Se per “giusto processo” intendiamo quel concetto ideale di giustizia che, in virtù del recepimento in Italia dei principi della Cedu, è direttamente collegato ai diritti inviolabili di tutte le persone coinvolte nel processo penale che lo Stato si impegna a riconoscere, vien da chiederci allora in quale misura alcuni di questi principi come la “presunzione di innocenza” siano davvero rispettati all’interno del cosiddetto “processo mediatico”. Quel fenomeno capace di creare una “sorta di giudizio parallelo a quello “ufficiale”, quasi sempre diretto a supportare la tesi della responsabilità degli imputati piuttosto che l’estraneità o l’innocenza“, di fronte ad un pubblico di telespettatori e lettori sempre più incuriosito dai dettagli e assetato di colpevoli. Servizi video sempre più toccanti, accattivanti, aggressivi, fanno da cornice ad inchieste parallele a quelle giudiziarie condotte, nella maggior parte delle volte, dai professionisti della comunicazione e nella costante inosservanza delle garanzie principali di ogni processo penale. Dalle fughe di notizie filtrate per scoop sensazionali ai sempre più comuni trailer giudiziari diretti ad enfatizzare le tesi dell’accusa. Quali sono allora i delicati rapporti tra processo penale e mezzi di comunicazione che oggi meritano di essere analizzati, studiati, discussi?

Il libro “L’informazione giudiziaria in Italia” (Pacini Editore), ovvero il primo libro bianco realizzato in Italia sui rapporti tra stampa e processo penale, analizza sotto il profilo processuale ma anche scientifico, psicologico e sociologico le degenerazioni del processo svolto sui media, attraverso uno studio attento e puntuale condotto su una vasta gamma di articoli selezionati dalle pagine dei giornali più diffusi in Italia. Ne abbiamo parlato con l’Avv. Renato Borzone, attuale responsabile dell’Osservatorio sull’Informazione Giudiziaria dell’Unione Camere Penali Italiane (UCPI).

Può spiegarci quali consegue comporta un processo mediatico che, come spesso accade, non segue il concreto divenire di quello penale?

“Anzitutto è opportuno chiarire cosa si intende per “processo mediatico”. Direi che ci sono due aspetti. Uno è quello dei cosiddetti talk show nei quali viene allestito una sorta di processo parallelo a quello che si svolge nelle aule giudiziarie e che evidentemente è un fenomeno degradante perché, senza conoscere gli atti processuali e sulla base di elementi vacui, voci o testimonianze che vengono raccolte più o meno seriamente da giornalisti, si instaura appunto una sorta di giudizio parallelo a quello “ufficiale”, quasi sempre diretto a supportare la tesi della responsabilità degli imputati piuttosto che l’estraneità o l’innocenza, perché l’opinione pubblica è questo che si attende. Questo è un primo aspetto, che pur essendo grave, ha però la caratteristica di risultare abbastanza trasparente, cioè si capisce la tesi che viene propugnata. E’ invece maggiormente a rischio di messaggi subliminali l’altro fenomeno mediatico, rappresentato dall’informazione “seria”- chiamiamola così- che è riconducibile alla informazione delle vicende giudiziarie fornita da TV e carta stampata, e cioè dai mezzi di informazione considerati di regola più attendibili (c’è poi il problema di internet che per il momento accantoniamo). Anche l’informazione giudiziaria tradizionale dà corso ad un processo mediatico che è altrettanto rilevante, perché questa tipologia di cronaca giudiziaria raggiunge un settore di lettori magari numericamente inferiore a quello della rete ma spesso maggiormente avveduti, e ambienti che, per così dire, “contano di più”. Questo tipo di informazione è quella che noi abbiamo analizzato nel nostro libro bianco ed è una informazione completamente o quasi completamente schierata in favore delle tesi d’accusa degli inquirenti”.

Renato Borzone è un avvocato penalista, attuale responsabile dell'Osservatorio sull'informazione giudiziaria dell'Unione Camere Penali Italiane. Ha ricoperto varie cariche nazionali dell'UCPI, l'associazione di rappresentanza degli avvocati penalisti italiani che tutela i diritti costituzionali nel processo penale: é stato Presidente del Consiglio delle Camere Penali Italiane dal 2005 al 2006 e, successivamente, vicepresidente e segretario nazionale dell' UCPI dal 2006 al 2010.

Renato Borzone è un avvocato penalista, attuale responsabile dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria dell’Unione Camere Penali Italiane. Ha ricoperto varie cariche nazionali dell’UCPI, l’associazione di rappresentanza degli avvocati penalisti italiani: è stato Presidente del Consiglio delle Camere Penali Italiane dal 2005 al 2006 e, successivamente, vicepresidente e segretario nazionale dell’ UCPI dal 2006 al 2010. Nella foto l’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l’avv. Borzone.

Quali sono i dati più interessanti che emergono dai vostri studi?

“Non è facile sintetizzarli in poche righe. Tendenzialmente l’impostazione è pregiudizialmente favorevole (in modo aperto o subliminale) alle tesi d’accusa. Ma v’è un altro dato interessante: questa informazione è completamente sbilanciata sulla fase delle indagini. Si dice che questo è inevitabile a causa della lunghezza del processo italiano, ma credo che vi sia molto di più: il background della informazione non è laico, ha connotati autoritari, salve ovviamente le debite e non irrilevanti eccezioni.Noi sappiamo che il codice di procedura penale del 1989 doveva rappresentare una svolta anche “democratica” nella impostazione processuale, cioè era un codice di tenore tendenzialmente accusatorio rispetto al vecchio codice fascista inquisitorio del 1930. Un codice riformato che avrebbe dovuto garantire la massima espansione del diritto di difesa nella fase del dibattimento nella quale, anche attraverso l’istituto della cross examination di stampo anglosassone, le parti si sarebbero confrontate su un piano di parità davanti a un giudice che non conosceva nulla del materiale processuale. La prova (e l’accertamento di responsabilità) si sarebbero dovuti realizzare davanti al giudice del dibattimento nella pubblica udienza: un processo democratico, dunque. La fase delle indagini era invece essenzialmente deputata a verificare da parte del pubblico ministero se vi fossero o meno i presupposti per “andare al dibattimento”. Ebbene, paradossalmente, sulla stampa e sui mezzi di informazione il dibattimento è svalutato e l’informazione sul processo e su quella vicenda giudiziaria “scompare”: nella nostra statistica solo il 13 % degli articoli riguarda il dibattimento, mentre la fase delle indagini è quella che suscita esclusivamente l’interesse dei mezzi di informazione e viene presentata, tout court, come il vero processo, in cui si discetta della colpevolezza o meno delle persone. Quindi ci troviamo dei mezzi di informazione, anche “seri”, che “fanno il processo” sulla base di atti di indagine preliminare che non sono quelli che saranno conosciuti dal giudice nel corso del dibattimento (che anzi sarebbe tenuto a non conoscerli, salve eccezioni limitate). Dato allora che questi articoli, come da noi schedati, verificati e analizzati, hanno una impostazione prettamente accusatoria, si realizza di fatto, anche se non piace ammetterlo, un’inversione del principio della presunzione di innocenza. Un principio che, secondo i migliori studiosi, non è solo “interno” alle procedure giudiziarie ma deve essere rispettato da pubblica opinione e informazione, perché da affermarsi anche all’interno della comunità di riferimento”.

I componenti dell'Osservatorio sull'Informazione Giudiziaria hanno analizzato e studiato un vasto campione di articoli di cronaca giudiziaria dei più importanti giornali nazionali e regionali, ricavandone questi dati ed altri dati interessanti riportati nel libro bianco "L'Informazione Giudiziaria in Italia" (Pacini Editore, 2016)

Alcuni dati interessanti presentati nel libro bianco “L’Informazione Giudiziaria in Italia” (Pacini Editore, 2016).

“Fatta questa premessa, quali allora le conseguenze? Cioè, questi fenomeni informativi distorti (pregiudizio accusatorio; rivelazione degli atti di indagine; comunicazione pubblica di elementi che il giudice del dibattimento dovrebbe ignorare) è completamente impermeabile rispetto a come si svolgono i processi o influisce anche sul procedimento penale? Ecco, noi diciamo che influisce, che condiziona. Perché le campagne mediatiche colpevoliste a cui siamo abituati, che massacrano l’immagine delle persone indagate (a prescindere dalla loro responsabilità o meno, che dovrà essere accertata dal processo) determinano innanzitutto uno scompenso in danno della difesa, come se in una gara di cento metri partisse trenta metri indietro rispetto alla pubblica accusa (rispetto alla quale già una certa differenza di peso è inevitabile). Il pregiudizio dell’opinione pubblica e dei mezzi di informazione sulla responsabilità anticipata di chi è sottoposto alle indagini condiziona anche le parti processuali e il giudice, è inutile che si dica di no. E noi lo abbiamo anche provato scientificamente in alcuni convegni con studiosi di psicologia giudiziaria e di sociologia. E’ inutile negare che anche il giudice, che è quello che deve decidere, subisce un condizionamento. Che poi reagisca o meno a questo è questione da vedere volta per volta. Sta di fatto che se, in ipotesi, deve assolvere, scarcerare o mettere in dubbio il teorema accusatorio che emerge dalle campagne di stampa, ci pensa una volta in più perché sa che se prenderà dei provvedimenti favorevoli all’imputato l’opinione pubblica avrà una reazione di sdegno, di protesta amplificata da quei mezzi di informazione che insorgeranno a sostegno delle accuse. Il condizionamento, peraltro, non avviene soltanto sul giudice. Si pensi ai testimoni di un processo che spesso vengono chiamati anche uno, due anni dopo i fatti a deporre, i quali hanno sentito in televisione o letto sui giornali, in ordine al fatto su cui deporranno, trascrizioni di intercettazioni telefoniche, deposizioni, interrogatori. Evidentemente quando vanno a deporre sono condizionati da tutta una serie di cose che hanno sentito e che non sono le stesse che hanno percepito. Non è necessario leggere Cesare Musatti per comprendere quale sia la degenerazione delle prove testimoniali”.

Tra l’altro non sempre intercettazioni già sottoposte a perizia da parte del giudice, no? Quindi intercettazioni pubblicate così come sono state conosciute dal giornalista…

“Sì certamente, c’è anche questo profilo. Nel senso che spesso i giornalisti dicono, per difendere il loro lavoro, che è comunque un lavoro sacro e importantissimo, che sia giusto pubblicare le intercettazioni telefoniche anche a prescindere dalla loro rilevanza penale perché comunque, soprattutto per quanto riguarda processi a carico del mondo politico, possono dipingere un quadro di interesse. Noi però sappiamo che le intercettazioni telefoniche che vengono divulgate nel corso delle indagini preliminari hanno alcune caratteristiche: in primo luogo, sono state selezionate dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria e quindi non è noto se esistano altre conversazioni che tolgono loro significato o le chiariscano; in secondo luogo, sono telefonate pubblicate per stralcio, cioè non è pubblicata la integralità della conversazione ma spesso sono estrapolate poche frasi, per la parte che, secondo la polizia o gli inquirenti, è di rilievo accusatorio, con la conseguenza che al lettore manca l’integralità della conversazione, il suo contesto etc.; terzo profilo, le intercettazioni telefoniche per essere usate come prova devono essere trascritte con perizia dal giudice nel dibattimento. Quindi quelle delle indagini sono intercettazioni ascoltate dalla PG ma trascritte senza quelle garanzie che la legge richiede. Ecco perché sono elementi di prova spesso labili o che possono essere ribaltati o interpretati diversamente alla luce di ulteriori elementi che mancano. In tutto questo occorrerebbe un profilo di cautela nella interpretazione delle vicende giudiziarie. Mentre tutti vediamo che il processo viene fatto sui media a colpi di estratti di intercettazioni”.

A tal proposito, la riforma del processo penale di cui attualmente si discute prevede, tra le altre cose, anche una nuova disciplina delle intercettazioni il cui principio base è proprio quello di inserire negli atti processuali solo le conversazioni penalmente rilevanti. Lei cosa ne pensa?

“Mi lascia molto perplesso. Il problema delle intercettazioni è quasi irresolubile nel senso che sì, bisogna inserire quelle rilevanti, ma chi decide quali sono rilevanti? Per un Pm sono rilevanti determinanti intercettazioni, per il difensore quelle intercettazioni non sono rilevanti e viceversa. E la difesa ha tutti i mezzi, i tempi e gli strumenti per individuare, tra centinaia di migliaia di conversazioni quelle utili? Il problema è anche un altro, e qui sollevo un problema apparentemente eccentrico ma in realtà significativo. Il controllo autorizzativo dei giudice sulle richieste di intercettazione del pm è effettivo? Nel nostro sistema abbiamo dei giudici che non sono “terzi” come vuole la Costituzione: “giudice terzo”, secondo quest’ultima, non equivale a giudice imparziale. Ebbene, lo contiguità delle carriere (sulla quale è in corso un’importante iniziativa dell’UCPI per la raccolta delle firme su una legge di iniziativa popolare) tra chi accusa e chi giudica comporta che il giudice si “senta parte” di un contesto in cui chi accusa è un suo collega. Quindi, sintetizzando, il giudice tende ad autorizzare le intercettazioni telefoniche con uno scarso controllo, quasi come un automatismo. In realtà, il vero provvedimento serio nel nostro Paese sarebbe quello di garantire un giudice equidistante sia dal difensore sia dal Pm, cosa che oggi purtroppo tendenzialmente non accade, salvo encomiabili eccezioni. Un giudice che allora, diciamo così, possa anche avere la forza, ad esempio, di negare l’autorizzazione di intercettazioni cosiddette a strascico, cioè condotte in assenza di notizie di reato ma soltanto per andare alla ricerca di notizie di reato, il che non è conforme a legge”.

L’intervista del TG5 al Presidente dell’Unione, Beniamino Migliucci, sulla campagna di raccolta firme per la separazione delle carriere dei magistrati.

Pubblicato da UCPI – Unione Camere Penali Italiane su Venerdì 12 maggio 2017

Il Presidente delle Camere Penali Italiane, Avv. Beniamino Migliucci, sulla iniziativa di raccolta firme per la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pm.

Questo discorso sulla separazione delle carriere fa pensare all’ormai famoso caso del Procuratore di Catania, Zuccaro, e delle sue dichiarazioni sulle presunte collaborazioni tra alcune Ong e scafisti. Argomento su cui l’Osservatorio da Lei rappresentato non ha risparmiato parole dure…

“Vorrei che fosse chiaro lo spirito. Noi non siamo entrati nel merito della questione se, in qualche caso, alcune organizzazioni o singoli membri possano o meno aver commesso un’attività illecita, perché ovviamente non lo sappiamo. La cosa stupefacente è, tuttavia, che un magistrato del pubblico ministero, quindi un organo della pubblica accusa, si sia esposto pubblicamente a dire che c’erano delle attività non lecite anche se, di questo, lui stesso affermava di non avere prova (utilizzabile, ndr). E a fare dichiarazioni con le quali il Pm medesimo invitava il potere politico ad essere più attivo e più attento. Noi qui in Italia purtroppo non abbiamo un’idea chiara di quello che è uno dei principi basilari della democrazia: la separazione dei poteri. L’ordine giudiziario deve fare il suo mestiere, non fa campagne per combattere dei fenomeni nè intraprende delle iniziative per convincere la politica a migliorarsi. L’azione giudiziaria è diretta a verificare se, una volta emerso un reato, una persona lo abbia commesso o meno. E’una concezione laica della giustizia che fa difetto a molti concittadini e mezzi di informazione”.

Proprio nelle scorse settimane sono rimasta piacevolmente sorpresa da una bella intervista su Il Dubbio al prof. Fiandaca dell’Università di Palermo, il quale parlava del fenomeno “populismo giudiziario” in questa maniera, cito testualmente: «E’ quel fenomeno in cui un magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi o delle aspettative di giustizia del popolo». Possiamo trovare un collegamento col caso in questione?

“Sì, io penso che il professor Fiandaca, uno studioso coraggioso e controcorrente, abbia dato una definizione che si attaglia a quello che è successo con la vicenda delle Ong che lei ha menzionato, ma che può essere riferito a molti altri casi. Per carità, il potere politico non è indenne da colpe o disonestà, però il problema è che i magistrati non possono sostituirsi ad esso; diversamente si afferma il fenomeno che Fiandaca definisce populismo giudiziario e cioè, semplificando,  quell’atmosfera per cui molti invocano “il tintinnare delle manette” senza quelle garanzie che un grande siciliano come Leonardo Sciascia ha sempre difeso, pur essendo uno dei campioni della lotta alla mafia. Lui diceva: si persegua la criminalità, ma la si persegua secondo le regole dello stato di diritto. E i magistrati accertino responsabilità individuali, non perseguano “fenomeni criminali””.

Lei parlava di presunzione di innocenza, principio ci cui tra l’altro si è occupata l’Unione Europea lo scorso anno con la direttiva n. 343, la quale ha sancito il rafforzamento di alcuni aspetti comuni a tale principio: le chiedo, si rinviene in tal senso in Italia l’esigenza o addirittura l’urgenza di interventi riformatori idonei a recuperare le linee fisiologiche del “giusto processo”?

“Il problema esiste. La deliberazione del Parlamento Europeo del marzo 2016 dice ad esempio, in materia di informazione giudiziaria, che certamente i giornalisti devono informare sulle vicende giudiziarie, anche perché non si può pensare che vi sia censura sul punto. Ma le pubbliche autorità (quindi è chiaro il riferimento alle autorità di accusa pubblica e alla polizia giudiziaria), nei rapporti con la stampa, devono presentare queste informazioni nei limiti della legge, in modo sobrio, e rispettando la presunzione di innocenza. Io credo che in Italia questo non avvenga, forse più a causa della polizia giudiziaria che dei Pm, i quali però hanno il controllo sulla prima. Basti pensare alla “moda” che c’è ora del ‘trailer giudiziario’, cioè questi video, come quello sul processo Bossetti, che hanno il malcelato scopo di auto-incensare le inchieste e nel contempo di enfatizzarne il rilievo mediatico con lo scopo di condizionarne l’esito in favore dell’accusa. Per non parlare delle conferenze stampa di pubblici ministeri o di investigatori i quali già presentano i risultati dell’inchiesta o gli arresti come accertamenti definitivi. Cosa vi sia di sobrio e di rispettoso della presunzione di innocenza in tutto questo vorrei che fosse spiegato”.

impronta testo

Come intervenire allora?

“Non è ovviamente vietato agli organi inquirenti di dare informazioni sulle indagini in corso ma questo dovrebbe appunto avvenire senza sacrificare la presunzione di innocenza. Già ora qualche Procuratore della Repubblica ha avocato a sé la informazione sue indagini, in modo da applicare un maggior controllo. Ma al di là di questa soluzione, c’è già il principio costituzionale di presunzione di innocenza che, come dicono alcuni studiosi come la prof.ssa Mantovani, non è solo “interno” al processo, ma va rispettato nei confronti della intera società, dell’opinione pubblica, e anche da parte della stampa. Se noi non ci intendiamo in Italia di questi principi basilari, possiamo anche avere delle leggi, delle riforme, ma spesso si trova il modo di aggirarle”.

La copertina del libro bianco sui rapporti tra processo penale e mezzi di informazione.

La copertina del libro bianco sui rapporti tra processo penale e mezzi di informazione.

Cosa intende dire quando, nel libro, parla dell’art. 114 c.p.p., che prevede il divieto di pubblicazione di atti coperti dal segreto, come “norma disapplicata con l’evidente acquiescenza delle procure”?

“E’ una questione complessa e molto tecnica, non facile da riassumere. Comunque, l’ articolo 114 c.p.p. , destinato a chiarire cosa sia pubblicabile o meno dai mezzi di informazione, già è formulato molto male, ma sostanzialmente è stato reso incomprensibile e inapplicabile da diverse decisioni giurisprudenziali. Questo perché, in sintesi, tale articolo prevede un divieto di rendere note le dichiarazioni rese nel corso delle indagini tranne quando queste giungano a conoscenza dell’indagato, e cioè quando questo riceve, per esempio, un’ordinanza di custodia cautelare e gli atti vengono depositati al momento dell’arresto. Avendone lui avuto conoscenza, l’informazione ne può pubblicare il contenuto, cioè una sintesi, ma non il testo, cioè il virgolettato dell’intero atto o di parte dello stesso. Però, come tutti sanno, come vediamo per le intercettazioni ma non solo, dichiarazioni e stralci di telefonate vengono rappresentate sulla stampa testualmente e con il “virgolettato” di intere frasi o periodi, disapplicando la norma di cui al 114 c.p.p.. Le procure restano inerti; peraltro sarebbe prevista una sanzione penale (art. 684 c.p.) per la violazione del segreto, ma come noto si tratta di un reato oblabile con poche decine di euro e che non rappresenta alcun deterrente, come hanno detto apertis verbis molti giornalisti noti e famosi. Alla fine, abbiamo anche una sentenza delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che consente di fatto di riportare anche la testualità del contenuto degli atti: in sostanza, quando è pubblicato il testo della intercettazione, allora bisogna vedere se questo virgolettato è di limitata portata o non è decisivo della rappresentazione della vicenda, poiché in tal caso si può anche pubblicare. Quindi, di fatto, oggi non c’è alcun limite alla pubblicazione integrale. Il diritto alla libertà di stampa è ovviamente intangibile, ma in certi momenti processuali esistono anche dei diritti meritevoli di pari tutela. E i diritti dell’inquisito sono posti in non cale…”

Viene già processato come colpevole dall’opinione pubblica e dai mass media..

“Sì, anche perché noi abbiamo una cultura del processo penale come ordigno deputato non all’accertamento dei fatti ma, per così dire, a “produrre” sentenze di condanna. Il processo, in realtà, non ha lo scopo di pronunziare sentenze di condanna, ma deve decidere se una persona è colpevole o innocente in un caso concreto. Il background italiano sembra diverso: se qualcuno viene assolto, normalmente sui mezzi di comunicazione si leggono commenti del tipo “spreco di anni di indagini” o “una disfatta per la giustizia”, come se lo stabilire che un cittadino sottoposto a processo fosse innocente significhi una sconfitta per la giustizia. Non tutti se ne rendono conto, ma sotteso a questa concezione è la visione di un processo istituzionalmente finalizzato alla condanna. Insomma, una concezione autoritaria del processo”.

Possiamo dire allora che non esiste un “giusto processo mediatico”?

“No, non esiste. Neanche se allo stesso partecipassero gli avvocati, cosa che spesso qualcuno di loro fa con il non commendevole scopo di farsi pubblicità a buon mercato e con condotte deontologicamente oscene. Il processo purtroppo è ormai diventato mediatico e interferisce su quello vero. E rischia di trasformare in “ingiusto” anche quello reale. Anche, purtroppo, a volte, con il contributo comunicativo degli investigatori che ormai utilizzano il mezzo mediatico per tentare di influenzare l’esito o comunque le sorti del processo. Questa forse è una novità degli ultimi anni: la discesa in campo degli investigatori nell’agone informativo, per promuovere le loro inchieste mediante la diffusione di informazioni mirate, anticipazioni, video confezionati per il grande pubblico etc. Un quadro che non mi piace: l’accertamento dei fatti non può avvenire in questo contesto avvelenato”.

Intervista a cura di Roberta Barone