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La vicenda descritta da numerosi quotidiani del Sud Italia rimanderebbe l’immaginazione del lettore a un episodio tipico dei Paesi del terzo mondo, avvenuto invece sul suolo italiano. La Slc-Cgil ha denunciato un’azienda di servizi, secondo alcune testate facente capo a Telecom Italia, la quale sfruttava giovani lavoratori retribuiti senza contributi e assicurazione. Le vicende riguardavano esclusivamente l’attività tarantina, per cui la stessa Telecom ha ufficialmente smentito le accuse affermando di non avere alcun rapporto con questa struttura, dunque di essere estranea alla vicenda. A capo del call center vi erano gestori ex dipendenti, un tempo sfruttati in egual misura, che elargivano una paga ai subordinati non superiore ai 2,50 euro all’ora. Si potrebbe tranquillamente affermare che l’empatia non l’abbia fatta da padrona, dal momento che le esperienze negative non hanno addolcito il cuore dei “magnanimi” datori di lavoro tarantini.

Questi ultimi avrebbero avviato la propria attività appoggiandosi, inizialmente, presso il vano dello studio di un commercialista, per poi trasferire l’azienda in un garage senza porte e finestre, accessibile da una saracinesca posta in una strada pubblica. Scenari, questi, non dissimili dai contesti di sfruttamento nei Paesi d’Oriente ed Estremo Oriente, dove le multinazionali (occidentali) ricorrono alla manodopera a basso costo, costretta a lavorare in ambienti malsani e privi di luce. E’ stato poi sufficiente acquistare un software da un’azienda informatica specializzata per poter intraprendere l’onesta impresa commerciale.

Il sindacato, scoperto l’illecito, ha inviato una segnalazione agli ispettori del Lavoro, grazie alle attività svolte da Andrea Lumini, sindacalista Cgil che ha avviato importanti battaglie per la legalità sul posto di lavoro, andando ad intaccare quei micro-cosmi di schiavitù e sfruttamento sempre più comuni nel meridione, con particolari picchi per quanto concerne i call center abusivi nella città di Taranto. In un’intervista, Lumini ha dichiarato che il settore dei servizi telefonici fornisce occupazione a circa 7000 individui nel solo capoluogo tarantino, per cui le situazioni di lavoro precario sono all’ordine del giorno. Inoltre, il dato sconcertante sarebbe consistito nel fatto che il call center avrebbe stabilito una giornata lavorativa di 6 ore sottopagate, accompagnate dalla miseria in cui versava il locale adibito alle attività di telefonia.

Buttare la propria vita in un call center 

Non si tratta di un unico caso, dal momento che già a partire dal mese di ottobre 2015, la Cgil ha ispezionato 134 call center, dei quali almeno 100 sono stati segnalati per situazioni inique sul posto di lavoro, dallo sfruttamento fino al mobbing. Il meccanismo sociale nei confronti dei lavoratori è spietato, dal momento che questi ultimi, nell’intenzione di denunciare i misfatti subiti, rischierebbero di affibbiarsi il “marchio” del dipendente scomodo, rischiando di trovare difficilmente un’occupazione nel proprio ambiente urbano. Ciò spiega per quale ragione siano state esposte solo 13 denunce sui suddetti 100 casi di vero e proprio maltrattamento.

Lumini e il coordinatore Slc-Cgil continuano questa battaglia senza risparmiare colpi agli schiavisti della telefonia: è recente avvenuto un tavolo di discussione tra questi ultimi e l’assessore regionale al Lavoro Sebastiano Leo, al fine di combattere più duramente il fenomeno dei call center clandestini, i quali esercitano un potere spropositato in merito alle “politiche” delle paghe lavorative.

Centinaia di migliaia fra giovani e meno giovani sono impiegati presso aziende preposte al servizio telefonico, i cui contratti mensili o annuali costituiscono un limbo esistenziale, un ostacolo a qualsivoglia progetto di vita futura. Con il ricatto del licenziamento e di un imminente pericolo di totale miseria, schiere di dipendenti sono costrette ad accettare condizioni di lavoro durissime, ma anche umiliazioni di natura psicologica, inerenti alle attitudini personali o allo stipendio di una certa irrilevanza economica. Un ambito, il presente, molto simile al girone infernale del caporalato, dove i meccanismi di sottomissione e sfruttamento rimangono i medesimi, come del resto identica è la cattiva fede dei superiori, in odore di malavita. Andrea Lumini, consapevole della situazione, ha lanciato un forte appello alle istituzioni: “avvertiamo il bisogno di rilanciare la necessità che gli impegni assunti dalla Regione Puglia possano portare a soluzioni efficaci nel più breve tempo possibile. Restiamo accanto a questi lavoratori che hanno il diritto di vedere riconosciuto quanto previsto dalla legge, non solo non si abbasserà la guardia, ma la lotta allo sfruttamento sarà rilanciato con maggiore vigore per debellare questi fenomeni che nulla hanno a che fare con un Paese civile».

L’Italia è preda dell’anarchismo economico liberista di matrice UE, come della malavita, la quale, attraverso attività illecite, guadagna terreno rispetto a uno stato assente, annullando qualsiasi conquista democratica nella storia del movimento dei lavoratori. Se la comunità politica e la società civile non porranno un freno allo stato di cose presente, ben presto i giovani disoccupati meridionali, in assenza di prospettive, dovranno fare i conti con una piaga molto più grande, di stampo anacronistico ma potenzialmente attuale: lo schiavismo.