Correva un tempo dove la politica era fatta da grandi uomini, intellettuali, militari, filosofi e tutto ciò che aveva in animo uno spirito di minoranza elitaria. Non tutta la classe dirigente del 900′ (e potremmo andare ancor di più in ritroso nel tempo) poteva essere considerata all’altezza dei ruoli che incarnava, ma mediamente si basava su una composizione davvero dei “migliori” del suo tempo. Si fatica quasi ad paragonare la classe politica odierna con quella del passato, esiste un divario incolmabile tra le due. Basta d’altronde osservare i tantissimi casi di incapacità politica attuale: dalla Mogherini arrivando alle attuali dimissioni di Marino. Spesso il problema che si pone analizzando la politica moderna, è un problema di classe dirigente incompetente (e per di più corrotta) da ricambiare. Ma come si è arrivati fin qui? E perché non riusciamo più a sostituire tessuto politico senza perdere qualità?

Analizzando il 900′ osserviamo come l’elitismo era il fondamento della vita politica: una teoria eretta sul principio minoritario, secondo il quale il potere è sempre legato ad una minoranza. Questo perché la totalità della massa porta con sé il caos e la più totale disorganizzazione e quando la stessa massa cerca di organizzarsi non può che farlo grazie a individui ristretti che plasmano tale collettività, cioè l’elite. Arrivare al potere, sia da parte dei liberali che dei socialisti, è un percorso costituito da gerarchizzazione e da ruoli dirigenziali che per forze di causa maggiore costituiscono minoranze elitarie. Dunque non si può sfuggire alla necessità dell’ordine, facendo un balzo temporale, anche il Movimento 5 Stelle ha al suo interno tra i parlamentari un elite auto-formatosi e ne è una testimonianza il Direttorio.

Ma se l’elites necessariamente devono esistere, questo vuol dire che ancora oggi hanno un ruolo nella società. Perché allora esse non rappresentano più i “migliori”, ma anzi sono covo di mediocrità? Tornando ancora una volta indietro nella storia c’è stato un momento in cui gli individui hanno preferito i soldi al potere. La sfera politica è stata surclassata da quella economica e tecnologica. Oggi le vere elites sono quelle economiche e tecniche ed in effetti sono quelle che governano la società. Uno esempio è il linguaggio economico e tecnico che via via nel tempo diventa sempre più ermetico e  chiuso, tanto che si è costretti a rivolgersi per forza a quelle minoranze che padroneggiano quel lessico; in effetti i politici non potrebbero fare nulla senza i burocrati grigi all’interno del Parlamento. Il potere politico non crea più appetito nei soggetti che vogliono essere minoranza organizzata, perciò il parlamento è, direi grossolanamente, cimitero delle virtù: creatività, fatica, audacia sono qualità che appartengono ormai all’imprenditoria e al mondo della tecnica. La classe politica è vuota di potere effettivo e i soldi sono ormai lo strumento primo per controllare la massa. Questo fa si che la sfera tecnica e quella economica sono al di fuori delle regole propriamente democratiche, in definitiva esistono ora elites fuori controllo e molto più difficili da sostituire.

L’elitismo in politica è mutato in partitocrazia, minoranze autonominate da se stesse inclini a mantenere il loro ruolo prosciugato di potere. Non c’è più il cammino dell’individuo da massa a elite, cioè dal basso verso l’alto, ma da minoranza allargata (partitocrazia) a minoranza ristretta (classe dirigente). Viene fatta fuori quella scrematura iniziale che consentiva mediamente l’approdo dei, ancora una volta, “migliori”. Quando il potere politico si riapproprierà dell’organizzazione della massa, le elites italiane torneranno tra i banchi dirigenziali.