di Carlo Cerutti

La votazione per l’elezione di tre giudici della Corte costituzionale, da parte del Parlamento in seduta comune, nonostante gli accorati e ripetuti moniti delle più alte cariche dello Stato ad accelerare il procedimento, ha mostrato per un anno e mezzo un Parlamento gravemente impossibilitato ad esprimere i suoi rappresentanti alla Corte costituzionale, compromettendo seriamente il funzionamento e l’efficienza di quest’ultima. Non si è trattato soltanto di un ritardo nell’integrazione di un quinto dell’organico della Consulta, costretta ad operare (i) a ranghi ridotti, (ii) a ridosso del suo quorum costitutivo, (iii) con una straordinaria concentrazione di potere in capo al suo Presidente, il cui voto prevale in caso di parità, e (iv) in mancanza di tre giudici su cinque di nomina parlamentare, ossia “monca della gran parte della sua componente più legata alla sovranità popolare” (v. Giacalone, D., Paralisi costituzionale, in http://blog.rubbettinoeditore.it). In gioco c’è stato soprattutto un ritardo nell’individuazione libera e responsabile, da parte del Parlamento, delle personalità più idonee per competenza, esperienza, onestà, imparzialità, autonomia e indipendenza a rivestire il ruolo di giudice della Consulta. Questo è quanto si evince dal primo intervento del Presidente della Repubblica in merito: “Mi auguro che il Parlamento provveda, con la massima urgenza, a questo doveroso e fondamentale adempimento, a tutela del buon funzionamento e del prestigio della Corte Costituzionale e a salvaguardia della propria responsabilità istituzionale”.

Fermo restando che una vicenda tanto delicata e complessa solleva naturalmente una molteplicità di interrogativi, uno fra tutti, a mio avviso, va emergendo con crescente chiarezza: nella rappresentanza politica, come concepita dall’art. 67 Cost., il mezzo predisposto è congruo rispetto al fine perseguito? Tale articolo, derivato dalle costituzioni della rivoluzione francese e recepito in tutti gli ordinamenti giuridici moderno-occidentali, prevede: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

A termini di Costituzione, la rappresentanza politica è formata da due elementi, teleologico e strumentale. Il fine è che ogni membro del Parlamento rappresenti la Nazione, cioè agisca nell’interesse del popolo e non di altri (corpo elettorale, circoscrizione elettorale, elettori, promotori, partito politico, gruppo parlamentare, categoria, clientela, gente o persona). Il mezzo è che ogni membro del Parlamento eserciti le sue funzioni senza vincolo di mandato, cioè essendo vincolato alla propria coscienza (scienza e volontà) e non ad un mandato.

Che il fine debba essere la rappresentanza della Nazione non è più in discussione dalla nascita dello Stato moderno. La questione, diversa, della congruità del mezzo rispetto al fine in dottrina non è stata fino ad oggi particolarmente approfondita. Un riflesso di cioè conservato negli Atti dell’Assemblea Costituente, dove la disposizione sul divieto di mandato imperativo fu votata senza discussione e contro la volontà dell’on. Grieco, secondo il quale: “[…] i deputati sono tutti vincolati ad un mandato: si presentano […] alle elezioni sostenendo un programma, un orientamento politico particolare. Con l’aggiunta proposta dall’onorevole Mannironi si favorirebbe il sorgere del malcostume politico” (2. Sc., pag. 223).

Nel caso di specie, i parlamentari hanno votato quasi sempre secondo le istruzioni di qualcuno (e non certo del corpo elettorale), anziché secondo la propria coscienza, venendo meno allo spirito della Costituzione. Quindi, il divieto di mandato imperativo –come previsto dall’on. Grieco –rischia di produrre proprio quegli effetti per evitare i quali è stato introdotto. In ogni caso, la crucialità della questione e la suscettibilità del mezzo di essere variamente e gradatamente modulato in funzione del fine suggeriscono di prendere in considerazione l’ipotesi di una riforma dell’istituto.