Pochi temi dividono gli italiani quanto l’immigrazione, al punto che il dato principe della questione è diventato l’incomunicabilità tra le parti. Gli strumenti concettuali impiegati da chi è favorevole alla società multietnica e chi a quella monoetnica sono talmente differenti che le analisi che ne conseguono paiono non riferirsi neanche allo stesso tema. Figuriamoci le soluzioni proposte. Non c’è possibilità di trovare punti di contatto, d’incontrarsi a metà strada, eppure è una questione determinante per il futuro del nostro Paese e dell’Europa tutta.

La dinamica della paura, la retorica dell’emergenza che caratterizzano l’agire politico ai tempi dell’inanità europea non aiutano. Qualche voce isolata si leva dai cori stonati cercando di analizzare razionalmente, per quanto possibile, la questione, ma viene inesorabilmente sommersa dal confuso vociare delle ruspe e delle litanie cattocomuniste, e non potrebbe essere altrimenti.

Eppure il fenomeno migratorio che sta investendo il nostro Paese, in entrata come in uscita, anche se di questo secondo aspetto tendiamo spesso a dimenticarcene, assuefatti ad esso come siamo per via della nostra Storia, ci porta a riflessioni ben più profonde. Che cos’è la politica? E’ questa, sempre e comunque, la domanda cardine. L’editoriale di Limes di questo mese è illuminante a riguardo (cosa strana per un mensile che è pur sempre edito da De Benedetti). Il funzionalismo tecnico-burocratico e l’elitismo che hanno caratterizzato il processo di integrazione europea ci hanno fatto dimenticare che cosa sia la politica, scavando un solco ormai invalicabile tra cittadini disinteressati ed in crisi d’identità e politici de-politicizzati, ridotti al ruolo di burattini manovrati dai saggi di sociologia ed economia. La politica è anzitutto volontà. Oggi, la volontà, ha paura. Si nasconde. E’ costretta ad ammantarsi di figure retoriche, di vuoti tecnicismi, deve trovare la propria giustificazione in qualche Bibbia dell’economia o della demografia, non può semplicemente essere. Questo vuoto di volere è sintomo di un profondo vuoto d’identità. Senza un sentire collettivo, una coesione sociale profonda, insomma, nel becero individualismo miope ed edonista che ha già dilagato e non accenna a refluire, qualunque azione veramente politica è impossibile.

Di questa condizione generale è paradigma una delle argomentazioni più in voga tra gli immigrazionisti travestiti da buoni samaritani, anche se sarebbe più esatto dire il contrario. Si tratta del travestimento da tecno-necessità di un processo in realtà morale, dunque irrazionale. E’ quella utilizzata, ad esempio, da Gian Antonio Stella nell’editoriale della domenica sul Corriere della Sera: la demografia. La popolazione europea non cresce, anzi, cala. Cala troppo. I numeri sono facili da trovare, tanto vale citarne alcuni per comodità: da qui al 2050 la popolazione europea diminuirà del 10% circa (da 738 a 665 milioni); parallelamente si avrà un invecchiamento consistente della medesima, quindi la popolazione attiva, i potenziali lavoratori tra i 20 e i 70 anni caleranno non del 10 ma del 22%. Guardiamo all’Italia, particolarmente disgrazia nel già disgraziato contesto europeo. L’età media degli italiani sarà di 53-54 anni, rispetto ai 46 di oggi, dato già allarmante. Dunque è facile fare i conti, li ha fatti per noi Stella: ci servono circa 325mila nuovi arrivi ogni anno per i prossimi vent’anni almeno, altrimenti i potenziali lavoratori caleranno dai 36 milioni di oggi a 29 milioni.

Le conseguenze economiche di un simile quadro demografico non sono difficili da intuire, lo fece già John Maynard Keynes in un famoso discorso tenuto alla Eugenics Society nel 1937. Al di là del volgare ma importante far quadrare i conti (quanto si produce, quanto si consuma, quanto si spende in pensioni ed assistenza, in sanità, ecc.) il vero problema sono le aspettative. Una società che declina è l’equivalente di una società in deflazione: è pessimista. E non c’è nulla che faccia peggio per l’economia del pessimismo. In più, lo spirito d’impresa, la propensione all’assunzione del rischio, il desiderio di osare sono prerogative specifiche dei giovani. Una società vecchia non innova, non progredisce, si chiude in sé stessa e gioca in retroguardia. E’ una società, letteralmente, morente. Dunque l’immigrazione è buona perché ci offre un rimedio.

Chi invece è contrario all’immigrazione di massa ribatte anch’esso sempre sul campo tecnico, trovando pure lui buone giustificazioni razionali alla propria posizione. L’Europa è il continente più densamente popolato del pianeta, ha poche materie prime, è in crisi economica e aumentare il numero dei lavoratori fa il gioco del capitale, spostando ulteriormente i rapporti di forza. Cita il Giappone, che sta puntando sull’automazione e sulla robotica per far fronte all’invecchiamento della popolazione attraverso l’efficientamento della produzione e dei servizi assistenziali, quello che in gergo si chiama “invecchiamento attivo”. Afferma che l’immigrazione è un tappo inutile ad una falla perpetua, che pospone all’infinito un problema che rimane in quanto strutturale, la scarsissima natalità, ed in più introduce nuove problematiche figlie dell’incapacità politica di organizzare l’accoglienza, dunque assistenzialismo, microcriminalità, ghettizzazione.

Questo perché si mischiano due questioni differenti, trasformandone una nella soluzione apparente dell’altra, attraverso la “necessità tecnica”. Una cosa è la questione demografia, un’altra l’immigrazione. Il centro del problema demografico europeo è la natalità, ed è su quella che dovrebbe concentrarsi la politica. Gli immigrati dalla seconda generazione in poi assumono i tassi di natalità degli autoctoni, questo indica che il problema è sistemico: siamo giunti al paradosso di non riprodurci più. Qualunque organismo biologico ha due scopi fondamentali nella propria esistenza: sopravvivere, riprodursi. Se abbiamo sviluppato una società che ci consente di fare talmente bene la prima cosa da non voler o poter più fare la seconda, abbiamo un problema che va ben oltre la quota di popolazione attiva o la sostenibilità del sistema pensionistico. E’ una domanda questa che scuote le fondamenta stessa della civiltà che abbiamo costruito negli ultimi decenni. Scuote, in ultima analisi, noi stessi. In parte è colpa del cosiddetto sistema, del modo di produzione capitalistico esasperato; in parte è colpa nostra, del nostro edonismo ciecamente individualista ammantato da preoccupazioni ed incertezze, figlio e padre della società stessa. E’ colpa, soprattutto, del rifiuto della responsabilità, che ha investito qualunque campo delle nostre esistenze. Invece di diventare più responsabili, e dunque più “politici”, lo siamo diventati sempre. Manchiamo del coraggio che occorre per mettere al mondo un figlio pur vivendo nella società del presunto benessere. Ed è colpa nostra soprattutto perché abbiamo abbandonato la politica a sé stessa e adesso ci lamentiamo di come essa abbia abbandonato noi.

E questo ci riporta all’inizio del discorso, alla volontà politica. La posizione degli italiani sull’immigrazione è opposta ed incoerente, perché solo così può essere. Perché accettare l’immigrazione o rifiutarla non è un fatto razionale, tecnico-scientifico, demografico. E’ qualcosa che riguarda gli aspetti più irrazionali dell’essere umano, riguarda le identità collettive, la morale, la visione del mondo di ognuno di noi. E’, insomma e semplicemente, una questione di volontà, quella volontà che si traveste da necessità tecnica, da giustificazione razionale, per paura della responsabilità.