Che fine ha fatto Renzi il rottamatore? Che ne è stato del giovane e rampante sindaco di Firenze, quello che sfidava la vecchia politica, deciso a farne una volta per tutte tabula rasa? Dov’è finito l’uomo che doveva chiudere definitivamente con la seconda repubblica e accompagnarci nella terza? Difficile dare una risposta a queste domande. L’otto dicembre scorso sono stati due anni da che egli salì alla guida del partito democratico (per l’occasione papa Francesco ha indetto un Giubileo Straordinario), e di quell’uomo sembrano essersi perse le tracce.

Quel giovane di belle speranze che dalla sua Leopolda tuonava contro i vecchi colonnelli della politica, quell’audace ragazzo che, in un’Italia nauseata dagli scandali di un berlusconismo ormai al tramonto, prometteva di demolire a picconate i vecchi schemi del gioco politico semplicemente non c’è più. Al suo posto un quarantenne stanco, fiacco, imbolsito. Imborghesito e ingrassato. Un uomo che ha tanto predicato e che poi si è ritrovato a razzolare male, malissimo, una volta adagiatosi sui morbidi e comodi divanetti dei salotti del potere. Un bulletto in preda a umori uterini, che non accetta alcuna forma di critica al proprio operato, e si diverte dal palco del suo stanco one man show a far votare ai suoi amichetti il peggior titolo di giornale dell’anno. Un politico trincerato dietro a una faraonica scorta di decine di automobili, ben diverso dal pischello che nei primi giorni di mandato sfrecciava allegramente per piazza Colonna a bordo  della sua smartina.

In questi giorni, mentre va in scena l’ennesima triste vicenda che coinvolge il suo governo, davvero ci si chiede dove sia finito quell’uomo, e a cosa si sia ridotta la sua rottamazione. Con la figuraccia di Banca Etruria più che nella terza repubblica sembra di essere ripiombati nella prima, o nei tempi più bui del berlusconismo. Un ministro che salva la banca del genitore, in cui è anche impicciato il padre del Primo Ministro, faccenda sulla quale poi finisce a indagare un PM che è consulente dello stesso governo coinvolto nello scandalo. Un conflitto d’interessi al cubo che si estende a macchia d’olio e che non si sa bene dove inizia e dove finisce. Di buono per la ministra Boschi c’è che in questo frangente è stata rivalutata un po’da tutti: se in effetti in molti prima di quest’affaire la consideravano alla pari di un inutile soprammobile di bella presenza, una specie di incompetente valletta muta del governo, adesso si sono ricreduti. Perché in effetti la ministra, almeno a farsi i cavoli suoi, è capacissima. Ma aldilà di ciò, questa storia sa di tutto tranne che di nuovo.

Dove sta infatti la rottamazione tanto sbandierata dal Renzi dei tempi che furono? C’è davvero stata? La risposta a ben guardare è sì, la rottamazione renziana ha in effetti avuto luogo, ma da quel gran capovolgimento generazionale e valoriale che prometteva di essere, si è ridotta a un misero cambio della guardia al potere, un banale ringiovanimento della classe politica. L’ex sindaco ha semplicemente rottamato la vecchia dirigenza (e nemmeno del tutto), sostituendo le vecchie cariatidi con aitanti giovani di bell’aspetto. Con la sua ascesa Renzi ha abbassato notevolmente l’età media dell’esecutivo, formando il governo più giovane della storia della Repubblica, con un’età media di appena 47 anni. Questo è stato il suo merito, se un merito può esser considerato. Un’operazione di maquillage, una spruzzata di profumo e una passata di cipria per nascondere la realtà, distrarre l’attenzione dei cittadini dal fatto che dietro a quel rinnovamento anagrafico e formale non ha avuto luogo alcuna rottamazione sostanziale e morale. Quella che egli ha venduto come rottamazione è stata solo un’operazione per dissimulare la sua smodata sete di potere, mezzo per soddisfare la sua ambizione e permettergli di intraprendere la sua personale scalata al comando, mascherando il tutto come rinnovamento.

Dopo due anni di renzismo in Parlamento si continua, oggi come ieri, a fare le stesse identiche porcate, solo che a farle sono altri, più giovani di 20 anni. I clientelismi e i favoritismi non hanno minimamente abbandonato i palazzi della politica; l’inciucio e la corruzione continuano a essere praticati con disinvoltura. Facce nuove, stesse vecchie (e pessime) abitudini. D’altra parte cosa rappresenta di nuovo un governo che scende a patti con Berlusconi, icona della vecchia politica degli ultimi 20 anni; un governo che pur di salvare le proprie poltrone si cala le braghe al punto da accettare l’aiuto di ceffi del calibro di Denis Verdini; un governo che salva le banche di amici e parenti vari? Assolutamente niente di nuovo. Solo un triste copione già visto.