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Nelle stesse ore in cui l’attacco americano in Siria torna a far spirare venti di Guerra Fredda, forse appare un po’ riduttivo doversi soffermare sulle esternazioni di Flavio Briatore a “Cartabianca”, il programma di Bianca Berlinguer in onda il martedì su Raitre. Durante la diretta, l’imprenditore piemontese ha sostenuto di non capire come 1300 euro al mese possano essere considerati un traguardo e si è chiesto, inoltre, come una persona riesca a vivere con quella cifra. Nonostante l’apparente irrilevanza della questione, queste parole meritano una riflessione in quanto cristallizzano una deriva culturale sempre più marcata nella società italiana. Una deriva che la natura sterile del politicamente corretto riesce ad attenuare soltanto in superficie e che, inevitabilmente, ha finito per insediarsi nelle viscere della società. Sarebbe superficiale derubricare l’asserzione di Briatore a sporadico rigurgito classista. Un approccio più realistico spinge ad interpretarla come espressione pubblica di un pensiero largamente maggioritario fra i nostri connazionali (specialmente fra gli under 50): la realizzazione esistenziale coincidente con il benessere materiale. Questa convinzione, radicandosi, da un lato genera invidia sociale, dall’altro scatena l’emulazione dei modelli considerati di successo. Due esiti che, molto spesso, vanno di pari passo, essendo entrambi frutto della stessa concezione materialistica della vita umana e del mondo.

Il contemporaneo proliferare del fenomeno dei Rich Kids anche in Italia, raccontato anche da un documentario di Raidue lo scorso Settembre, e quello consequenziale dei loro haters, rende bene l’idea dell’origine comune di due comportamenti così apparentemente antitetici. Le vetrine quotidiane dei social dimostrano che il concetto di consumo ostentativo elaborato da Veblen ha conosciuto negli ultimi decenni un allargamento ed un’evoluzione di vaste proporzioni in Italia, esasperando quella che già di per sé era una stortura: se un tempo l’acquisto di beni o la pratica di consuetudini appannaggio di classi più elevate e la loro esposizione pubblica conferiva all’individuo prestigio ed ammirazione, oggi attribuisce al massimo comprensione ed accettazione alla luce di un conformismo sociale esasperante che condanna all’incomprensione e all’emarginazione chi, invece, se ne sottrae. Inevitabile approdo di quella mutazione antropologica degli italiani esplosa negli anni 80 ma che affonda i suoi prodromi nella stagione del boom e su cui ha pesantemente influito il decennio di violenza politica degli anni 70. L’affermazione della società dei consumi sull’onda del miracolo economico riuscì solo parzialmente grazie alla capacità di resistenza delle due più forti culture popolari di allora, quella cattolica e quella socialcomunista. L’esasperata conflittualità sociale e politica della fine degli anni 60 e di tutti gli anni 70, però, contribuì a sbriciolare le difese solidaristiche opposte da queste due tradizioni all’avanzata della febbre consumistica spianando la strada alla “rivoluzione antropologica” degli italiani. Pierpaolo Pasolini si accorse acutamente che quella corsa spasmodica all’accumulazione di beni e servizi sarebbe divenuta il vettore dei virus dell’individualismo della secolarizzazione. All’indomani della vittoria del fronte divorzista nel referendum abrogativo del 1974, PPP scrive:

“Tutti i «valori» reali (popolari e anche borghesi) su cui si erano fondati i precedenti poteri statali, sono così crollati […] I nuovi valori consumistici prevedono infatti il laicismo, la tolleranza e
l’edonismo più scatenato.”

Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro

Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro

Lucidamente, l’intellettuale friulano smonta il trionfalismo comunista per l’esito del voto e vede PCI e DC (e quindi le due culture di cui sono espressione) accomunate da uno stesso destino di sconfitta. Ancora negli Scritti Corsari:

” […] I «ceti medi» sono radicalmente – direi antropologicamente – cambiati: i loro valori positivi non sono più i valori sanfedisti e clericali ma sono i valori (ancora vissuti solo esistenzialmente e non «nominati») dell’ideologia edonistica del consumo e della conseguente tolleranza modernistica di tipo americano. E’ stato lo stesso Potere – attraverso lo «sviluppo» della produzione di beni superflui, l’imposizione della smania del consumo, la moda, l’informazione (soprattutto, in maniera imponente, la televisione) – a creare tali valori, gettando a mare cinicamente i valori tradizionali e la Chiesa stessa, che ne era il simbolo. l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c’è più, e al suo posto c’è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione, del tipo […](modernizzante, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.). […] Ma la reale indicazione [della vittoria del divorzio al referendum] […] è quella di una «mutazione» della cultura italiana: che si allontana tanto dal fascismo tradizionale che dal progressismo socialista.”

La denuncia della rivoluzione antropologica in atto accomuna Pasolini a Paolo VI sebbene il primo parli da una prospettiva marxista mentre il secondo da quella cattolica. Nell'”Octogesima adveniens“, lettera apostolica scritta nel 1971 per l’ottantesimo anno dell’enciclica “Rerum Novarum“, Papa Montini avverte:

“Diffuso dai mezzi moderni d’informazione e dallo stimolo del sapere e di consumi più estesi, il progresso diventa un’ideologia onnipresente[…]La qualità e la verità dei rapporti umani, il grado di partecipazione e di responsabilità sono non meno significativi ed importanti per il divenire della società, che la quantità e la varietà dei beni prodotti e consumati.”

Pasolini da Enzo Biagi
Le parole di Pasolini e di Montini assumono un carattere quasi profetico alla luce di quanto avviene negli anni Ottanta con l’avvento del cosiddetto “Edonismo Reaganiano” (calzante espressione inventata da Roberto D’Agostino ai tempi di “Quelli della notte”) nell’Italia post-contadina e post-industriale. Il distacco dalle forti identità collettive conduce alla rivincita del privato in tutte le sue forme, l’etica del profitto soppianta l’etica del lavoro, l’affermazione individuale viene anteposta all’interesse della comunità. L’Italia scopre di non credere più nel mito comunista, percepisce come sbiadita la propria anima cattolica e reagisce gettandosi fra le braccia di chi l’aveva corteggiata senza sosta nei due decenni precedenti: da qui, quella “cieca sottomissione al puro consumo”, come la definì Giovanni Paolo II, e l’adesione incondizionata ad una vuota ideologia edonistica che banalizza l’essere e punta tutto sull’avere.

L’inesorabile radicamento di questa vuota ideologia ha causato uno stravolgimento nella scala gerarchica dei valori della società italiana al cui vertice si è stanziato stabilmente il profitto economico. Una circostanza che permette oggi a Briatore, dall’alto del suo successo professionale, di ergersi a guru in pubblico e presentare il suo modello sfacciatamente classista come unica ricetta per curare i mali della cosa pubblica. Non più un caso isolato se si pensa agli strali sparati lo scorso settembre in una conferenza dove presentava l’apertura del locale Twiga ad Otranto: in quell’occasione, davanti ad amministratori pubblici attenti a non contraddirlo più di tanto, l’imprenditore criticò lo scenario turistico pugliese per la presenza di “prati e musei” che ostacolerebbero l’arrivo di turisti extralusso. Se la prese, poi, con le troppe “masserie , villaggi turistici, hotel a due e tre stelle” colpevoli di attirare il turismo di chi spende poco lasciando intendere che la possibilità di godersi la bellezza del mare salentino andrebbe lasciata solo a “persone che spendono 10-20mila euro al giorno” e con i sardi che “sanno fare solo i pastori”. Le sprezzanti sentenze di Briatore non solo non suscitano più scandalo né riprovazione, ma trovano nella stampa e nella televisione una rischiosa cassa di risonanza. La frequenza con cui si verificano ultimamente e il parallelo attingere ad un immaginario qualunquista con facili attacchi alla classe politica, lasciano pensare alla preparazione di una futura “discesa in campo” suggerita anche dall’assiduo accostamento alla parabola di Trump. Non va sottovalutata la capacità attrattiva dell’immagine vincente e dell’insidioso paternalismo di Briatore in una società sempre meno cosciente della keynesiana distinzione tra bisogni assoluti e bisogni relativi e in cui non c’è più traccia dell’influenza di quella tensione etica propria delle due “chiese” nazionali novecentesche, quella cattolica e quella socialcomunista.

Lavoro, massificazione e consumismo nell’opera di Thomas Bayrle

Lavoro, massificazione e consumismo nell’opera di Thomas Bayrle

Lo sgretolamento dell’autorità statale e il venir meno della sua azione pedagogica rendono più accattivante il richiamo di questi avventurieri nonostante il carattere antiegualitario del loro modo di agire e di pensare.
A prestargli ascolto, il popolo italiano rischia di risvegliarsi con lo stato d’animo impresso da Vittorio Sereni in “Una visita in fabbrica”: “lieto dell’altrui pane che solo a mente sveglia sa d’amaro”. Merita un’ulteriore riflessione l’invito rivolto ai giovani italiani ad “essere meno teorici” più volte ripetuto da Briatore nel corso del suo intervento alla trasmissione di Bianca Berlinguer. Una dichiarazione che non sorprende e che conferma il riduzionismo tipico del personaggio ma che, tuttavia, permea innegabilmente la fetta maggioritaria della nostra società contemporanea. L’invito ad essere meno teorici dell’imprenditore piemontese non si discosta poi molto dalle numerose uscite improvvide del ministro Poletti sull’argomento giovani (da quella recente sul calcetto fino a quando liquidò come inutile “prendere 110 e lode a 28 anni”) e a quelle di altre personalità pubbliche come l’ex ministro Elsa Fornero o l’ex viceministro Michael Martone. Senza voler cadere nell’aprioristica esaltazione dello studente universitario, è innegabile che questa tendenza diffusa nella classe dirigente, combinandosi con la paura per la precarietà nel mondo del lavoro, rischia di esercitare una pressione che disincentiva i giovani italiani ad investire sulla propria formazione culturale. Dove si vuole arrivare? Forse non è così assurdo trasferire al caso italiano la denuncia fatta dalla scrittrice Laura Lindstedt sulla sua Finlandia:

“Uno spettro si aggira per l’Europa: quello della società classista. Dove la “cultura” sarà il trastullo per gli annoiati figliocci della “bella società” o, peggio, l’alibi per intellettuali inermi e attivisti da tastiera”.

Quelle odiose “incrostazioni classiste” dell’istruzione eliminate nella seconda metà del secolo scorso dopo anni di battaglie, ricompaiono nell’Italia contemporanea e sembrano catapultarla nella realtà aristocratica e paternalistica immaginata da Leo Strauss in “Liberalismo antico e moderno” con due differenziate tipologie di educazione: quella “liberale” riservata alla classe dirigente e quella “religiosa” destinata alle masse cioè inerente alla nuova religione della modernità, quella dei consumi, e funzionale a mantenerle soggiogate. Vale la pena però ricordare a quelli che – come Briatore – non sembrano disdegnare una simile divisione della società e che non fanno nemmeno più mistero delle proprie pulsioni classiste, il monito di Thomas L. Martin: “con la loro fetta di realtà non credano di possedere l’intera torta”.

Scontro frontale fra Diego Fusaro e Flavio Briatore