di Francesco Colaci

Ci sono novità sul caso Cucchi.  “Gravi violenze psico-fisiche, è un caso di tortura”; è quanto riportato nell’indagine elaborata dall’associazione Medici per i diritti umani. In essa sono descritte tutte le fasi che hanno caratterizzato il decesso della vittima. Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani di Palazzo Madama, afferma che soltanto da pochi giorni è iniziata l’analisi psicologica dei danni subiti dal ragazzo.

Trattasi, oramai, di una questione la cui risoluzione è ancora difficile da intravedere, sia per le ambiguità espositive degli imputati, sia per l’emblematica lentezza procedurale che contraddistingue il sistema giuridico italiano. Eppure, vi sono delle novità abbastanza rilevanti inerenti alla vicenda, le quali potrebbero finalmente far luce su aspetti ancora tralasciati. L’indagine medica, condotta in maniera indipendente dalla suddetta organizzazione Medici per i diritti umani, suggerirebbe l’ipotesi per la quale la morte del 32enne Stefano Cucchi sia stata determinata dalle violenze subite al momento dell’arresto, verificatosi sette giorni prima del decesso, avvenuto il 22 ottobre 2009. Secondo il senatore democratico Luigi Manconi,  rispetto alle perizie precedenti, il rapporto in questione ricostruisce in maniera approfondita le fasi di agonia che avrebbero preceduto la morte del romano Cucchi, evidenziando soprattutto le forti ripercussioni psicologiche cui il mal capitato sarebbe stato sottoposto. Lo stesso Manconi ha affermato: “Speriamo che vi sia finalmente la possibilità di fornire delle risposte adeguate alle troppe domande rimaste inevase. Soprattutto, rimane ancora da stabilire per quale motivo, durante le prime 24 ore del fermo del giovane, la procura abbia trascurato il fatto”. Non sarebbe dunque una coincidenza che la Procura di Roma, in occasione del processo in Cassazione del prossimo 15 Dicembre, abbia incluso, nel registro degli indagati, quattro carabinieri, dei quali tre risponderebbero di lesioni aggravate, mentre il quarto di falsa testimonianza. La corte d’appello di Roma, in seguito alla sentenza del 31 Ottobre 2014, ha ordinato l’assoluzione di tutti gli imputati, tra i quali figurano quattro medici (condannati per omicidio colposo a un anno e quattro mesi) e un primario condannato a due anni di carcere.

Nell’elaborato prodotto dall’associazione dei medici, si è riscontrato che probabilmente l’aggressione a Stefano Cucchi si sia verificata nel periodo che intercorre fra la perquisizione domiciliare e la chiamata del 118 effettuata alle 4 30 del mattino dai carabinieri nella caserma Tor Sapienza. La novità dell’indagine fondamentalmente risiede in due elementi. In primo luogo, sarebbero avvenute ulteriori aggressioni nei confronti del 32enne, determinanti per il decesso, a differenza delle esigue sostanze stupefacenti rilevate nel cadavere della vittima. Ciò è stato confermato dagli esami tossicologici, i quali avrebbero per l’appunto smentito l’ipotesi di un fattore overdose. In secondo luogo, si può affermare che le violenze subite da Cucchi abbiano scatenato una grave reazione psicopatologica post-traumatica, i cui sintomi sono stati caratterizzati da un’eccessiva diffidenza e chiusura nelle relazioni sociali, tale da condurre il soggetto a una forte diminuzione dei beni alimentari e a una drastica perdita di peso. Da ciò si può evincere come vi sia un filo logico che unisce l’aggressione, il trauma psichico e la sindrome di inanizione.

I Medici per i diritti umani denunciano che le violenze subite dal giovane siano configurabili come una situazione di vera tortura, un insieme di trattamenti crudeli ed inumani secondo i criteri di riferimento della Convenzione delle Nazioni Unite. Queste convinzioni sono rafforzate dalla recente collaborazione di due carabinieri, i quali avrebbero offerto il proprio aiuto nel collaborare con i ministeri e l’avvocato Fabio Anselmo e denunciando, inoltre, la stesura di falsi verbali d’arresto.

Casi come il su citato di Stefano Cucchi suscitano indubbiamente indignazione e rabbia per il compimento di gesti crudeli. Tuttavia, vicende come queste celano un male ben più profondo: una patologica indifferenza delle istituzioni italiane nel monitorare l’inaffidabilità di non pochi individui all’interno degli organi di Difesa dello Stato, accompagnata talvolta da una tacita complicità istituzionale nel coprire queste impunite figure. Sebbene le circostanze fossero diverse, non è difficile ricordare gli orrori e i pestaggi ingiustificabili commessi nella caserma di Bolzaneto e nella Scuola Diaz  durante il g8 di Genova del 2001: episodi in cui ancora una volta sono stati rilevati casi di tortura e ambigue coperture dei vertici. Alla luce dei fatti appena descritti non si può che trarre una conclusione: la coscienza civile italiana e il senso di giustizia, elementi necessari per il funzionamento di una repubblica, risultano essere il miraggio di un’oasi democratica nel deserto di un’illegale ipocrisia.