Su Twitter è già stato creato l’hashtag #LeggeAmmazzaWeb, ma notizie su questa norma si possono trovare anche sul più generico #LeggeBavaglio, perché mettere un tappo alla libera espressione sul web è proprio quello che mira a fare. Si tratta della proposta di legge C3139, già approvata dal Senato e votata alla Camera il 12 settembre. Oggetto: disciplinare il tema controverso e scivoloso del cyberbullismo. In un periodo in cui la Neolingua governativa ha sostituito la ricchezza linguistica italiana con l’essenzialità di quella anglosassone – per cui usando l’esotico “JobAct” si può far riferimento a temi cruciali per il Paese, distraendo con l’esoticità del termine dalle drammaticità della situazione lavorativa italiana – cerchiamo di chiarire cos’è il cyberbullismo. Dalle fonti più accreditate si apprende che il termine cyberbullying, creato da un educatore canadese, si intendono quegli atti aggressivi, prevaricante o molesto compiuto tramite strumenti telematici che hanno come vittima un minore.

L’uso indiscriminato e incosciente della rete e in particolare dei social network, ha portato a un proliferare di questi casi, di cui, proprio grazie al clamore mediatico, siamo sempre più a conoscenza. Era un po’ che se ne parlava, e il dramma della trentunenne Tiziana Cantone, suicidatasi perché non più capace di reggere l’onta mediatica, ha sconvolto tutti. Del suoi video se n’era parlato tantissimo e non solo sui social network: le principali testate giornalistiche avevano dedicato all’argomento articoli piccanti, in grado di appassionare il lettore e catturarne l’attenzione. Di quelle notizie che potrebbero benissimo rimanere circoscritte al luogo e ai personaggi più o meno direttamente coinvolti, ma non si sa perché assurgono a rango nazionale.  Potremmo disquisire appassionatamente per ore sul ruolo della comunicazione attuale, la crisi del mondo giornalistico e la bassa qualità dell’informazione, soprattutto in un momento in cui la vendita dei giornali “tradizionali”, intesi sia in formato cartaceo che multimediale, sono in grande crisi, mentre blog e testate indipendenti stanno prendendo il sopravvento. Ma torniamo a quella che dovrebbe essere approvata come legge sul cyberbullismo.

Si tratta di una proposta avviata già da tempo e che, proprio a fine luglio, mentre tutti pensavamo alle vacanze o eravamo scossi da qualche tremendo attentato, ha riportato delle modifiche al testo originario davvero draconiane. Quella più clamorosa e sostanziale è che nella casistica di cyberbullismo non deve più rientrare necessariamente un minore. Chiunque può esserne vittima. E questo basta per capire lo snaturamento e la sopravvenuta inappropriatezza della normativa. Inoltre, la definizione di cyberbullismo è stata ampliata e rientrerà nella fattispecie “l’aggressione o la molestia reiterate, a danno di una o più vittime, anche al fine di provocare in esse sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione ,ecc.”, sia essa attuata attraverso “atti o comportamenti vessatori, pressioni e violenze fisiche o psicologiche (…) offese o derisioni, anche aventi per oggetto la razza, la lingua, la religione, l’orientamento sessuale, l’opinione politica, l’aspetto fisico o le condizioni personali e sociali della vittima.” La pena, per chi si macchierà di questo crimine, sarà durissima: oltre al sequestro del computer e degli altri dispositivi mobili, il testo prevede la pena della reclusione da uno a sei anni, anche per chi usa “la sostituzione della propria all’altrui persona”.  Quindi niente escomatoge, profili che ricorrono a pseudonimi e personaggi storici o fantasiosi: meglio piegarsi all’ortodossia e al pensiero dominante se non si vuole rischiare di incappare nella stanza 101, quel luogo terribile di annientamento e perdizione in cui finì il protagonista orwelliano che osò mettere in dubbio la Verità.