di Alessio Sani

Tra uno sbarco di migranti e l’altro, Matteo Renzi cerca di fare la voce grossa in Europa minacciando il piano B, salvo poi rivelare, preso un due di picche colossale dalla Francia, che il machiavellico piano era fare da soli. Tra uno sbarco di migranti e l’altro, Matteo Salvini urla in televisione che la scabbia e i machete non appartengono al popolo italiano, ma sono machiavelliche invenzioni degli invasori ai quali la Marina fa servizio taxi. Quello che stupisce, quando si tratta un argomento complesso come le migrazioni, è la pochezza degli argomenti offerti da chi dovrebbe rappresentare l’élite di questo Paese, pochezza tale da far rimpiangere i salotti televisivi della Prima Repubblica.

Entrambi parlano alla pancia degli elettori in una perenne mobilitazione dell’irrazionale, paura versus buonismo, eppure esisterebbe un potentissimo strumento a disposizione dell’Umanità che consentirebbe di fare un poco di luce sull’argomento. Scoperto ormai tre secoli or sono, questo strumento è la Ragione. Questa dovrebbe a sua volta ricorrere ad un metodo di analisi la cui creazione è stata uno dei principali meriti del marxismo, il materialismo storico: “la produzione economica e la struttura sociale che ne deriva necessariamente, in ogni epoca storica costituisce la base per la storia politica e intellettuale di quella stessa epoca”. Stando ai dati del Viminale, la grande maggioranza dei migranti arrivati negli ultimi due anni non proviene da aree di guerra, dunque è chiaro che scappano più dalla fame che dalle pallottole. Questo porta la questione su due piani differenti ma strettamente interconnessi: il primo riguarda le cause delle migrazioni e il secondo gli effetti.

Per il primo, ci sarebbe da domandarsi cosa stiano combinando le multinazionali occidentali, e negli ultimi tempi anche cinesi, in Africa. Espropri di terreni, sviluppo di monocolture destinate all’esportazione in luogo delle precedenti colture di sussistenza, sfruttamento indiscriminato del sottosuolo, la lista diventerebbe lunga e apre il grande problema del rapporto tra politica ed economia, con la prima, legata intrinsecamente al territorio, ormai incapace di influire sulla seconda, ormai completamente internazionalizzata. Anche i governi locali hanno la loro fetta di responsabilità: non è difficile immaginare che le mazzette girino facilmente da quelle parti. Ci sarebbe anche da domandarsi come vengano impiegati i vari fondi pubblici destinati alla cooperazione internazionale e quelli privati destinati alle onlus, visto che l’assistenzialismo aiuta più lo status quo che lo sviluppo sostenibile delle economie africane, potenzialmente ricche. Dunque, una buona parte della partita dell’immigrazione si gioca in Africa, e solo indirettamente a Bruxelles, ma questo aspetto della questione sembra appartenere alla dimensione dell’utopia e nessun politico pare pensare ai problemi che l’attuale sistema economico internazionale comporta.

Sul piano delle conseguenze delle migrazioni sui Paesi che le subiscono, è palese che molto dipende dalla portata del fenomeno. E’ evidente che un’immigrazione di massa, in tempi relativamente brevi, e per di più, per usare un eufemismo, scarsamente regolamentata, sia più un problema che una risorsa, a maggior ragione in tempi di crisi. Se il sistema economico non è in grado di assorbire i migranti, è facile che questi vadano ad alimentare la microcriminalità, che per la percezione della sicurezza è fondamentale. Questa istiga paura ed odio, che non aiutano certo la già non facile integrazione di persone che provengono da culture spesso molto differenti da quella autoctona. Soprattutto, questi neo-proletari, che faticano più degli Italiani a farsi riconoscere i propri diritti di lavoratori, entrano in concorrenza con le fasce più basse della popolazione, favorendo lavoro nero e dumping contrattuale, e a lungo termine collaborano inconsapevoli a quel lento processo di erosione dei diritti che il neoliberismo sta portando avanti. Dunque è di nuovo il Capitale internazionale a trarre vantaggio dai migranti, dopo averli spinti a migrare. Ci sarebbero poi due riflessioni necessarie inerenti al concetto stesso di politica e al suo rischio di morte nella società atomizzata contemporanea.

La prima riguarda il significato di comunità politica, in sostanza di Stato. Può uno Stato accettare l’ingresso incontrollato di persone non identificate in nome del principio di solidarietà? Per poter agire politicamente, una comunità deve essere definita, deve avere dei membri ed un territorio, altrimenti diventa incapace di riconoscere se stessa. Soprattutto, deve fare i propri interessi. Se non li fa, scompare la politica. Per cui le istanze solidaristiche non possono esitare nella creazione di cronici serbatoi di semi-legalità o di illegalità tout-court, altrimenti lo Stato cessa di esistere.

La seconda è più sottile, ma porta alla medesima conclusione. La figura antropologica del migrante è di per sé negativa. Ricercare la felicità è un’esigenza intrinseca all’animo umano, ma la si può ricercare da soli o insieme. Che si tratti del giovane italiano che va a cercar fortuna in Australia o del giovane nigeriano che viene a cercarla in Italia, l’individuo che migra è un individuo atomizzato ed apolitico. Si esclude dalla comunità, per disperazione, rassegnazione od egoismo, e rinuncia ad agire politicamente sul territorio. Insegue la felicità invece di crearla, segue i flussi economici invece di dirigerli, perde la possibilità e soprattutto la volontà di agire insieme per il Bene Comune. Giunge a compimento anche il processo di de-responsabilizzazione: come locuste, si devasta un campo per poi spostarsi in quello adiacente, perché impegnarsi quando si può migrare? Dunque, di nuovo, la politica muore e il Capitale ride.