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«N
essuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti».

 

Questa che sembra essere una verità extratemporale, tanto ovvia quanto sacrosanta, è invece stata scritta solo “recentemente”, nero su bianco e in maniera inequivocabile, nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, art. 3 per l’esattezza. Perché è così importante ricordarlo? Perché sempre più spesso, trovandosi a parlare dei vari problemi che affliggono il nostro paese, ci si dimentica che appena tre anni fa l’Italia fu condannata proprio dalla Corte Europea, per aver violato tale articolo su descritto . Il problema delle condizioni in cui versano le carceri italiane è molto più serio di quanto in realtà non si pensi o non senta: le metodologie di emarginazione sono un chiaro aspetto di come uno Stato affronta alcuni suoi problemi, ma che di fatto essi vengono risolti in una pura scissione tra criminale e contesto sociale, tra quella che è considerata “malattia” e quello che è considerato “corpo sano”.

Spesso il criminale viene trattato proprio come un cancro: asportato fisicamente da un contesto reputato “sano”, che lui stava danneggiando, e rinchiuso in un sistema “altro”, lontano dalla dimensione sociale. Tale visione del crimine è purtroppo un retaggio culturale lasciatoci dal vecchio (nemmeno tanto in fin dei conti) pensiero positivista, secondo il quale il soggetto che ha commesso materialmente il crimine è il solo e unico responsabile dell’azione compiuta, motivo per cui va estirpato e poi “distrutto” prima che rechi ulteriori danni. Ma le maniere in cui un uomo può essere “distrutto” sono parecchie: dalla violenza fisica a quella psicologica, dalla violazione del proprio spazio personale alla mancanza di adeguate necessità primarie. Tutto questo era possibile trovarlo nelle carceri del Regno, proprio all’indomani dell’Unità d’Italia. Dalle parole di Vincenzo Padula, Persone in Calabria (1864) :

«Le prigioni di Cosenza bastano appena a 500 prigionieri e nondimeno al momento ne contengono 897. Manca a quegl’infelici l’aria da respirare, il luogo da muoversi, sono legati a mazzi, come i dannati dell’inferno, gli uni agli altri sovrimposti come fasci di fieno. La facilità onde si procede agli arresti, i papaveri che nascono sugli umidi e polverosi processi fanno che il numero dei prigionieri invece di scremare monti ogni giorno. È un male che non si deplora nella sola Cosenza, ma in tutte le provincie»

Il problema delle carceri fu discusso ampiamente anche in un discorso, tenuto da Togliatti alla Camera dei Deputati, circa quarant’anni dopo la denuncia di Padula, dove quelli che dovevano essere solamente degli istituti di reclusione, venivano apostrofati come “ammazzatoi” e “cimiteri dei vivi”. Col tempo, e soprattutto con la ricerca in ambito antropologico, psicologico e sociologico, si è giunti alla consapevolezza che un crimine è frutto di vari aspetti, non tutti imputabili direttamente alla persona condannata: gli aspetti economici, sociali e culturali in cui è cresciuto tale individuo e quelli in cui si trovava nel periodo in cui ha compiuto il crimine, il tessuto sociale in cui si è trovato costretto a vivere la propria quotidianità, e altri problemi derivati più dalla società che direttamente dal singolo. Tutti questi motivi hanno trovato espressione nel 1947, precisamente nell’articolo 27 della nostra Costituzione, in cui oggi è finalmente possibile leggere:

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»

Non più punire, ma rieducare. Viene sottolineata, in tal modo, la priorità dell’essere persona prima che criminale, aprendo quindi alla possibilità di un ritorno alla società, e non chiudendo con un definitivo distacco da essa.

Dibattito tra Michel Foucault e Noam Chomsky sull’idea di giustizia e il suo rapporto con la civilizzazione in cui si sviluppa
Ma tutto questo, oggi, a distanza di quasi sessant’anni, avviene effettivamente? Uno dei primi dati di cui bisogna tener conto quando si parla di condizioni carcerarie è il tasso di sovraffollamento. In Italia, i posti regolari riservati ai detenuti sono di poco superiori a 45mila, eppure, nel 2009 la percentuale di affollamento era, in media, del 147%. Solo nel carcere di Lamezia Terme, nel 2010, la percentuale si attestava intorno al 276,7% (più di 27 persone occupano il posto che era destinato solamente a 10 di loro). Questi che sembrano essere solo numeri evidenziavano una situazione di immenso disagio e richiedevano immediato aiuto. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato e lo dimostra anche il XII rapporto stilato dall’Associazione Antigone che da circa trent’anni si occupa proprio delle condizioni in cui versano i nostri luoghi adibiti alla reclusione e alla rieducazione: dal 147% si è passati al 108, il che non significa che tutto è stato risolto, dato che l’istituto di Latina registra ancora una percentuale altissima (192,1) e si parla ancora di meno di quattro metri quadri a testa, ma che sicuramente qualcosa si è mosso. Ma quello dello spazio non è ovviamente l’unico problema: vi sono anche delle gravi mancanze sociali, nonché psicologiche.

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Se nell’Ordinamento Penitenziario (legge 354/75) il lavoro penitenziario è «elemento fondamentale del trattamento e strumento privilegiato di reinserimento sociale», di fatto, si può notare come questa dimensione sociale non venga sufficientemente tenuta in causa, dato che, tra il 2006 e il 2011 i fondi che lo Stato italiano stanziava per le “mercedi” sono andati diminuendo sempre più drasticamente. Come può dunque essere garantita la salute di un detenuto se gli viene a mancare lo spazio personale e viene minata la sua persona sociale? Ma forse questi non sono ancora i dati più preoccupanti dato che si è tralasciato il discorso sulla violenza fisica e psicologica cui ogni giorno i detenuti sono costretti a scontrarsi. Volendo trattare solo i casi presi in carico dal servizio sanitario interno alle carceri, circa un quarto delle persone detenute manifesta gravi forme di disturbo psichico; quindi quasi non stupisce se si parla di suicidi all’interno delle carceri. E quando si trattano tali argomenti è giusto specificare che le morti vi sono sia tra i “cattivi”, i detenuti, sia tra i “buoni”, ovvero il personale adibito alla sicurezza all’interno del penitenziario; perché quando si parla di qualità all’interno di questi istituti non si sta parlando solamente di atroci criminali, violenti assassini e pedofili seriali, ma si tratta anche di dare una speranza a chi ha commesso uno sbaglio e intende veramente pagare; si vuole garantire la migliore qualità di vita possibile anche a chi, per lavoro, è costretto a viverle ogni giorno le difficoltà carcerarie; ma soprattutto si deve dimostrare che sia lo Stato, sia il sistema carcerario in sé, sono i primi a rispettare le regole che tanto difendono.

Disagi psichici, sociali, casi di autolesionismo e suicidi sono argomenti troppo forti perché ci si volti dall’altra parte, come se tutto ciò accadesse lontano da noi solo perché voltiamo lo sguardo. Purtroppo la verità è che solo l’anno scorso, nel 2015, ci sono stati più di settemila casi di autolesionismo tra i detenuti, mentre quarantacinque persone hanno deciso di togliersi la vita e tra loro vi sono anche due poliziotti – ma solo l’anno prima, nel 2014, i suicidi nella polizia penitenziaria sono stati 11 – piuttosto che continuare quello che doveva essere solamente un percorso riabilitativo. E allora viene spontaneo chiedersi: quali sono le condizioni in cui versano i detenuti se alla prospettiva di un reintegro sociale preferiscono la morte? Ma forse la risposta è più semplice se togliamo la variabile “reintegro sociale” e inseriamo al suo posto la certezza di una disumana tortura. Perché forse la verità è questa sola: «C’è un’altra violenza. Reiterata, parcellizzata, diversificata. Aumentano quei comportamenti delittuosi che da tempo avrebbero dovuto rientrare in un’unica fattispecie: la tortura », una tortura di fronte la quale l’uomo scompare, a volte anche fisicamente.