Visionando il video, si nota in effetti che quelle parole sono uscite da dentro spontaneamente; nulla di preparato, nulla di scritto o meditato, Roberto Vecchioni ha solo fatto uscire un suo personale sfogo, che è comune a quello che molti palermitani ogni giorno dicono all’interno della loro auto mentre percorrono la circonvallazione di Palermo: “Chi città di merda, chi schifu, nun si po mancu caminari”.

Il cantante mentre prende a racchette in faccia la Sicilia, ha negli occhi il tragitto in auto compiuto tra l’aeroporto di Punta Raisi ed il centro del capoluogo siciliano, ma a differenza di un comune pendolare palermitano, Vecchioni ha avuto una platea in cui poter dire pubblicamente il proprio sfogo; ebbene sì, percorrere la circonvallazione di Palermo vuol dire provare mille sentimenti contrastanti: ansia, in primo luogo, nervosismo per il traffico, stupore nel vedere come i palermitani (contraddicendo ogni logica scientifica e metafisica) in una strada a due corsie per senso di marcia riescano a volte a creare quattro file di auto e prima degli imbocchi dei sottopassi degli svincoli della circonvallazione si ha la sensazione di ritrovarsi all’interno del mercato storico del Ballarò.

Quindi si può ben capire cosa ha provato Vecchioni a bordo dell’auto che lo ha portato presso la facoltà di Economia dell’Università; si tratta di uno sfogo, forse, e nulla più e probabilmente è stata l’amplificazione mediatica di un’insofferenza comune a tutti coloro che per sventura in questo momento sono costretti a percorrere chilometri nelle strade siciliane. Se Vecchioni fosse stato invitato per un convegno ad Agrigento, probabilmente il video del suo discorso sarebbe stato intervallato da non pochi bip per esempio, visto che avrebbe percorso due ore di auto intervallate da qualcosa come sette semafori per via dei lavori sulla statale di collegamento tra le due città.

Però lo sfogo di Vecchioni è un’occasione persa per il cantante; vedere con quanta foga un milanese va ad esprimere la sua personale delusione per un’isola gestita male ed amministrata peggio, è a tratti commuovente. Una foga che pochi siciliani mettono, una verve che denota un sentimento di reale affetto verso l’isola e di frustrazione per le condizioni con cui l’ha trovata. Ma per l’appunto, il siluro sporco e maleodorante che ha poi lanciato, ha fatto perdere una grande occasione a Vecchioni di lasciare una traccia nella sua fugace visita palermitana; al fianco di un sincero sfogo e di una sincera costernazione, ha unito il più bieco e provinciale modo di esprimere un concetto e tutto è caduto e scaduto nel classico errore di valutazione effettuato da chi giudica la Sicilia da oltre lo stretto.

Sono davvero in pochi, e sono sempre i più grandi, a capire che la Sicilia non si può giudicare senza averla vissuta e senza viverla da dentro; la terra di Trinacria, proprio perché contraddittoria e proprio perché così tremendamente disgraziata, non può essere giudicata da un solo aggettivo: la bandiera siciliana è rossa e gialla, la maglia del Palermo è rosa e nero, al fianco al nero della cenere dell’Etna, c’è subito l’azzurro del mare catanese, la Sicilia ha tanti colori vista dall’alto, ma solo vivendoci dentro si capisce che alla fine è il dualismo a prevalere in ogni particolare. Vecchioni accanto alla merda, doveva mettere qualcos’altro; lì avrebbe dimostrato di avere quella sensibilità intellettuale degna di molte delle sue canzoni. Il cantante è incappato nello stesso miserabile errore di chi, in buona fede, tenta di dare una spiegazione razionale ad una terra che di razionale ha ben poco; in poche parole, anche Vecchioni parlando dell’isola è caduto nella trappola della semplificazione.

Troppo facile semplificare, ma anche troppo poco per uno come lui; la semplificazione, seppur figlia di uno sfogo plausibile e comprensibile, allontana sempre lo sguardo dal vero nodo del problema e dalla realtà dei fatti. Lungi, da siciliano, dal voler fare vittimismo ed anzi pronto ad ammettere i tanti mali che affliggono il carattere siciliano e della Sicilia, il ‘merda’ di Vecchioni nasconde però tanti elementi che vale la pena mettere nero su bianco.

In primis, in quel ‘siete un’isola di merda’ si celano le differenze tra il carattere siciliano e quello milanese: fatalista (schifosamente fatalista, anzi) il primo, mentre molto più orientato al marketing del proprio territorio il secondo. Un siciliano all’estero parla male della Sicilia, un milanese a Palermo prende per merda la Sicilia: è questa la sottile differenza tra i due popoli di fatto, con il siciliano pronto a rincarare la dose sui malanni della propria terra (sotto forma di lamentela sterile e non di costruttiva protesta), con il milanese invece pronto a ‘vendere’ ciò che di buono ha la propria città. Stringi stringi, poi non è così difficile vedere che tra Palermo e Milano le differenze sono spesso molto stereotipate che reali: le ‘ndrine lombarde influenzano la capitale economica d’Italia quasi con lo stesso peso con cui cosa nostra influenza Palermo, il senso di sicurezza che si ha a Milano è di gran lunga inferiore rispetto a quello che si ha nel capoluogo siciliano, mai nessun abitante al di qua dello Stretto però oserebbe andare nel capoluogo lombardo e far notare ai milanesi i propri problemi a suon di ‘merda’.

In secondo luogo, sfugge ancora una volta il perché spesso non ci si chieda da dove derivano i malanni della Sicilia; c’è un anello mancante in tutti i discorsi semplificatori che terminano con ‘terroni’ o ‘merda’: si riconoscono le bellezze naturali, si riconoscono le bellezze artistiche, si riconosce il fatto che le città siciliane fino a 164 anni fa erano culla del Mediterraneo, poi cosa è successo? Improvvisamente i siciliani sono diventati mafiosi, terroni, disprezzanti del lavoro e del bello? Improvvisamente i siciliani hanno avuto voglia di lasciare la propria terra ed emigrare in giro per il mondo? Domande che non ci si pone, inspiegabilmente; domande le cui risposte invece sono chiare e rinviano ad un dato: la prima emigrazione di massa dalla Sicilia è datata 1863, due anni dopo l’invasione (annessione democratica a suon di referendum, pardon) garibaldina e piemontese. Evidentemente, da 164 anni la Sicilia è sotto un dominio politico che volutamente o non volutamente non consente l’emergere delle più feconde energie dell’isola; del resto è impossibile pensare che di punto in bianco i siciliani siano diventati un ammasso di imbecilli incapaci o che si stiano prendendo un periodo di riposo dopo essere stati al centro della storia per due millenni. Non c’è nulla di complottista o di vittimista nel dire tutto ciò: evidentemente la Sicilia non ha retto il passaggio da uno Stato organizzato sul modello dei Borbone ad uno invece messo in piedi su altri principi sociali ed economici, è lo stesso motivo per cui le regioni della ex Germania Est piangono emigrati e disoccupati dal 1990.

Come terzo spunto invece, colpisce una frase specifica con cui Vecchioni anticipa la ‘merda’: “Non comprendo come un popolo siciliano, così intelligente, si butti via così. Mi dà un fastidio immenso”. E’ vero, dà fastidio a tutti quei siciliani che sperano nel riscatto dell’isola: è una rabbia, è un’ira focosa che Vecchioni è riuscito a captare e che riguarda tutte quelle volte che si vede un siciliano partire, un siciliano suicidarsi dal tetto di un’università perché non raccomandato, un siciliano spegnere il telegiornale mentre si parla di Messina senz’acqua o di un nuovo viadotto crollato. Ma questo, lungi dal voler scadere nel ‘mal comune mezzo gaudio’ (altro male provinciale tipicamente italico), è un problema non solo siciliano ma anche milanese, torinese, di tutta Italia insomma e di tutta Europa. Quelle europee, sono popolazioni vecchie con pochi giovani, sono fiacche ed imbottite di bieco e cieco consumismo; nonostante il vecchio continente abbia palesemente perso sovranità, nessuno alza un dito.

La popolazione siciliana subisce anche tutto ciò, ma con una differenza sostanziale: qui fino al 1970 si lavavano i panni con la pila, si viveva dentro i ‘curtigghia’ di origine araba dei centri storici e  si andava in osteria tornando dalle campagne e si comprava ‘a cridenza’ il cibo per sfamare i figli. Poi i siciliani hanno scoperto la Democrazia Cristiana, il posto fisso, lo stipendio a fine mese, le lavatrici ed i frigoriferi; insomma, se fino a Reggio Calabria il processo di imborghesimento della società è stato graduale, in Sicilia è stato un fiume in piena improvviso che ha ammaliato e travolto tutto e tutti e che ancora oggi rischia di cancellare ogni peculiarità. E’ forse per questo che si appare un po’ più seduti degli altri, è per questo che scendono giù autentiche pile di merda, è per questo che il popolo siciliano presta il fianco a stereotipate semplificazioni; tra colpe proprie ed altrui, tra amorose incazzature ed odiose provocazioni, gira e rigira la Sicilia (comunque la si voglia vedere) è solo una terra occupata, tutto qua. Se non si comprende come mai è svanito tutto l’oro, non si può poi scendere a Palermo per gridare che tutto è una merda.