di Alessio Sani

Un Indro Montanelli già attempato, interrogato sul futuro del Paese, ebbe modo di affermare: “vedo un grande futuro per gli Italiani, ma nessuno per l’Italia”. Per cercare di trovare una spiegazione alle sue parole può essere utile interrogare il passato e chiedersi, ad un secolo di distanza, come è cambiato il Paese. Lo spirito e la mentalità di un popolo che vorrebbe meritarsi l’appellativo di sovrano vengono forgiati dal tempo e dalle sfide che la Storia gli pone davanti, e il Novecento è stato sicuramente un banco di prova fondamentale. Il primo tratto di continuità individuabile è la tendenza del potere ad autolegittimarsi: nonostante il passaggio dalla monarchia alla repubblica, la volontà popolare è spesso messa in secondo piano. Lo storico Luigi Salvatorelli non ebbe difficoltà a definire colpo di Stato la decisione del Re di respingere le dimissioni del Governo Salandra: fu dunque Vittorio Emanuele III, incurante di un Paese a maggioranza neutralista, a dare agli Italiani la loro prima grande esperienza collettiva. Oggi, i governi non eletti continuano a susseguirsi con la scusa della crisi.

Il secondo tratto di continuità importante è la condizione di minorità socio-economica e soprattutto politica nella quale l’Italia si trovava e si trova nei confronti delle grandi potenze del tempo. Nel mondo degli Stati-nazione l’Italia era arrivata con colpevole ritardo: giovane nella sua storia unitaria, erano giovani anche le sue industrie e le sue infrastrutture e ancora più fragile appariva il tessuto sociale, composto in larga parte da contadini ed analfabeti. Il peso internazionale era minimo. Oggi, l’immobilismo pubblico, incapace di affrontare le grandi sfide della globalizzazione, e la deindustrializzazione ci pongono nella medesima condizione. Molto diverso era però il modo in cui l’Italia affrontava la situazione. La società civile del 1915 mostrava un notevole dinamismo, sia economico, che demografico, che politico. Gli anni del Governo Giolitti furono segnati da una costante e consistente crescita economica, la neonata scuola pubblica, pur tra mille difficoltà, si radicò, i diritti dei lavoratori, anche grazie al crescente peso del Partito Socialista, iniziarono a trovare spazio. Dal punto di vista demografico, l’emigrazione era ancora un fattore notevole, eppure tassi di natalità e di mortalità in netto miglioramento consentivano all’Italia di essere un Paese giovane non solo come storia.

Dal punto di vista culturale e politico, comune alle due Italie era la sfiducia nel sistema parlamentare, segnato dal trasformismo e dalla corruzione. Eppure, di nuovo molto differente era la risposta. Se oggi quasi la metà degli Italiani pensa di rifugiarsi nell’astensionismo, allora quello per la politica era un demone diffuso. Le idee socialiste si erano radicate da decenni specialmente tra i bracciati della Val Padana, dove gli scioperi erano all’ordine del giorno, ma erano anche gli anni del Futurismo e del nazionalismo, che da fenomeno d’élite stava penetrando nella nascente classe media urbana. Era un cocktail esplosivo che aspettava solo di incontrare l’assuefazione alla violenza che la Guerra avrebbe portato con sé per deflagrare. La tragicità di quei momenti è innegabile, tuttavia quell’Italia era un Paese vivo.

E qui torniamo all’affermazione di Montanelli. Vi sono infatti due tratti salienti della personalità del popolo italiano che non fanno ben sperare nel futuro. Il primo è il rapporto conflittuale con lo Stato tipico della cultura contadina. Secolari esperienze negative lo hanno ben insegnato: diffidare delle istituzioni sempre e comunque, perché il potere chiede sempre due cose, soldi e uomini, e dà ben poco in cambio, al fante-contadino dell’epoca come al borghese-ex contadino di oggi. Il secondo è il labile rapporto col concetto di Patria. Scrisse a riguardo Mario Mariani: “Al plotone sono arrivati due specie di soldati: quelli per cui la patria era il borgo e tutt’al più la provincia – risultato di dieci secoli di schiavitù – e quelli per cui la patria era il mondo – risultato di cinquant’anni di predicazione evangelica internazionalista”.

L’Italia del 1915 seppe andare oltre i propri limiti, pur tra mille difficoltà, dissidi e contrasti, e di fronte ad una prova immane seppe misurarsi con sé stessa. Oggi, Matteo Renzi che dice ai giovani startuppers italiani della California “non vi chiedo di tornare, vi chiedo di restare qua e di cambiare il mondo” è l’emblema della resa. Al di là della retorica risorgimentale, una comunità politica nasce nell’auto-riconoscimento e vive nella capacità di essere il centro di sé stessa. Forse aveva ragione Montanelli.