La notizia è di qualche giorno fa e, sebbene decisamente poco trascurabile, non ha suscitato lo stesso clamore mediatico del bidone rifilato dalla Raggi a Malagò. La procura regionale per il Lazio della Corte dei conti ha contestato a Morgan Stanley ed ad alcuni dirigenti del ministero del Tesoro un danno erariale di oltre 4 miliardi di euro. La contestazione arriva nell’ambito dell’inchiesta che i magistrati contabili stanno conducendo per determinare i motivi della chiusura improvvisa di sei contratti in derivati finanziari siglati tra la banca americana e via XX Settembre, verificatasi tra il Dicembre 2011 e il Gennaio 2012 in piena tempesta spread.

Secondo la procura laziale, per l’interruzione anticipata di quei contratti, il ministero dell’economia sborsò 3,1 miliardi alla Morgan Stanley  compiendo un’operazione “inefficiente“, che potrebbe aver causato una pesante diminuzione patrimoniale per la collettività. Anche nell’ormai lontano 2012, la notizia del sostanzioso rimborso a beneficio della banca d’affari statunitense era passata in silenzio con l’eccezione di Orazio Carabini che ne parlò su “L’Espresso” definendolo un “super regalo” mentre i media nazionali più influenti erano troppo impegnati a celebrare la copertina del Time dedicata a Mario Monti per poter domandare al suo governo le ragioni di quell’operazione. I magistrati contabili hanno proseguito gli accertamenti istruttori nonostante il Tribunale di Roma avesse disposto l’archiviazione su un’indagine riguardante la stessa vicenda.

Nella richiesta di archiviazione avanzata dal collegio per i reati ministeriali, è stato ricordato come la chiusura anticipata e, dunque, il rimborso elargito dalle casse statali fossero da ritenersi legittimi in virtù di una clausola prevista al momento della stipula dei sei contratti. Questa clausola, come spiega chiaramente un documento della Corte dei Conti: […]prevedeva, quale causa di risoluzione anticipata, il superamento di un limite prestabilito dell’esposizione creditizia della banca d’affari nei confronti della Repubblica Italiana, variabile in funzione del livello di rating. Al verificarsi di tale evento la banca d’affari aveva il diritto di chiedere la riduzione dell’esposizione creditizia al di sotto del limite[…].  Circostanza che, effettivamente, si è verificata nei giorni caldi del governo Monti quando, appellandosi al declassamento subito dal Belpaese da parte di Standard & Poor’s, Morgan Stanley ha rivendicato il suo credito nei confronti dello Stato italiano.  L’onorevole Buonanno, in un’interrogazione al Parlamento europeo, segnalò l’ombra del conflitto d’interesse dietro l’operazione dal momento che la Standard & Poor’s, secondo il leghista scomparso, era controllata da una società – la McGraw Hill Financial – di cui la banca americana era socia. Dal canto suo, la Morgan promette di volersi difendere strenuamente e bolla, tramite le dichiarazioni del portavoce Mark Lake, come “infondata” la rivendicazione della Corte dei Conti.

La notizia dell’indagine dei magistrati contabili laziali invita ad una riflessione più generale sulla diffusione della finanza derivata nella pubblica amministrazione. Negli anni Novanta governi centrali ed enti locali hanno fatto ricorso ai prodotti derivati sperando di rintracciarvi una fonte di risanamento per i bilanci disastrati. Essi, tuttavia, rivelandosi per ciò che sono ovvero investimenti ad alto rischio, hanno finito troppo spesso per dissanguare le già esangui casse pubbliche. Nonostante ciò, ancora nel 2015 Palazzo Chigi ha scelto, tramite la Commissione accesso agli atti amministrativi, di non rivelare il contenuto dei contratti siglati dal Tesoro con le banche d’affari come quello costato oltre 3 miliardi ai contribuenti italiani e per il quale la Corte dei Conti ipotizza si sia trattato di danno erariale.