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La ridicola trattativa inscenata con Bruxelles sui decimali di deficit serve a dare una parvenza di autonomia al governo italiano, un “governo” che ormai, a dispetto del nome, è ridotto al rango di protettorato o di provincia dell’Impero. L’Unione Europea chiede il 2,1% per il 2017, l’Italia il 2,3. Probabilmente l’accordo sarà sul 2,2. E così, con questo finto compromesso, la tecno-oligarchia avrà raggiunto il suo scopo: la continua riduzione annuale del deficit al di sotto del – già molto basso – fatidico 3% indicato dal Patto di Stabilità, in modo da raggiungere l’1,8, previsto per il 2018, che aggraverà ulteriormente la già critica condizione dell’economia del nostro paese. Renzi fa mostra di essere impegnato a strappare un inutile decimale e i media attorno a una simile farsa dipingono un inesistente “braccio di ferro” che non c’è e non c’è mai stato. Il documento sul bilancio che il nostro paese, come tutte le colonie, ha inviato all’Impero centrale, promette una crescita dell’1%, dato assolutamente sovrastimato che, anche se fosse vero, sarebbe del tutto inutile, considerato che una crescita inferiore al 2% (che neanche i più ottimisti oserebbero immaginare) non ha effetti sull’occupazione e che per riportarlo ai livelli del 2007 il PIL dovrebbe registrare incrementi ben più consistenti. Si continua a propagandare la favola dell’“austerità espansiva” e che cioè sia possibile migliorare l’economia pur tagliando spesa pubblica e aumentando le tasse (soprattutto quelle indirette). È divertente che si accusino gli oppositori della UE di essere degli utopisti!

Ma per quale motivo l’Italia dovrebbe tener fede alla ratifica della propria condanna a morte, mentre nel 2011 l’Irlanda ha raggiunto (giustamente e legittimamente!) un disavanzo del 32%? È evidente che l’attenzione della Germania sia puntata sulla Penisola, principale avversario sui mercati internazionali, piuttosto che su altri paesi, i quali (dalla Spagna, alla Francia, al Portogallo) hanno tutti violato sistematicamente il vincolo del 3%. Ma l’interesse principale è la contrazione della spesa pubblica (come Bruxelles non ha mancato più volte di far notare con le sue “bolle” di scomunica) in modo che l’Italia continui a svendere il proprio patrimonio pubblico e a privatizzare importanti aziende. L’attuale governo ha già avviato quella delle Poste e delle Ferrovie e passerà presto a Finmeccanica. Se al referendum sulla riforma costituzionale vincerà il “sì”, il governo toglierà alle Regioni il controllo della distribuzione dell’energia, per privatizzare anche quella. Tutto ciò non darà nessun contributo di valore alla riduzione del debito pubblico, che il terrorismo dei media continua a presentare come un problema allarmante, ma aumenterà il costo per l’utenza che vedrà aumentate le tariffe e peggiorati i servizi quando le multinazionali private subentrando nella gestione cominceranno a “ristrutturare”, “esternalizzare”, “scorporare”, “delocalizzare”, quindi ridurre gli investimenti, per aumentare i profitti.

Il vero problema, il più urgente e drammatico, la disoccupazione, non solo non è scalfito, ma è aggravato da queste politiche suicide. Ci si illude che precarizzando i contratti di lavoro e sostituendoli con i voucher esso possa miracolosamente sparire o attenuarsi. La verità è che finché non saranno attuate politiche pubbliche attraverso un intervento forte dello Stato, in direzione contraria all’attuale follia liberista, non ci sarà la “ripresa” (che i grandi media annunciano periodicamente per poi rimandarla di anno in anno) e proseguirà la distruzione dell’industria italiana e la devastazione del tessuto sociale. Non aiuta, certo, l’effimera polemica dei Cinque Stelle sugli stipendi dei parlamentari e sulle briciole della “casta” che sono i millesimi dei costi dei Trattati e che serve solo a spostare l’attenzione su questioni irrilevanti. Purtroppo continueremo ad assistere impotenti al degradante spettacolo di questi giorni. A meno che non si porrà finalmente al centro del dibattito la necessità dell’uscita dall’Unione europea, il recupero del controllo delle finanze pubbliche e la deprivatizzazione dell’economia.

Alberto Bagnai la tecnica al potere: intellettuali e democrazia al tempo della crisi