Scrivere un coccodrillo non è mai facile, farlo uscire prima della constatazione del decesso ancora meno. Eppure, scorrendo rapidamente qualche dato sullo stato di salute della sanità pubblica in Italia non si può che udire il triste rintoccare della campane a morto. Ad incidere l’ascesso ci ha pensato, more solito, una direttiva europea, la 104/CE, per la precisione, risalente all’ormai lontano 1993. Recepita con l’usuale calma col D.lgs. 66/2003, la sua attuazione è stata rimandata bipartisanamente per ben due volte, sia dal Prodi II che dal Berlusconi II. Alla fine col cerino in mano è rimasto il povero Renzi (d’altra parte, la figa almeno una volta doveva toccare anche lui) e ad arrampicarsi sugli specchi con gran stridore d’unghie la sua fida alfieressa Lorenzin.

Non che la norma di europea sanzione sia particolarmente stringente in realtà, giacché si limita a fissare ciò che il senno di qualunque dirigente ospedaliero dovrebbe già cogliere di suo: un medico stanco è un medico che lavora male. Non è un caso che il 30% degli errori evitabili in corso di procedure chirurgiche avvenga a fine turno. Dunque il limite di 48 ore settimanalie almeno 11 ore di riposo consecutivo ogni 24 ore. Peccato che, come hanno fatto notare i medici che hanno incrociato le braccia il 16 dicembre scorso, l’applicazione effettiva della norma causerebbe il collasso del servizio sanitario nazionale.

Sono infatti almeno dieci anni che i vari governi che si sono susseguiti hanno imboccato la strada diametralmente opposta. Un blocco del turn over feroce ha limitato spietatamente le assunzioni e nonostante il sempre più frequente ricorso ad assunzioni estemporanee, tramite contratti a termine o addirittura a prestazione, mascherati da finte partite iva, i turni sono diventati massacranti. Se il sistema non è ancora imploso è stato infatti grazie all’enorme sforzo di volontà e al sacrificio del personale sanitario, che ha compensato i tagli limitando i disservizi. Ora pare essere arrivato il redderationem.

Il ministro Lorenzin parla di 6mila assunzioni nel 2016. Metà dei posti consisterebbe però nella regolarizzazione di personale precario, che de facto era già impiegato, per gli altri si ricorrerà nell’immediato a contratti a termine flessibili (paradossale), per poi regolarizzare anch’essi il più velocemente possibile. Il problema, come al solito, sono le coperture. La spesa è stata stimata dal Consiglio dei Ministri tra i 300 e i 350 milioni di euro, che si dovrebbero recuperare dai “famosi” risparmi dovuti alle centrali d’acquisto e ai limiti imposti alla medicina difensiva (che facilmente si trasformeranno in un semplice taglio delle prestazioni). Peccato che le regioni non presenteranno un piano assunzioni congruo con le nuove esigenze che a febbraio, e che la stessa quantificazione dei risparmi futuri appare decisamente difficile. Per fortuna che c’è Renzi, che tutto risolve.

Ci sarebbe, infine, da fare un’analisi di lungo periodo sul futuro della sanità pubblica italiana e della professione medica in Italia, e il quadro che ne uscirebbe non sarebbe confortante. Volendo fare giusto un abbozzo, ci sono un paio di dati che dovrebbe fare fortemente riflettere che dovrebbe occuparsi di programmazione non esclusivamente economica del settore. Il primo è che in Italia non si formano abbastanza medici. Ogni anno se ne laureano tra i nove e i diecimila. Peccato che i posti in specialità siano circa cinquemila, e che un medico non specializzato non possa fare molto più che le guardie mediche. Questo è un collo di bottiglia talmente evidente che è impensabile che nessuno se ne preoccupi e provveda in qualche modo, anche a costo di non retribuire gli specializzandi (prassi che ci è già costata una sanzione europea).

Il secondo dato è che solo una percentuale ridotta di chi riesce ad entrare in specialità può sperare in un impiego a tempo indeterminato nel settore pubblico. Infatti oltre duemila medici l’anno, dato notevolmente peggiorato dalla crisi, decidono di emigrare. Questo per il Paese è un problema grave. Formare professionalità costa, regalarle costa ancora di più.

Il terzo dato è che circa la metà degli oltre duecentomila medici italiani ha più di 55 anni. Quando andrà in pensione la generazione del baby boom, potremo essere certi che la voce “personale” occuperà solo una piccola percentuale delle spese sanitarie, perché non avremo abbastanza medici da assumere.