Il famigerato “canone Rai” non è, come si crede comunemente, una tassa per poter vedere i canali nazionali in chiaro, bensì una imposta che si applica sul possesso di teleschermi (il termine non è casuale, in quanto con esso si comprendono anche i monitor dei personal computer abili alla ricezione del segnale digitale terrestre o satellitare). Esso è sempre stato il tributo maggiormente evaso dai nostri connazionali ma, a partire da quest’anno, tale possibilità verrà ridotta di molto, secondo quanto si sa fino adesso, attraverso un furbesco stratagemma del nostro legislativo: accorpare il dovuto alla bolletta della fornitura elettrica.

Ci si aspetta di pagare una gabella, ridotta a cento euro annui in dieci rate, ma il rischio che questa manovra si dimostri pessima è concreto poiché, se è vero che le chance di evitare il pagamento non sono così alte come in passato, bisogna anche considerare che lo sconto sul prezzo, calcolato per ogni singolo abbonato, potrebbe far paradossalmente incassare alla società una cifra minore rispetto al passato! La radiotelevisione italiana potrebbe, difatti, vedere un gettito fiscale di “soli” 1550 milioni di euro.

“Pagare di meno e pagare tutti” è il concetto, quantomeno encomiabile, che si pone ad essere la ragione di base di questa rivoluzione ma, nonostante questo, la domanda da porsi non è tanto se il cambiamento sia giusto ma cosa debba farci la Rai con tutti quei fondi!

Essendo l’azienda con sede in Viale Mazzini un ente pubblico, dovrebbe essere soggetta ad una precisa disciplina dell’erogazione degli stipendi, conformemente ad una sentenza emessa dalla corte di cassazione, che fissa poco oltre i 250 mila euro annui i compensi dei dipendenti pubblici, dirigenti compresi, e che obbliga alla massima trasparenza per quanto riguarda i cache.

Nonostante questo la società, avvalendosi di un cavillo legale nei codici di disciplina del diritto alla privacy, si è riservata il diritto di non pubblicare dati sensibili riguardo le retribuzioni di parecchi dei suoi volti che si ipotizza percepiscano una rendita regolare ben oltre tale limite.

Sebbene le cifre erogate a sportivi professionisti, come i calciatori, siano da capogiro esse sono formate da capitali privati e proventi degli sponsor ma questo non succede per quelle delle personalità di spicco della televisione di stato: si tratta, infatti, di soldi pubblici che vengono prelevati direttamente dalle tasche dei contribuenti e che, in tutta onestà, potrebbero essere impiegati molto meglio che nel finanziare programmi come “la vita in diretta”.

Il paradosso vero è dunque questo, più che il prelevo forzato di soldi ma, per dirlo con le parole del noto comico e attore teatrale Dario Fo, “lo scandalo è l’alka-seltzer della democrazia”.