Papa Bergoglio, hai torto. Hai detto che i 700 cadaveri finiti in fondo al Mediterraneo «sono uomini e donne come noi, fratelli nostri in cerca di una 21vita migliore, affamati, perseguitati, sfruttati, feriti, vittime di guerre. Cercavano la felicità». Anzitutto, secondo Carlotta Sami portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr), chi fugge dalle guerra è una piccola minoranza: «le persone in fuga da guerre e terrorismo (Siria, Iraq, Corno d’Africa, Nigeria etc) sono 51 milioni. Solo una minima parte di loro si muove verso Paesi industrializzati: 200 mila arrivati nell’Unione Europea l’anno scorso. 170 mila sono passati per l’Italia, ma si sono fermati nel nostro Paese solo per pochi giorni», Il Fatto Quotidiano, 18 aprile). La maggior parte dei desperados sono migranti economici, convinti che da noi esista ancora un benessere alla portata di tutti. Da noi in Italia, manco per idea. Va già meglio in Germania, dove il mercato del lavoro tira di più, e in Nord Europa, meta gettonatissima per il welfare state particolarmente di manica larga anche per gli stranieri lavoratori (ma anche lì, ad esempio in Svezia e Danimarca, qualche ripensamento comincia a farsi strada).

Secondo, sono affamati perché sono entrati, ormai da tempo, nel nostro modello di economia, sfruttatrice e affamatrice. Siamo in piena “Quarta Guerra Mondiale”, come la chiamava il Subcomandante Marcos, che«con il suo processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento provoca lo spostamento di milioni di persone», per cui «in ogni parte del processo capitalista il “nuovo ordine mondiale” organizza il flusso di forza lavoro, specializzata e no, fin dove ne ha bisogno. Ben lontani dal subire la “libera concorrenza” tanto vantata dal neoliberismo, i mercati del lavoro sono sempre più condizionati dai flussi migratori» (“La quarta guerra mondiale è cominciata”, Edizioni Il Manifesto, Roma, 1997).

Terzo: certo che sono uomini e donne come noi, e guai a chi non mostra pietà (ce n’è, di gente inumana), ma questo non significa che la loro ricerca di felicità corrisponda ad una felicità reale QUI. Qui da noi non c’è alcuna felicità. C’è solo un po’ meno fame, e molta più alienazione sociale e angoscia esistenziale. Il problema non è tanto la buona fede e la legittima volontà di chi reagisce all’impoverimento emigrando. E’ la logica schiavistica di cui i disperati si fanno strumento, non intravedendo altro modo per uscire dal vicolo cieco in cui li ha condotti il neo-colonialismo soft, imposto con le baionette della penetrazione commerciale, con le Onlus importatrici di bisogni prima ignoti, e con l’immaginario diffuso via televisione e Internet, riducendoli alla fame e scatenandone l’ansia da “cittadinanza globale”. E’ stato scritto che questa logica di sfruttamento permette ai Paesi ricchi di saccheggiare il capitale umano di quelli poveri. Esatto: gli Usa, l’Europa e le nazioni d’immigrazione arruolano un marxiano “esercito industriale di riserva” che fornisce un serbatoio di schiavi salariati a buon mercato. Altro che felicità. Se non muoiono in mare, completano la disumanizzazione – inziata già in patria, dove il blob dell’immaginario global e delle multinazionali sommerge ed erode le identità – venendo a fare la miseria qui. Miseria umana morale e politica, prima che economica.