Non giriamoci tanto intorno, siamo adulti e dissidenti, le cose ce le possiamo dire in faccia: che il PD sia andato male a questo primo turno delle amministrative è una balla che può raccontarsi solo Renzi davanti allo specchio, parlando a tu per tu col proprio ego. Perde a Roma e a Napoli, embè? E’ già un miracolo che nella Capitale il suo candidato sia arrivato al ballottaggio, dopo la ridicola vicenda di Marino e considerato il non strabordante carisma di Giachetti. A Napoli, dopo aver sputato in un occhio al sindaco in carica, lascia il compito di perdere il ballottaggio ad altri. Vince a Milano – dove Sala è l’unico ad avere prospettive di crescita al secondo turno, Parisi ha già racimolato tutto il racimolabile –, a Torino – con qualche sofferenza ma ce la farà –, a Bologna e a Cagliari al primo turno come in altri sette comuni capoluogo in tutta Italia. Aspettarsi di meglio significa solo alimentare il mito dell’imbattibilità renziana, ovvero l’idea che vincere significhi stracciare gli avversari come per le famose europee del 2014 (40,8%). E quella, sempre per parlarci chiaro, fu solo una botta di culo aiutata dal roboante inizio di Renzi a palazzo Chigi, ottanta euro compresi. Non male dunque questo PD, e nessun avviso di sfratto al premier-segretario: il fatto è che Renzi non è di legno e la pressione per quell’ottobre rosso che lo attende inizia a farsi sentire. E come tutti gli uomini sotto pressione, per quanto bene lo nasconda, ha bisogno di conferme sgargianti che stavolta non gli sono arrivate. Non come avrebbe voluto, perlomeno, al netto del fatto che ha vinto tutto. Bisogna saper vincere.

Centrodestra. Matteo Salvini, avendo una mollichina di dignità, dovrebbe andare a rinchiudersi in un convento nella Val Pusteria e non uscirne mai più. Dopo due anni di infiniti proclami, di apparizioni televisive quotidiane, di ruspe di qua e ruspe di là, di Facebook Twitter e bla bla bla, la Lega a Milano prende 59.313 voti contro i 101.802 di Forza Italia. Nel 2011 la Lega ne aveva 57.403, il che vuol dire che ci siamo dovuti sciroppare Salvini in televisione per cinque anni perché guadagnasse la bellezza di 1910 voti. Millenovecentodieci. Insomma uno sputacchio, nulla di paragonabile al “voglio guardare al futuro” con cui solo poche ore prima sfotteva Berlusconi considerato un rudere rincoglionito. Il quale rudere piange da un occhio: se con tutta evidenza è finito il tempo delle rivincite e dei ritorni, e le sue forze si fanno più deboli e la voglia se n’è andata da un pezzo, Berlusconi dimostra una volta di più che fino alla morte le carte, se vuole darle, le da lui. Come a Roma, dove si impunta a non cedere al braccio di ferro di Meloni e Salvini ed ottiene di far perdere il ballottaggio alla prima (posto che lui a Roma voleva perdere sin dall’inizio). Al di là di Roma, a parte il risultato milanese dove si prende il gusto di sfregiare personalmente Salvini, conquista il ballottaggio a Napoli – che perderà, ma intanto è tutto guadagnato – e vince anche a Trieste, dove si impone decisamente sulla Lega all’interno della coalizione. A Bologna, poi, la candidata di Salvini Lucia Borgonzoni senza i diecimila voti di Forza Italia non sarebbe andata al ballottaggio: per un rudere rincoglionito, che ormai parla impastato e non ci sente nemmeno, non c’è male.

Cinque stelle. Ovvero: come può un partito vincere sempre e non governare mai? Per l’ennesima volta dal 2013 – anzi, per chi le ricorda, dalle Regionali in Sicilia del 2012 – si parla di “boom” del Movimento di Grillo. Il quale “boom” consisterebbe nel ballottaggio della Raggi a Roma e nella buona prestazione della Appennino a Torino. La seconda è vera: buona prestazione, ma non sufficiente. Fassino al secondo turno ce la farà. A Roma la Raggi ha preso poco: tutta la situazione sembrava studiata per favorire il M5S, le dimissioni del sindaco per degli scontrini, lo scandalo di Mafia Capitale che coinvolgeva destra e sinistra indistintamente, la senatrice Taverna che parlava addirittura di un complotto per far vincere il Movimento. Nonostante tutto questo, la Raggi si ferma ben al di sotto del cinquanta per cento, in una città dove per altro l’astensione è diminuita rispetto al 2013. Trentacinque per cento sarebbe un “boom”, dopo la debacle amministrativa del centrosinistra e con le divisioni del centrodestra di cui sopra? Si accontentano di poco, e se c’è qualcosa che Renzi insegna è che la voracità in politica – in questa politica – serve.