Come è noto, lo scorso 20 giugno, in occasione dell’approssimarsi del quarantesimo anniversario della scomparsa di Don Lorenzo Milani, avvenuta il 26 giugno 1967, Jorge Mario Bergoglio si è recato in visita a Barbiana, vetusto popolo – oggi più che allora – di poche anime, situato in Mugello, ampia plaga dal mutevole paesaggio (ora gentile, ora assai aspro) che chiude a settentrione la vasta arcidiocesi fiorentina, e dove il celebre priore appunto mise in piedi la sua celebre scuola e terminò i suoi giorni su questa valle di lacrime. Sembra proseguire a tappe forzate il programma – che peraltro trova precise e solide fondamenta in quanto accaduto sul colle Vaticano dal 1963 a oggi – che Bergoglio si è proposto fin dalla sua elezione: sorrisi e semplicità distribuiti a destra e a mancina, ma profonda Riforma (in senso quasi luterano, vista anche la recente visita a Lund) della Chiesa, anche rispetto alle posizioni di Ratzinger, evidentemente sentite come troppo conservatrici e ostacolanti il dialogo con i fedeli (o meno fedeli, si veda alla voce Eugenio Scalfari) da parte dell’argentino. In questa cornice dunque il senso della preghiera sulla tomba del priore di Barbiana e il tenore del discorso tenuto nel piccolo paesino toscano, pieno di elogi e comportante una piena riabilitazione dell’operato educativo di Don Lorenzo Milani – che all’epoca trovò perplesso il pur riformatore Angelo Roncalli – tanto che per i corridoi vaticani non sono mancate voci su una possibile prossima beatificazione del sacerdote fiorentino.

Don Milani con i suoi scolari a Barbiana.

Don Milani con i suoi scolari a Barbiana.

La figura di Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, in religione Don Milani, è certo di grande complessità. Tanto per cominciare, se fosse vissuto nella Spagna di Filippo II, gli sarebbe stata affibbiata l’etichetta di cristiano nuevo (che, come si sa, dava adito a molti sospetti e verifiche soprattutto per chi tentava la carriera religiosa, visto il pericolo di apostasia): aveva infatti origini ebraiche sia per parte di madre, l’ebrea triestina di origini boeme Alice Weiß, che della bisnonna paterna, la pedagogista ebrea russa Elena Raffalovich. Egli crebbe in un ambiente familiare agnostico, anticlericale e socialisteggiante, che vide la madre studiare e approfondire anche la psicanalisi freudiana. I genitori decisero più tardi di sposarsi con rito cattolico e di battezzare successivamente anche i figli. Nei primi anni quaranta, il Nostro mostrò un profondo interesse per la pittura, e frequentò a Firenze lo studio del tedesco Hans Joachim Staude, studioso anche del buddhismo e dell’induismo, nonché padre di Angela Staude, futura moglie del celebre giornalista fiorentino Tiziano Terzani. Sotto questa influenza, pare che il futuro Don Milani si sia dato allo studio della liturgia cattolica comparato alle tradizioni orientali. In ogni caso, di questa fase per così dire guénoniana del sacerdote fiorentino nulla ci resta, in quanto egli stesso ne distrusse in seguito i manoscritti.

I genitori di Don Milani.

I genitori di Don Milani.

Nel 1943, nel quadro della guerra civile, in Don Milani matura la vocazione sacerdotale, ed egli entra in seminario, di cui però sembra non apprezzare la tradizonalità dell’insegnamento e l’uso della lingua latina. Gli fu assegnata la parrocchia di S. Donato a Calenzano, una maestosa chiesa di impronta barocca – cosa rara in Toscana – che domina dall’alto di un colle coperto di ulivi il paese dei dintorni di Firenze. Già qui, in un contesto di fede contadina molto attaccata al rito anche esteriore, in quanto in ciò si vedeva un legame con i progenitori e con il ciclo della natura – atteggiamento che Don Lorenzo pare non comprendesse e addirittura, luteranamente quasi, considerasse con dileggio – si preoccupò dell’educare i parrocchiani. Di per se, nulla di strano: i parroci hanno per secoli, se non per millenni, impartito – oltre ai rudimenti della fede cattolica ovviamente – anche l’istruzione elementare nelle campagne, contrastati solo dall’illuminismo in poi dallo Stato che sempre più voleva farsi padrone delle coscienze dei propri sudditi. Ma poteva dirsi cattolica l’istruzione di Don Milani? Sembra piuttosto che le idee respirate nel milieu familiare in gioventù si siano fatte sentire. Lo spazio era per una presa di coscienza sociale più che per la catechesi, sull’istruzione (ma un’istruzione del tutto aconfessionale e dunque nemmeno spirituale) del popolo come emancipazione – un afflato per certi versi analogo a quello della successiva Teologia della liberazione – anticipando in questo senso anche gli esiti del Concilio Vaticano II.

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Su tale impostazione ebbe chiaramente una sua influenza la pedagogia della bisnonna ebrea Elena Raffalovich. Ella, rifacendosi alle teorie del romantico Froebel, vi introduceva però una rigida aconfessionalità: si doveva vietare ai bambini l’accesso al catechismo in orario scolastico. Tale concezione, rivoluzionaria (proprio nel senso giacobino del termine) ma anche in certa misura atlantista – si pensi alla Costituzione degli Stati Uniti – è tuttora considerata validissima in molti ambiti educativi. Ironicamente – ed evangelicamente – dell’albero si vedono quotidianamente i frutti. Per tornare al Nostro, egli anche in campo dottrinale si discostò assai dalla Tradizione, sorvolando sul catechismo, adottando il metodo storicista per l’interpretazione del Vangelo, il tutto accompagnato da deduzioni del tutto personali a supporto della sua Weltanschauung. Ciò è assai rimarchevole in un sacerdote cattolico, essendo il Cattolicesimo forse la più tradizionale in senso etimologico delle confessioni: Tradidi quod et accepi. Quanto al suo disprezzo per i riti e le consuetudini della fede semplice, forse se ne può trovare un lontano prodromo in Scipione de’ Ricci, vescovo di Prato e Pistoia, avversario della messa in latino e dei riti troppo esteriorizzati: tanto è vero che nel 1787 scatenò in Prato gravi tumulti volendo limitare la tradizionale processione della Sacra Cintola. All’epoca fu cacciato dalla sua diocesi e spedito in Chianti a meditare, il Bergoglio lo avrebbe forse fatto cardinale. A Don Lorenzo non andò meglio e – suo malgrado, come in un film di Don Camillo – fu mandato a prendersi cura delle anime del paesino montano di Barbiana.

Veduta del villaggio di Barbiana.

Veduta del villaggio di Barbiana.

E’ il 1954: è qui che il celebre parroco continua imperterrito nella sua opera profondamente modernista. Qui vede la luce la celebre Lettera a una professoressa, ma soprattutto qui Don Lorenzo intreccia una fitta corrispondenza con vari personaggi della cultura dell’epoca, specialmente toscani. Il linguaggio che adopera non è propriamente quello che si attribuirebbe a un sant’uomo, ma neppure a un semplice e onesto pretonzolo di campagna: egli, per esempio, si dice convinto di essere stato confinato a Barbiana,e purtuttavia di aver accettato di malavoglia l’incarico nonostante fosse palese a chiunque che vi ero confinato come finocchio e demagogo ereticheggiante e forse anche confesso visto che non avevo reagito. Del 1959 è anche la ormai celebre lettera al giornalista de L’Europeo Giorgio Pecorini che getta un’ombra un po’ inquietante sul rapporto che il sacerdote intratteneva con i suoi scolari (leggi qui). Se poi si trattasse di metafore spinte e iconoclaste o di vere pulsioni omosessuali o pedofile, forse non lo si saprà mai. Fatto si è che lo scrittore omosessuale Walter Siti proprio a Don Lorenzo ha voluto dedicare il suo ultimo romanzo Bruciare tutto. Alla sovrana riflessione di chi legge stabilire se sia tutta una volgare calunnia o se si tratti di una deduzione nata dalla frequentazione di scritti come quelli citati. Persino Sandro Magister, sul non sospetto Espresso, insinua nella sua rubrica che Rodolfo Fiesoli, fondatore del purtroppo tristemente noto Forteto, un cattivo scolaro di Don Milani. Affermazione invero sibillina: ma che insinua un tremendo sospetto laddove si ripeta, con il Vangelo che dai frutti li riconoscerete. E forse, Jorge Mario Bergoglio e Don Lorenzo Milani, un comune impeto clastico nei confronti della Tradizione ce l’hanno davvero. Se ne contenti, ancora una volta, chi vuole.