È di questa settimana la notizia delle due lettere scritte motu proprio da Papa Francesco, con le quali egli ha rivoluzionato e semplificato il processo canonico di dichiarazione di nullità del matrimonio. Da solo il Pontefice ha scavalcato l’abnorme macchina legislativo-burocratica del Vaticano, mettendo mano in prima persona là dove da ben tre secoli era tutto immobile e cristallizzato. Quest’intervento a gamba tesa ha portato nuovamente sotto i riflettori i suoi modi profondamente innovativi e non convenzionali, quelli di un Papa pragmatico, predicatore di una Chiesa sociale e popolare, così semplice e umile da esser stato definito “Il parroco del mondo”. Sembra di parlare di un’altra era se si pensa agli sfarzosi paramenti quasi museali di Benedetto XVI, alle sue lunghe e colte omelie piene di richiami teologici e filosofici, alla sua austera ieraticità, confrontati con la tonaca bianca Di Francesco, con i suoi domenicali “Buon pranzo a tutti”, col suo sapersi mischiare alla gente, capirla e farsi capire da essa.

Una dicotomia questa tra i due pontefici che può essere allargata alla concezione stessa della Chiesa: una Chiesa colta ed elitaria, di casta, quella incarnata da Ratzinger; una Chiesa di popolo, democratica quella predicata da Bergoglio, il quale si inserisce in un solco più ampio che trae origine dal concilio Vaticano II. Se una Chiesa come quella di Francesco, vicina al popolo, talmente vicina da parlare il suo stesso linguaggio e confondersi con esso può apparire vincente, una tale impostazione ha però insite delle contraddizioni profonde. La domanda infatti sorge spontanea: un Papa che vuole essere una persona qualsiasi, che afferma di essere “uno come gli altri” a cosa serve? Se davvero è uno come gli altri, come noi, allora per quale motivo dovremmo stare a dargli retta. Potremmo fare benissimo da soli.

L’impressione è che la retorica dell’uomo qualunque che ultimamente ha tanto successo nella politica italiana abbia fatto breccia anche nelle fila della Chiesa, come se questa fosse una democrazia rappresentativa in cui riscuotere consenso con parole e promesse democratiche, o demagogiche. Ma il Vaticano è tutto tranne che una democrazia, è anzi una delle ultime monarchie assolute della Terra, di natura, per di più, teocratica; e mentre per un politico può essere auspicabile (fino a un certo punto) essere un uomo qualunque, un Pontefice non può esserlo. Le importanti e intricatissime questioni teologiche, politiche e spirituali che oggi come non mai si pongono al successore di Pietro non possono essere affrontate da uno “come gli altri”, necessitano di un uomo al di sopra delle masse, di un fine teologo e filosofo, oltre che politico, di un uomo che sappia essere la roccia cui tutta la cristianità possa aggrapparsi e fare affidamento. Un Pontefice che, come Bergoglio, chiede costantemente di pregare per lui può essere un’immagine forte e molto comunicativa. Ma non dovrebbe forse essere il contrario, non dovrebbe essere il Pontefice che prega per i fedeli i quali a lui fanno affidamento e in lui ripongono le proprie speranze? Che immagine di solidità viene consegnata al popolo in questo modo? Un Papa che chiede di pregare per lui che sicurezza può dare alla sua gente? Il rischio è che l’abbassamento eccessivo al livello degli “altri”, l’idea di ammodernamento come appiattimento diano come risultante una perdita di autorevolezza e uno sminuirsi dell’istituzione ecclesiastica.

Certamente Ratzinger, il papa colto e teologo, mancò di empatia e non seppe minimamente accattivarsi le simpatie dei fedeli. Se dunque il grande merito di Francesco è quello di esser riuscito laddove il suo predecessore aveva fallito, e di aver fatto riavvicinare milioni di fedeli alla Chiesa, va indagata la natura di questo ritrovato consenso. Il rischio è che esso si riveli un consenso volatile, di piazza e di pancia, e che i fedeli realmente riavvicinatisi alla Chiesa siano un numero esiguo. Per questo tra la Chiesa e la figura di Pontefice elitaria rappresentata da Ratzinger e quella democratica e di popolo raccontata da Bergoglio, ne è auspicabile una che nelle sue alte sfere e soprattutto nella persona del vescovo di Roma sia colta ed elitaria, che con gli strumenti della cultura e della teologia, e magari sì, con un pizzico del carisma e dell’empatia di Francesco, sappia guidare il proprio popolo nella tempesta della modernità. Nei gradi più bassi, nelle parrocchie di quartiere poi, ben venga una Chiesa più popolare. Altrimenti, in una Chiesa che vuole appiattirsi e impoverirsi a tutti i livelli, il destino degli entusiasmi così suscitati è quello di sgonfiarsi presto, allo stesso modo di quelli originati dai vani slanci elettorali del politico di turno.