Le posizioni “pro” o “anti” UE, sostenute dagli attivisti dell’intero Paese testimoniano un drastico cambiamento nella morfologia delle aree politiche tradizionali, sancendo di fatto la progressiva dissoluzione della divisione netta fra “destre” e “sinistre” d’ogni genere. Per quanto concerne il solo centro-destra, infatti, si notano delle fortissime discordanze sulla questione europea. Basti ricordare i discorsi di Angelino Alfano (NCD), da sempre forte sostenitore della causa europeista, alla quale si appella per la risoluzione dei problemi dello stato italiano. Nello stesso tempo, è possibile rievocare la strumentalizzazione salviniana dell’anti-europeismo a fini reazionari, senza l’apporto di validi contenuti a sostegno del “no euro”. Sulle posizioni pro-Brexit si sono espresse anche le frange della destra oltranzista, quali Forza Nuova e Casapound.

Nella galassia progressista, per la gran parte intrisa di uno spirito socialdemocratico e buonista, fino a tempi molto recenti esisteva una quasi totale uniformità di pensiero inerente all’ “europeismo positivo” e funzionante, soprattutto se si fa riferimento a partiti quali il PD o al micro-mondo della sinistra radicale ed ecologica di matrice vendoliana, contesto dal quale non era escluso neanche il vecchio Partito della Rifondazione Comunista. In seguito al fallimento dell’esperimento greco, ove Tsipras rappresentava la speranza di un’Europa più libera e democratica, oltre che un barlume di sovranità popolare, almeno la cosiddetta sinistra marxista, (PRC, neo-comunisti ecc..) ha iniziato a modificare le proprie convinzioni in merito all’analisi del contesto politico-economico internazionale. Sono in corso numerose faide partitiche, soprattutto inerenti alla questione della sovranità monetaria dell’Italia, come dell’ingerenza decisionale delle istituzioni europee.

Dagli ambienti presi in considerazione, emerge un quadro drammaticamente frammentato, caratterizzato da ostilità reciproche fra i militanti di un medesimo schieramento politico, come dai primi segni di una nuova era, quella dell’incertezza sociale collettiva. La tensione non poteva non acuirsi di fronte a un nodo cruciale come la de-europeizzazione della Gran Bretagna, un Paese economicamente strategico e influente nella sfera degli interessi privati e pubblici dell’intera Europa. Al fine di evitare automatismi associativi a noi familiari (UE= euro moneta), è opportuno ricordare la situazione sui generis che investe alcune eccezioni fra cui l’antica monarchia, la quale ha aderito all’Unione Europea, tuttavia senza aderire alla moneta unica. Una mossa all’insegna della scaltrezza e del tatticismo, dal momento che il governo britannico può detenere una certa sovranità economica nazionale, restando con un piede nel vecchio continente, o per lo meno così è accaduto finora. Nonostante quest’opera di prevenzione, la crisi sociale ha lambito e attraversato le coste anglosassoni, generando malcontento nel popolo inglese, sempre più insoddisfatto delle restrizioni del welfare volute dai conservatori. Inoltre, le genti della Gran Bretagna non hanno dimostrato una preparazione forte sul tema Europa, dal momento che non pochi sudditi della Regina Elisabetta temono che un coinvolgimento europeista equivarrebbe all’attribuzione di responsabilità sul piano dell’accoglienza e dell’immigrazione. Non poca campagna dell’euroscettico UKIP ha fatto leva sulla propaganda xenofoba, forse semplificando eccessivamente il contenuto delle ragioni anti-europeiste, di tutt’altro respiro. Oltretutto, è assai scarso, nella popolazione, la dimensione di una motivazione economica fondante per il Brexit. La posizione laburista e progressista è invece nettamente a favore della permanenza nel vecchio continente, sia per i vantaggi commerciali che per un maggiore equilibrio in termini occupazionali.

Se, tuttavia, gli ultimi sondaggi quotavano la possibile vittoria del Brexit, il recente (e misterioso) omicidio della deputata Cox ha smosso gli equilibri, portando “magicamente” i contrari in netto vantaggio: ciò a dimostrazione della debolezza e del bipolarismo culturale dell’opinione pubblica inglese, più sensibile e ingannabile dall’elemento umano, dunque meno incline al fattore logico-razionale.

La medesima reazione è avvenuta in Italia, dove le frange progressiste, di fronte all’uccisione della deputata laburista, hanno sbandierato la necessità di un’Inghilterra europeista (senza però apportare contenuti validi dalla propria), mentre dall’altro lato si opponevano dei fin troppo sicuri partigiani del Brexit, i quali tendono a proiettare lo status economico e sociale italiano sul tessuto strutturale inglese, estremamente differente, specie se relativamente alla situazione monetaria, nonché a un maggiore rapporto d’indipendenza anglosassone nei confronti della Banca Centrale Europea.

Dinanzi all’amletico dubbio sulla validità o pericolo del Brexit, potremmo ideologicamente esprimerci favorevolmente o contrariamente, ma ciò servirebbe a ben poco. Resta invece da comprendere e analizzare la totalità delle possibili conseguenze derivanti da una simile decisione, dal momento che l’Europa, Italia compresa, ne risentirebbero in termini finanziari. Ciò si può evincere dalla composizione della classe dirigente inglese, d’indirizzo attualmente reazionario e fortemente neo-liberista, nonostante una maggiore “lontananza” economica dall’UE. In sintesi, occorre capire se il Brexit costituisca una soluzione anti-autoritaria nei confronti della Troika, oppure un’agevolazione dello stra-potere liberista nel Paese, non più frenato da organismi extra-statali. La risposta sarà probabilmente suggerita dal referendum alle porte.