“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”, afferma Cicerone nel De Oratore. Una citazione abusata e ridotta al proverbiale “Historia magistra vitae”, una semplificazione utile da recitare come mantra anche di fronte all’assurdo. La venerazione ciceroniana della storia che emerge dall’aforisma è probabilmente esagerata, ma il proverbio estrapolato è ancora più aprioristico, più impositivo. La storia ci insegna ed è sacra, irrinunciabile, un’insegnante autoritaria da ascoltare. Non deve nemmeno insegnare in realtà, deve solo essere intoccabile. Così in nome della magistra vitae si può celebrare l’autoreferenzialità, il rito ormai svuotato di significato. In questi giorni si celebra ovunque il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, un ricordo per fortuna lontano e pressoché privo di significato attuale. Il sangue che ha bagnato il suolo si è asciugato, non c’è più lo spettro di un’imminente guerra fratricida europea. Molte sono le manifestazioni e le parate delle forze armate, tanto che viene spontaneo chiedersi il significato di questi esercizi. Chi si pone questa domanda, anche con il massimo candore e senza intento polemico, viene immediatamente scomunicato, si ricordano i caduti e gli eroi che hanno perso la vita per difendere la patria, gli si risponde. Più utile sarebbe forse ricordare la stupidità e l’irresponsabilità di Salandra e Sonnino, ma di questo si dice poco o nulla. Firmare patti segreti non è criticabile, né oggi come allora (vedi TTIP). Non facciamo processi alle intenzioni, ma quello sfoggio di patriottismo del passato è forse inutile (a meno che non si tema ancora l’invasione degli austriaci). Il glorificare l’eroismo bellico contro un nemico ora nostro amico non sembra molto coerente. Alla fin fine, tuttavia, è una mostra innocua, è un anacronismo socialmente accettato e vogliamo considerarlo come una genuina memoria critica di quei fatti, un monito per far si che cose simili non si ripetano mai più.

Cosa si può dire invece del corteo di Casapound a Gorizia? Andiamo con una serie di citazioni dal comunicato dell’evento direttamente dal loro sito: “dalle trincee un esempio per rinascere”, “risorgi, combatti e vinci”, “esempio ideale di chi, in quelle trincee, sacrificò se stesso per il bene del proprio popolo”. Va ripetuto, non vogliamo fare i processi alle intenzioni, né stroncare per principio un’iniziativa che si propone, fra le altre cose, come stimolo per ridiscutere del lavoro, ma a cosa serve tanta retorica bellica? Non sono un’interpretazione i toni militareschi e il lessico di guerra. Quale esempio possono darci i morti che hanno insanguinato l’Isonzo? Possono mostrarci una resistenza atroce per una causa in cui, forse, non credevano più, dopo averne vissuto gli orrori. Dopo le trincee una dittatura e un secondo conflitto mondiale non sono esattamente l’esempio di “rinascita” più solido. L’ideale cavalcato sembra proprio quello di un cittadino soldato gonfio di retorica bellica, tanto che il “celebrare il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia” sembra quasi una festa, più che un doloroso spettro della storia. Pindaro ci ricorda che la guerra piace a chi non l’ha mai vissuta, tanti volontari ebbero modo di cambiare idea dopo l’entrata in guerra nel ’15 (come testimoniano le strazianti poesie di Ungaretti). Per nostra fortuna godiamo dell’ignorare un conflitto così sanguinoso per i nostri connazionali oggi, solo non ce ne rendiamo conto. Ad ogni modo il corteo si è svolto senza intoppi, nonostante l’anticorteo (ormai diventato una moda, in barba ai sacri e intoccabili principi democratici della libertà di espressione): va auspicato che a simili parole non seguano mai fatti.