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E’ una pratica sana, come si sa, per chi voglia comprendere il presente o anche solo affacciarsi sulla porta delle previsioni future, conoscere prima solidamente il passato. Ciò vale anche per le persone, naturalmente: per capire chi sono e cosa faranno, può essere d’aiuto sapere prima da dove vengono, e dunque indagarne le origini familiari. E’ precisamente ciò che si tenterà di fare, per offrire al lettore un quadro il più possibile veritiero del Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, detentore di un dicastero chiave se si guarda alla situazione attuale del Paese. Ebbene, in punto di genealogia, il Nostro – come si legge su Wikipedia – è nipote del popolare regista di commedie all’italiana Luigi Comencini (quello, per chi non ricordasse, di Pane amore e fantasia). Sua nonna materna fu l’aristocratica siciliana Giulia Grifeo di Partanna, che – in un’epoca di tracollo per la nobiltà iniziata con la rivoluzione francese – non esitò probabilmente a frequentare la società mondana della Roma dell’epoca, finendo poi per sposare un celebre regista. Madre del Nostro è la regista Cristina Comencini, nota anche per l’impegno civile comune a tanti membri della casta culturale – tendenzialmente di sinistra – romana: ella si spese assai, nel 2011, manifestando contro la grave piaga dell’omofobia, così come partecipando a Se non ora quando?, vera e propria kermesse post-femminista in difesa di Ruby Rubacuori, innocente giovinetta traviata dal mefistofelico Silvio Berlusconi mediante oscuri rituali di magia rossa.

 Cristina Comencini è una regista, sceneggiatrice e scrittrice italiana, figlia di Luigi Comencini, sorella di Francesca, Paola ed Eleonora, moglie del produttore cinematografico Riccardo Tozzi e madre di Carlo Calenda, Giulia Calenda e Luigi Tozzi.

Cristina Comencini è una regista, sceneggiatrice e scrittrice italiana, figlia di Luigi Comencini, sorella di Francesca, Paola ed Eleonora, moglie del produttore cinematografico Riccardo Tozzi e madre di Carlo Calenda, Giulia Calenda e Luigi Tozzi.

Le note vicende legate alla allora diciottenne marocchina dovevano portare, assieme all’azione politica di alcuni politici di centrodestra come Gianfranco Fini e di pressioni europee e internazionali (il declassamento del rating finanziario italiano da parte delle più importanti agenzie del settore, con sede nella City londinese o a Manhattan) alla fausta Liberazione dalla dittatura berlusconiana, e al radioso avvento del governo Monti – con la fiducia peraltro di larghissima parte del centrodestra e del centrosinistra per la prima volta uniti – al potere in nome della ritrovata libertà, della tecnocrazia e del Mercato. Nel frattempo il nostro, laureatosi in giurisprudenza, si fa le ossa nell’attività di impresa. Ovviamente, secondo le regole secolari del capitalismo italiano, ossia mai rischiando con i propri soldi, ma costruendosi altresì una solida e lucrosa carriera manageriale. Lavora quindi come responsabile marketing per l’Italia a Sky, di proprietà di quel Rupert Murdoch, che spesso è definito – per inciso – più sionista dei sionisti, tanto da intervenire sul The Jerusalem Post, giornale israeliano dichiaratamente pro Netanyahu, per affermare che la guerra di Israele contro il terrorismo palestinese è anche la nostra guerra, supportando così apoditticamente l’equazione Palestina uguale Isis che tanto piace a certi ambienti neocon statunitensi (ma anche nostrani).

Il patron di Sky Rupert Murdoch.

Il patron di Sky Rupert Murdoch.

Ma già  dal 1998 il nostro enfant prodige dell’industria italiana era approdato, con il delicatissimo ruolo di responsabile della gestione delle relazioni con i clienti e le istituzioni finanziarie, alla Ferrari. Il che si traduceva nello stabilirsi alla corte di Luca Cordero di Montezemolo, altra figura di nobiluomo post-rivoluzione francese che, deposta la spada, ha fatto di necessità virtù e – in una società profondamente antiaristocratica come la nostra – ha ben pensato di ritagliarsi un ruolo alla corte dei borghesissimi Agnelli, nel riciclarsi come manager di altissimo livello (sempre con soldi altrui, in questo caso derivanti dagli incentivi che lo Stato italiano ha per decenni concesso al gruppo Fiat traendoli dalle tasche dei cittadini), sposando, della borghesia, anche quegli ideali profondamente liberali che tanti lutti addussero ai suoi antenati nella Francia rivoluzionaria. Con qualche sconfinamento nel playboyismo, vista la nota relazione tra il buon Montezemolo e la nota attrice Edwige Fenech. Insomma, con il patron della Ferrari – e dunque di riflesso, con gli Agnelli – il nostro Calenda stringe un rapporto di estrema fiducia, tanto da nominarlo suo assistente e direttore dell’area strategica e affari internazionali allorché quest’ultimo fu presidente di Confindustria, tra il 2004 e il 2008.

Giuramento del nuovo Ministro dello sviluppo economico Calenda

Tale contiguità con Montezemolo doveva essere chiaramente anche una comunanza di ideali. E infatti Calenda lo si ritrova anche nell’organigramma di Italia Futura, associazione politica fondata nel 2009. Al cui battesimo presenziano, tra gli altri, Gianfranco Fini, Enrico Letta e Andrea Riccardi, l’uno picconatore dell’ultimo governo – in sostanza e con tutti i suoi difetti – espressione di una qualche volontà popolare, gli altri esponenti del futuro Neuordnung dei governi tecnici. Di più: Calenda firma nell’ottobre 2012 il manifesto politico Verso la Terza Repubblica insieme sempre al montiano Riccardi, all’allora segretario CISL Raffaele Bonanni (colui che ha sostanzialmente avallato la progressiva erosione dello Statuto dei lavoratori che ha condotto al Job’s Act) e all’economista Irene Tinagli (anch’essa montiana e favorevole alla mobilità sociale: il che però molto spesso si traduce in precarietà sociale). Il tutto sotto le bandiere della democrazia e del pensiero liberale, si capisce. Ma ciò non poteva bastare al nostro Calenda: che infatti alle elezioni del 2013 si candida – come molti compari di Italia Futura – con Scelta Civica, non venendo però eletto. Poco male, in quanto viene subito nominato viceministro dello Sviluppo Economico nel governo Letta, e ben volentieri confermato da Renzi che gli affida anche la delega al commercio estero. Insomma, quando non passa dal crivello elettorale, la carriera politica del Nostro pare non conoscere limiti.

Calenda in una conferenza stampa insieme ad Enrico Letta.

Calenda in una conferenza stampa insieme ad Enrico Letta.

In tale veste, non esita a dare prova della sua profonda fede neoliberista e filoatlantica, allorché a New York, a inizio 2016, invita sostanzialmente gli investitori americani a comprarsi fette del comparto industriale italiano residuo, poiché è un buon momento. Con quali conseguenze per i lavoratori italiani, però, omette di spiegarcelo. Tuttavia, tale spregiudicatezza del personaggio sembra piacere o quantomeno parere utile a Renzi, che lo manda come Rappresentante Permanente dell’Italia presso l’Unione Europea, in barba alle consuetudini che vorrebbero quel posto a chi proviene dal corpo diplomatico. Ma si sa che il Bomba di Rignano si fa gioco di ciò che è anche solo lontanamente antico o consolidato, e dunque ipso facto da rottamare. Avrà invece pensato che, vista la contiguità a uomini come Passera e Montezemolo, che hanno così egregiamente salvato Alitalia dal fallimento, Calenda fosse perfetto per perorare gli interessi italiani di fronte all’UE. La simpatia è del resto ricambiata, se nel 2015 il Nostro lascia Scelta Civica ormai in liquefazione e annuncia di volersi iscrivere al PD (sebbene poi non lo farà). Anzi, a seguito delle dimissioni di Federica Guidi – causate da un’inchiesta della procura di Potenza sullo smaltimento dei rifiuti nell’impianto Eni di Viggiano in Val d’Agri- è proprio Calenda il volto nuovo che Renzi promuove allo scranno di nuovo ministro dello Sviluppo Economico, senza che Gentiloni abbia nulla da eccepire alla sua eventuale rimozione dal posto di Gran Sacerdote del PIL.

Carlo Calenda con Paolo Gentiloni.

Carlo Calenda con Paolo Gentiloni.

D’altra parte, Calenda sembra essere sempre stato allievo diligente e aver sempre svolto con attenzione i merkeliani compiti a casa. All’indomani del referendum sulle trivelle dell’aprile 2016, visto il mancato raggiungimento del quorum, ha risposto a un’interrogazione parlamentare confermando la trivella selvaggia a poche miglia da alcune delle coste più belle del Mediterraneo, in linea con le fatwe e i desiderata delle multinazionali del petrolio, cui il Nostro, da buon liberale, non può certo opporsi. Così come non ha mancato di strizzare l’occhio agli amici d’Oltreatlantico e ai loro interessi sponsorizzando con grande passione il famigerato e obamiano TTIP (poi non approvato), e rallegrandosi vivamente per il suo gemello canadese, il CETA – che come è noto ne riproduce quasi in toto gli effetti, avendo la gran parte delle grandi imprese statunitense una sede anche in Canada – quando quest’ultimo ha passato il vaglio dell’Europarlamento. Come del resto si è sempre detto ultrafavorevole al gasdotto TAP guarda caso molto ben visto a Washington e ad Ankara, meno a Mosca – il cui tracciato minaccia seriamente il paesaggio culturale e l’economia agricola del Salento. Dunque, come si diceva un tempo, il ragazzo si farà: l’ancor giovane ministro sembra purtroppo avere le carte in regola per entrare nel Gotha di quella classe politica europea atlantista, liberale ed europeista a oltranza. Che però, nei fatti, ragionando per stilemi astratti e piuttosto avulsa quindi dalla realtà concreta, ben poco sollievo riesce a dare ai tanti problemi del Paese. Se ne contenti chi vuole.