Nomina sunt omina, dicevano i latini. E dato per sensato questo precetto, al netto di tutta la filosofia nominalista e rigurgiti medievali di sorta, il caso sollevato ieri dalla pubblicazione sul Fatto Quotidiano di alcune intercettazioni scottanti del generale Michele Adinolfi, a colloquio con Matteo Renzi e con altri potentati del PD, appare in luce nuova. Sì, perché dalle registrazioni dell’allora comandante interregionale della Guardia di Finanza emerge nettissimo un dato: nell’ultima parte della presidenza di Giorgio Napolitano (il secondo mandato straordinario come Capo dello Stato) un ruolo chiave fu rivestito dal figlio di quest’ultimo, Giulio. E Giulio è un nome di antichissimi presagi, da Divo a Divo, per così dire: da Cesare ad Andreotti molta Storia si è intrecciata intorno a personaggi con questo nome. Chiaramente è solo un pretesto per approcciare la faccenda: ma vediamo cosa c’entra il figlio di Napolitano con la storia politica degli ultimi anni.

Il giornalismo italiano a Giulio ha già dedicato qualche spazio, sia per un naturale interesse nei confronti del background familiare di uno dei presidenti più longevi e interventisti della storia, sia per un certo coinvolgimento con il potere che il ragazzo Napolitano, classe 1966, mostrava di avere già in anni passati. Così Il Giornale riassumeva il suo curriculum qualche mese fa (tanto per sapere di chi parliamo): «Il cognome, diciamo, può aiutare. Spesso, però, può essere ingombrante, un ostacolo per chi sceglie, come ha fatto Napolitano jr, strade diverse da quelle paterne, non la politica ma la giurisprudenza, l’accademia. Bisogna dire che, nonostante l’ingombro del cognome, Giulio Napolitano se l’è cavata benissimo. Anche se i soliti invidiosi mettono bocca pure su questo. Perché l’università dove Giulio Napolitano è ordinario di Diritto pubblico, l’ateneo Roma Tre, è anche nota come «l’università dei Ds», e perché lo storico rettore Guido Fabiani è cognato di Giorgio Napolitano, avendo sposato la sorella della moglie Clio. Dunque, lo zio di Giulio Napolitano, brillante docente dell’ateneo. Collega, tra l’altro, di sua cugina, Anna Fabiani, figlia del rettore (nel frattempo diventato assessore della giunta Pd della Regione Lazio). E allora? Se uno è bravo non va preso solo per il cognome che porta?» chiosa ironicamente il collega del Giornale.

« “Ha fatto parte di varie commissioni di studio e di indagine presso ministeri ed enti pubblici”, riassumono le biografie. Incarichi importanti fin da subito, come quando nel 2003, poco più che trentenne, diventa consulente legale della giunta comunale di Roma, guidata da Walter Veltroni. In effetti non può distrarsi un attimo che lo nominano in qualche comitato, board , commissione. Nel 2007 Nomisma, società di consulenza bolognese fondata da Romano Prodi, deve scegliere il nuovo comitato scientifico, chi chiama a farne parte? Napolitano jr, ma anche Filippo Andreatta, cioè Andreatta jr, economista e vicepresidente della fondazione Arel, quella di Enrico Letta. E proprio la fondazione lettiana fu galeotta per l’amore sbocciato tra Napolitano jr e l’attuale ministra Marianna Madia (ora renziana, ma all’epoca lettiana). Diverse le foto che li ritraggono insieme nella tribuna vip dell’Olimpico, per seguire la amata Lazio, o sulla spiaggia di Capalbio, ritrovo della sinistra potentona romana».

La storia non andò bene, e Giulio evitò di diventare figlio di presidente e marito di ministra (un ego poco sviluppato avrebbe potuto capitolare). In effetti, però, stare nell’ombra al giovane Napolitano non sembra dispiacere: tirare i fili in silenzio e senza troppo darlo a vedere (sebbene il solito Luigi Bisignani ne abbia narrato le uscite in macchina dal Quirinale a bordo di un’auto donata dalla FIAT e riconoscibile per i cerchioni tricolore). Veniamo alle intercettazioni rivelate ieri. Quella in cui emerge il ruolo chiave di Giulio Napolitano incorre tra Michele Adinolfi e Dario Nardella, allora vicesindaco di Firenze ed oggi erede di Renzi sul seggio più alto di Palazzo Vecchio. Dice Adinolfi a Nardella: «Giulio oggi a Roma è tutto o comunque è molto. Giusto? Tutto, tutto… e sembra che… l’ex capo della Polizia… Gianni De Gennaro e Letta ce l’hanno per le palle…» Per le palle? Ma come si esprimono i potenti italiani quando si credono in privato? Continua Adinolfi: «Non è normale che tutti sappiano che bisogna passare da lui per arrivare». Invece, con buona pace del generale, è normalissimo che un uomo di novant’anni si affidi al figlio per completare il lavoro. Forse è meno normale che un Paese non sia riuscito allora ad eleggere un presidente un po’ più giovanotto.

Chi a questa conclusione ci era arrivato, al solito il più veloce di tutti, era stato Renzi, del resto già Rottamatore d’Italia. Il quale, nell’altra parte delle intercettazioni pubblicate ieri dal Fatto, discuteva col solito Adinolfi della successione di Napolitano al Colle. L’idea dell’allora fresco segretario del PD era semplice ma geniale: togliere di mezzo Enrico Letta da Palazzo Chigi e posizionarlo al Quirinale, a prendersi gli onori e firmare ogni cosa. Un nemico silenzioso avversava però l’idea dell’enfant terrible della politica italiana: la Costituzione. Enrico Letta, avendo solo 46 anni, non aveva ancora l’età per subentrare a Napolitano. Dice Renzi: « L’unico problema è che … bisogna aspettare agosto del 2016. Quell’altro non c’arriva, capito? Me l’ha già detto. […] Quell’altro 2015 vuole andar via e … Michele mi sa che bisogna fare quelli che… che la prendono nel culo personalmente… poi vediamo magari mettiamo qualcuno di questi ragazzi dentro nella squadra… a sminestrare un po’ di roba». Quelli che la prendono nel culo? Che finezza, che bellezza.

Più educato e letale il giovane Napolitano, che in seguito alla pubblicazione delle intercettazioni ha scritto al Fatto: «Il Fatto Quotidiano di oggi riferisce di una conversazione da taverna fra una serie di persone, da me mai frequentate, le quali, per spiegare il loro mancato ottenimento di vantaggi e nomine sostengono che ciò sarebbe dovuto al fatto, risibile e assurdo, che io sarei “ricattato” o “ricattabile”. Nei nove anni di presidenza di mio padre ho sempre assunto un profilo pubblico e professionale volutamente in disparte, rifiutando moltissimi incarichi che anche indirettamente avrebbero potuto riverberarsi negativamente sulla attività e la immagine del presidente della Repubblica. Tant’è che i commensali, nei cui confronti valuterò le azioni da intraprendere, non riescono ad evidenziare un solo fatto, evento, provvedimento che in qualche modo mi avrebbe favorito. Rimane una domanda di fondo: come sia possibile che conversazioni manifestamente irrilevanti, per la loro forma e il contenuto, siano potute entrare nella carte di un procedimento penale che riguarda tutt’altre vicende e da qui diffuse ad arte. Ma si tratta di malattia antica che va ben oltre il maldestro tentativo di gettare fango sulla mia persona». Pulito, efficace, degno di suo padre. E del suo nome.