La fase attuale del ciclo economico internazionale non fa certo gridare all’ottimismo, se si considera che gran parte dei problemi di fondo che condussero alla rovinosa recessione del 2007-2008 non sono stati risolti né tanto meno discussi. Se poi ci si concentra sullo scenario europeo, essere pessimisti risulta già un atto di fede. Pochi ricordano che in Eurozona alla grande depressione di dieci anni fa – a cui si rispose in maniera imbecille alzando i tassi di interesse e promuovendo austerità dovunque – è poi seguita la cosiddetta crisi dei debiti sovrani, ipocrisia letterale per non dire coma della moneta unica.

Il nostro paese ha subito in maniera decisiva la seconda tranche dell’altalena finanziaria: potremo dire che il de profundis per la Repubblica è suonato spietato e duro nell’estate 2011. Da allora, e sono già otto anni, abbiamo assistito a una gigantesca riconversione del capitalismo nostrano nelle more dell’esautoramento definitivo della già farsesca democrazia elettorale. In sostanza, i fatti sono questi.

Si sa che noi siamo il paese dei mille campanili e delle centomila rivalità. Se a ciò si aggiunge il fattore della lotta di classe, tutto si complica nel quadro di un già scarso senso collettivo di appartenenza nazionale. In soldoni, il padronato italiano ha da sempre scarsissima considerazione delle classi dominate: l’élite nostrana non crede alle possibilità di un’Italia autonoma, cioè padrona delle proprie sorti. Così come ragionerebbero dei collaborazionisti o dei servi coloniali, i nostri ottimati hanno scelto di mettere in sicurezza le loro rendite posizionali attraverso la svendita della sovranità italiana ai potentati continentali. E’ la teoria del vincolo esterno, teorizzata da Guido Carli senza alcuna vergogna:

La nostra scelta del “vincolo esterno” nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese

Al di fuori di ogni logica democratica, si suppone che l’Italia sia un paese abitato da minorati mentali incapaci di poter scegliere come e perché organizzare la propria società; per fortuna esistono degli aristoi in grado di poter anti-vedere e indirizzare, al riparo dal processo elettorale, tutte le scelte decisive della storia recente. Ecco l’adesione allo SME, ecco il 1992, ecco l’euro.

Incapaci di poter essere altro che parassiti ereditari, i nostri hanno preferito campicchiare piuttosto che fare quello che a parole dovrebbe essere il compito di una classe dirigente e imprenditoriale: innovare, avere prospettive, essere in anticipo sui tempi e comprendere il corso degli eventi. Macché! Guardiamo oggi che cos’è il grande capitale italiano: una massa di volgari succhioni, ignoranti come capre, incapaci di andare al di là di tre frasi fatte imparate a pappagallo e vecchie di trent’anni. Essi hanno consegnato l’Italia ai suoi avversari internazionali per difendere quel poco di rendita che gli resta.

L’insediamento del governo Monti

Guardiamo la dinamica della nostra bilancia dei pagamenti: dalla cura Monti noi abbiamo assistito a un titanico sforzo di riconversione dell’intera economia italiana al fine di poter concorrere alla gara mercantilista come la Germania. I costi sociali di una politica deflazionista export-led sono dati nella cornice di una moneta unica che non permette allo strumento valutario di compiere il suo ruolo naturale: da qui precarizzazione, miseria diffusa, distruzione del welfare. Siamo la quinta potenza esportatrice nel mondo, ma a che prezzo? Perché non si può puntare sulla domanda interna che – e non ci vuole Keynes – è la vera motrice dello sviluppo economico? Perché lo stato non può tornare a compiere un serio intervento infrastrutturale dopo trent’anni di stasi comatosa?

Perché costoro non vogliono. Abbiamo assistito allo squallore dell’ultimo anno giallo-verde, allorché qualunque ridicola fuoriuscita dall’ortodossia europea provocava strali dall’inquilino del Quirinale fino all’ultimo occhialuto di Confindustria. Cos’è il destino di 60 milioni di italiani di fronte al continuo esproprio sociale di nemmeno 150mila zecche parassite?
L’appartenenza al sistema eurocratico risulta quindi una precisa scelta della élite italiana, nel quadro di un generale avanzamento delle forze reazionarie ormai trionfanti nel conflitto capitale-lavoro. La repubblica fondata sul lavoro risulta così essersi ridotta a comitato d’affari di una cerchia di nemici della Patria, i quali non hanno altro business model che la rapina del valore prodotto dai lavoratori.

Pensiamoci un attimo: che cosa vuol dire affidare al privato tutti quei comparti (sanità, istruzione, credito, risparmio, previdenza, assicurazione, infrastrutture, telecomunicazioni, trasporti, energia) che prima rientravano nel perimetro pubblico? Significa permettere alle pompe idrovore del profitto di estrarre continuamente valore dalla nostra esistenza, ridurre quindi le classi subalterne a un enorme esercito di indebitati in servizio permanente. E perché? Perché dall’economico si passa al politico: così si mantiene il dominio di classe, si fortifica la diffusione della falsa coscienza anti-italiana (ce lo chiede l’Europa, la liretta e altre simili amenità) e si finisce per permettere a questo sistema mafioso di prosperare ancora e per sempre.

L’ultimo esempio di ipocrisia? La lotta al contante fatta sull’altare del contrasto all’evasione, misura cosmetica che in realtà nasconde un altro grosso assist alle banche – le commissioni esistono – e un altro immenso esempio di meschinità, considerato quanti miliardi di euro hanno lasciato in silenzio il Belpaese verso lidi più prosaici, quali Lussemburgo o Cayman. More solito, la classe dominante sciala sui resti del paese.

La democrazia parlamentare è quindi vuoto teatro di posa, capace di realizzare le peggiori porcherie trasformistiche senza che nessuno riesca a vedere quanto marcio si sia potuto deporre sull’altare della Patria. In una perfetta manifestazione dell’ipocrisia borghese, chi grida al fascismo e si bea della propria democraticità è in realtà cento volte più criminale e infame del più violento squadrista del ’21, perché si presta per interesse (in pochi) o per completa imbecillità (la gran parte) alla distruzione finale della repubblica italiana per conto di chi, per cupidigia di servire, da decenni tresca contro il sacrosanto diritto della classe lavoratrice a decidere da sé della propria vita.

In conclusione, la consapevolezza della lotta contro i burocrati eurocratici non può essere divisa dalla battaglia contro il nemico interno: guerra di liberazione nazionale e lotta di classe a un tempo. D’altro canto, parliamoci chiaro: i lavoratori e le lavoratrici d’Italia riuscirebbero a far peggio di chi ha preso in mano uno dei paesi più ricchi del mondo riducendolo scientemente a una cloaca desertificata, in balia di stranieri e vili usurai? Crediamo proprio di no.