Come ogni estate, la questione del caporalato torna fra le prime pagine, lasciando dietro di sé una lunga scia di vittime e di angoscianti episodi di schiavitù lavorativa. Come si può facilmente ricordare, nella sola estate del 2015 ben tre braccianti sono morti nei campi del territorio pugliese, contribuendo ad accrescere la fama della produzione agricola in nero, preceduta soltanto dal traffico di droga e dalla vendita di armi. Si tratta di una vera e propria rete di sfruttatori e sfruttati, parallela alle aziende “pulite”, la quale agisce pressoché indisturbata nella conduzione delle proprie attività, senza che lo stato disponga dei mezzi legali sufficienti per intervenire e fronteggiare la malavita agricola.

Per questa ragione, la Camera del Lavoro e i sindacati scendono in piazza da decenni, domandando di ottenere un solido appoggio istituzionale di fronte a un fenomeno tutt’altro che in decadenza, ovvero, la schiavitù di lavoratori immigrati e italiani. Negli ultimi anni, la risposta del mondo politico si è rivelata positiva, tuttavia non ancora sufficiente per contrastare gli atti criminali dei caporali. Le solite parole commoventi non potevano mancare, prive di traduzione in un pragmatismo concreto. Le classi dirigenti del Sud Italia, come spesso accade, tendono una mano ai bisognosi da un lato, strizzano l’occhio alla mafia e ai potentati economici dall’altro. Risulta decisamente più comodo occuparsi di fatti inerenti all’ordinaria amministrazione, anziché andare a rovistare in ambiti pericolosi e inquinati.

Di fronte a questa situazione di lassismo e indifferenza, la Cgil ha deciso di rispondere attraverso un incontro fortemente improntato sull’unione delle numerose forze presenti nella galassia dell’associazionismo sociale e politico (sindacati, Arci, Legambiente ecc…), stilando insieme ad esse un elenco di dati utili a comprendere il punto della situazione. Si parla di ben 400mila lavoratori coinvolti nel giro del caporalato, il cui giro d’affari risulta intorno ai 17 miliardi di euro, cifra che non apporterà certamente dei benefici al mondo della legalità. Questa autentica macchina di produzione prevede che i braccianti lavorino in condizioni climatiche inaccettabili, per una paga di 30 euro al giorno, dal momento che un terzo dello stipendio viene detratto dai datori di lavoro, i quali razionano anche cibo e acqua. L’associazione “Progressi”, come altre organizzazioni no-profit quali la salentina “Diritti a Sud”, raccoglie centinaia di testimonianze di lavoratori sfruttati, i quali mantengono l’anonimato per timore di minacce e ritorsioni.

L’iniziativa organizzata dalla Cgil ha avuto, come obiettivo, la pubblicizzazione della campagna “Stop al caporalato” e il lancio di una petizione per l’approvazione rapida del disegno di legge 2217, il quale prevede la lotta allo sfruttamento agricolo e al lavoro nero, attraverso la confisca dei beni delle aziende penalmente responsabili, l’indennizzo delle vittime e l’arresto in flagranza di reato. Al fine di sperimentare un primo modello istituzionale di lotta contro la mafia del caporalato, la Federazione Lavoratori AgroIndustria (Flai) ha deciso di avviare una collaborazione con la Regione Puglia, con l’allestimento della “Tenda Rossa”, un centro di ascolto e sostegno, dunque finalizzato all’assistenza e alla tutela dei lavoratori agricoli.

Per rendere l’idea della situazione in cui versano i braccianti, durante l’incontro è stata presentata una mostra fotografica nella quale venivano illustrati alcuni scatti drammatici raffiguranti circa 200 schiavi dell’agricoltura, intenti a lavorare nelle peggiori condizioni igieniche, oltre che a usufruire di ricoveri costruiti con materiali di scarto.

Al di là dell’iniziativa sindacale, sicuramente ragguardevole, è inconcepibile che associazioni e movimenti debbano sopperire a un deficit di iniziativa da parte dello stato, intento a colmare il Pil del Paese, ma certamente non propenso a risolvere i problemi strutturali che lo riguardano. Permettere la crescita di un fenomeno criminale quale il caporalato equivale a favorire l’avvento di un neo-feudalesimo del terzo millennio, dove i contadini lavorano al servizio dei “signori”, privi di diritti e continuamente ricattabili con la forza.