, è che il mondo si trasformi in una “grande mela” di cittadini schiavi dei bisogni, dove i valori dominanti risiedano nella venerazione del Dio dollaro e nella religione del consumismo.