Il nostro tempo è quello del ritrarsi del politico e, conseguentemente, del politicizzarsi del sociale. In altre parole, ciò che è venuto meno è l’autonomia della politica rispetto a quella società civile come mediazione dei bisogni. La politica come sistema dei partiti è destinata ad avere, in quanto polo decisionale, sempre più un ruolo marginale e dipendente. La forza del singolo uomo politico oggi non si misura con la forza delle sue idee o persino della sua tempra, quanto con il grado con cui è inserito nei sistemi di potere (internazionali e interni). Si pensi, per fare due facili esempi, all’importanza del giudizio dei leader europei nella scelta del Presidente della Repubblica, o alla rilevanza degli “sponsor” per il Presidente del consiglio. Di più: i disastri delle primarie del Partito Democratico, la marginalizzazione del parlamento, azzeramento della discussione interna e della mediazione. Il partito perde il suo valore di rappresentanza e diventa una zavorra. E questo, ragionando secondo uno schema alto/basso, potere/popolo, vale tanto per un termine della relazione, che per l’altro. Vale a dire che il partito diventa un zavorra tanto per l’alto, cioè il potere, le élite dominanti, i grandi gruppi dirigenti, i quali necessitano di dialogare e indirizzare direttamente l’uomo solo al comando (consolidamento del leaderismo); che per il basso, cioè il popolo, i gruppi sociali organizzati, i sindacati, che non trovano nei partiti il termine medio con il potere e vengono esclusi dal processo decisionale (consolidamento del movimentismo).

All’interno di questo quadro va letta la questione della coalizione sociale di Landini. O meglio, della coalizione sociale in contrapposizione al Partito della Nazione. Entrambe nascono da quello stesso schema a cui prima abbiamo fatto cenno. Da una parte, abbiamo Renzi. Dopo la rottamazione della vecchia classe dirigente, ha rottamato anche la struttura del partito stesso, contribuendo al calo drastico del tesseramento e alla trasformazione degli iscritti in pubblico plaudente. Il suo cerchio magico è costituito da yes men e yes women: non esiste alcuna vera squadra di governo, fatta eccezione per il ministero dell’economia, tramite con le istituzioni sovranazionali. Si aggiunga il caso dei voti del centrodestra alle primarie o la forzatura degli iter legislativi. Il Partito della Nazione si configura come una sorta di coalizione anti-sociale, un carro del vincitore di marca centrista-plebiscitaria-neoliberale, in cui sguazzano dentro personaggi della finanza, confindustria e una certa parte del mondo imprenditoriale, vecchie volpi yankee-sioniste (vedi Michael Ledeen), più tutta una fauna di contorno improvvisata a intelligencija di corte come Oscar Farinetti e Jovanotti. Il mondo del lavoro non padronale rimane fuori. La chiave strategica è stata l’azzeramento dei corpi intermedi e, sostanzialmente, quei “rallentamenti” del processo democratico che consentono l’armonia delle parti. Il Partito della Nazione più che rottura con il passato tende alla rottura con il tessuto sociale stesso, basando anche la propria narrazione sulla contrapposizione tra noi e loro. Il rapporto ideale che Renzi vuole con il potere è di 1:1. Specularmente è nata la coalizione sociale, proprio in quella nicchia di vuoto creata dal renzismo – ovvero in quella crisi della rappresentanza dei partiti – ponendosi come mediazione extrapolitica con il mondo del lavoro.

In questo senso sbaglia chi accusa Landini di aver riproposto l’ennesimo tentativo di una sinistra radicale in coma irreversibile, o a chi pensa che questo sia il trampolino di lancio per fare politica. Salvo incidenti di percorso, Landini ha la possibilità di lanciare una nuova prassi incentrata su di una concezione della politica non più come sfera autonoma, ma come aggregato sociale, come agire condiviso; così da rimettere in discussione il problema della rappresentanza e dettando l’agenda politica dal basso, in contrapposizione all’agenda politica delle élite a cui Renzi fa riferimento. L’errore più grande sarebbe proprio quello di puntare alla ricostituzione/rianimazione della sinistra partitica. La coalizione sociale è e deve rimanere un allargamento della funzione sindacale ad altri soggetti della società e a lotte comuni per i diritti sociali (salute, istruzione, casa, pen­sione, assistenza). Bene dunque la partecipazione degli avvo­cati di Mga, i far­ma­ci­sti di Fnpi, gli atti­vi­sti dello scio­pero sociale che fanno parte della “Coa­li­zione 27 feb­braio”. Bene dunque se il mondo landiniano guarderà più a Podemos che a Syriza, incentrando la prassi sulla dicotomia alto/basso, élite/popolo, piuttosto che destra/sinistra. Nella consapevolezza che i disagi delle periferie e della piccola borghesia in fase di proletarizzazione non possono essere regalati alla propaganda xenofoba e alla semplificazione che scarica tutto sugli ultimi della terra; e rimettendo al centro della prassi non i diritti civili, bensì i diritti sociali e la questione del lavoro. Renzi e Landini sono i nuovi antagonisti-rappresentanti, dialetticamente indispensabili l’uno all’altro, di una nuova era politica caratterizzata dal decentramento del potere così come era stato inteso fino alla Seconda Repubblica e dal dissolvimento della forma-partito classica.