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E così anche le fake news giunsero in Italia, come tutto ciò che nasce oltreoceano. Se i frigoriferi e le automobili di massa ci misero qualche decennio, le mode culturali hanno imparato a fare molto più in fretta. A lanciare la bomba è stato Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, in un’intervista concessa al Financial Times e subitaneamente rilanciata dai media nostrani. A spaventare Pitruzzella, in un intervento a SkyNews24, sembra essere la credibilità della democrazia, che come tutti sanno si basa necessariamente sull’informazione attendibile.

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L’intervista di Pitruzzella a SkyTg24

Nell’intervista primigenia dice tuttavia un’altra cosa, molto più interessante:

«Post-truth in politics is one of the drivers of populism and it is one of the threats to our democracies»

Ecco cos’è che lo preoccupa davvero, l’emergere dei populismi, non la correttezza dell’informazione. E infatti, a rispondere per primo e più pesantemente, forse a causa di una certa coda di paglia, è Beppe Grillo, l’uomo che tutta la grande stampa internazionale indica come il possibile rottamatore del sogno europeo. Non ha apprezzato, il buon Beppe, l’uscita di Pitruzzella, e c’era da immaginarselo, non tanto perché sia effettivamente diffusore seriale di bufale, ma perché fa spesso riferimento sul suo blog a fonti d’informazione alternativa. Queste non hanno l’imprimatur di credibilità mainstream, pertanto è più probabile che vengano colpite da eventuali autorità di controllo. Qua il post dedicato ai post-inquisitori, vedi alla voce Pitruzzella. Non soddisfatto, Grillo ha rincarato la dose con un ulteriore post, nel quale ribalta preventivamente le accuse scagliandosi contro giornali e tg mainstream, i primi a creare notizie false, e invocando addirittura l’istituzione di una giuria popolare chiamata a giudicarli. Mentana, indignato, ha minacciato querela. Ecco, nella diatriba tra Pitruzzella e Grillo è racchiuso tutto il travaglio che le società occidentali stanno vivendo in questi anni. Questo ne è solo uno dei tanti sintomi. Vediamo di arrivarci.

Beppe Grillo scrive: "Tutti uniti contro il web. Ora che nessuno legge più i giornali e anche chi li legge non crede alle loro balle, i nuovi inquisitori vogliono un tribunale per controllare internet e condannare chi li sputtana. Sono colpevole, venite a prendermi. Questo Blog non smetterà mai di scrivere e la Rete non si fermerà con un tribunale".

Beppe Grillo scrive: “Tutti uniti contro il web. Ora che nessuno legge più i giornali e anche chi li legge non crede alle loro balle, i nuovi inquisitori vogliono un tribunale per controllare internet e condannare chi li sputtana. Sono colpevole, venite a prendermi. Questo Blog non smetterà mai di scrivere e la Rete non si fermerà con un tribunale”.

Il fenomeno delle fake news raggiunge suo malgrado i palcoscenici più importanti in America nei mesi scorsi. Il catalizzatore è chiaramente quello che rischia di essere il più importante evento politico dalla caduta del muro di Berlino ad oggi: la campagna presidenziale di Donald Trump. Piano piano, man mano che il rischio di una sua vittoria si andava palesando, i media mainstream hanno cominciato ad attaccarlo sempre più pesantemente. Attacchi personali, impolitici, di bassa lega, simili a quelli che Repubblica ha rivolto incessantemente a Berlusconi. Eppure, miracolo, gli americani se ne sono strafregati. Allora qualche cervellone non troppo intelligente del NY Times o del Washington Post, le più influenti testate liberal d’America (e in generale tra le più influenti) ha cominciato a chiedersi perché. Si è così accorto, miracolo di nuovo, che buona parte dell’America, nello specifico l’elettorato di Trump, il suo giornale manco lo usava al cesso, per usare un eufemismo neanche tanto velato. Il perché è facile da intuire: quella metà di America aveva, ed ha, una Weltanschauung diametralmente opposta a quella che costituisce il nucleo dei valori durevoli dei quotidiani prima citati. Ci torneremo, adesso guardiamo un paio di esempi per capire come nasce e si propaga una fake news, se solo i trumpisti ne hanno abusato e giovato, quale è il ruolo di internet a riguardo.

Una bufala famosa è quella dei “paid protesters”, persone pagate (da chi?) per manifestare contro Trump subito dopo la sua elezione. Il NY Times ha pubblicato un Case Study a riguardo molto chiaro e dettagliato, qua il collegamento. In sintesi, il signor Eric Tucker, cittadino di Austin, Texas, 40 followers su Twitter, ha visto, nella zona nella quale erano in corso le proteste nella sua città e allo stesso orario, svariati bus carichi di persone. Il collegamento, nella sua testa, è stato immediato: “sono i manifestanti!”. A quel punto ha pensato bene di fare qualche foto e twittarle.

Il post del signor Eric Tucker è stato ritwittato almeno 16mila volte e condiviso su Facebook almeno 350mila. Dopo poco lo stesso Trump ha postato un altro tweet.

Il post del signor Eric Tucker è stato ritwittato almeno 16mila volte e condiviso su Facebook almeno 350mila. Dopo poco lo stesso Trump ha postato un altro tweet.

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«Si sono appena consumate delle elezioni presidenziali aperte e di successo. Adesso manifestanti di professione, incitati dai media, manifestano. Davvero scorretto!»

A poco a poco, ma neanche tanto date le tempistiche di internet, quasi tutti i media alternativi conservatori hanno rilanciato la notizia. La frittata era fatta e a nulla è servito che lo stesso Tucker, accortosi della bufala, abbia correttamente informato i suoi followers dell’errore. In tutto erano passate circa 48 ore. In questo caso tutto è nato sui social network. Nessuna testata giornalistica, più o meno famosa o più o meno attendibile, è stata all’origine della bufala. Un privato cittadino ha raggiunto centinaia di migliaia di persone che semplicemente “volevano credere” alla notizia, che notizia in realtà non era. È possibile difendere l’opinione pubblica, il cittadino di una democrazia, da sé stesso, come vorrebbe Pitruzzella? Noi crediamo di no, bastano gli ostacoli di ordine pratico a impedire un controllo delle bufale sui social.

Esistono tuttavia anche siti specializzati nella produzione delle suddette bufale. Sempre restando in America e sempre sullo stesso argomento, uno dei più noti è Abcnews.com.co, che attua una camaleontica strategia mimetica cercando di spacciarsi per il ben più noto e mainstream Abcnews.go.com, una delle più importanti reti televisive americane. A creare il sito è stato tal Paul Horner, che ha dichiarato di essere arrivato ad incassare circa 10000 dollari al mese grazie agli annunci pubblicitari a forza di spacciare bufale. Sempre parlando di “paid protesters”, questo articolo di Politifact, un sito di fact-checking, dà un altro esempio inerente al nostro Paul Horner. Interrogato sul perché abbia postato una notizia falsa, questi ha semplicemente risposto che sapeva che tanti supporter di Trump credevano già alla notizia, aspettavano solamente che qualcuno la desse loro da ritwittare (e lui di incassare grazie ad un po’ di click). Sono solo siti alternativi poco credibili, ma mimetici, o persone sprovvedute che vivono sui social a diffondere fake news? No, ci pensano anche quotidiani decisamente autorevoli, decisamente mainstream e teoricamente affidabili. Un esempio molto interessante è riportato da Forbes, fonte teoricamente attendibile, che in questo articolo sbugiarda addirittura il Washington Post.

Chicco ci stai simpatico e sei un grande professionista ma molti dei tuoi colleghi ne hanno sparate in questi anni…

Ansiosi di fare un altro po’ di propaganda antirussa (e anti-Trump, data la simpatia di quest’ultimo per Putin) i titolisti del Post se ne sono usciti con un allarmante: «Hacker russi sono penetrati nella rete elettrica statunitense attraverso una centrale nel Vermont, dicono funzionari governativi». Non era vero. Il fatto, nudo e crudo, era decisamente differente: era stato trovato un malware in un portatile non collegato alla rete della centrale. Il codice di quel malware, originariamente associato ai russi, è disponibile per tutti sulla Rete. Si tratta di una manipolazione della notizia sostanziale, dal chiaro fine politico, inutile rimarcare quale.

Sarebbe utile a questo punto fare un piccolo accenno su come avviene la pubblicazione delle breaking news, le notizie istantanee, sui grandi quotidiani online. Un editor decide il titolo della presunta notizia e la pubblica il più velocemente possibile. Qualcun altro, poi, la scrive live, aggiornandola continuamente. Questo perché, è chiaro, ai tempi di internet la velocità è tutto. Dunque in poche ore, a volte pochi minuti, si possono prendere abbagli allucinanti. Ovviamente, una volta lanciato il sassolino nello stagno, l’onda si propaga alla velocità della luce, grazie ai continui rilanci di decine e decine di testate. Più grave, in questo caso non si è trattato solo di uno sbaglio in buona fede compiuto da un quotidiano serio e rispettabile. Il Post infatti, che Putin se lo sogna anche la notte, ha rettificato la notizia solo parzialmente, mantenendo il chiaro intento manipolatorio. Questo l’articolo aggiornato.

dc

Cos’è la post-verità? «È un circostanza in cui l’oggettività dei fatti è meno influente nel formare l’opinione pubblica di quanto non lo siano appelli all’emotività ed interpretazioni soggettive della realtà»

Dovremmo, a questo punto, porci una domanda essenziale: che cosa è una notizia? Fortunatamente se l’è già fatta per noi Herbert Gans nel 2005, con un saggio divenuto epocale: Deciding What’s News. Non amo ripetermi, dunque rimando ad un nostro precedente articolo che crediamo possa offrire alcuni spunti di riflessione interessanti. Giusto alcuni accenni fondamentali:

Un fatto politico ha senso solo se interpretato. Di per sé non esiste. Esempio banale: sbarcano 500 migranti a Lampedusa. Già definirli migranti invece di clandestini è una questione di interpretazione. Titolare “Continua l’invasione” oppure “Arrivano risorse” è una scelta di campo, è l’espressione di una visione del mondo, degli enduring values di Gans. Decidere se riportare o meno una notizia è allo stesso modo una scelta di campo. Anche quanto spazio darle, se la prima pagina o un trafiletto a metà quotidiano, è un modo di esprimere l’identità del giornale, così come un modo per influenzare l’opinione pubblica. I media plasmano la realtà così come sono plasmati da essa. Il rapporto è duale, sempre. Differentemente, invece, i media determinano pesantemente l’agenda politica, mettendo sul tavolo con insistenza certi temi oppure ignorandoli.

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«Ignoranza è forza»

A questo punto dovrebbe essere chiaro che il problema delle fake news non è una questione giuridica, ma una questione decisamente politica. L’Occidente sta vivendo una fase di crisi interna profondissima e radicata, nel corso della quale si vanno ridefinendo i parametri del confronto ideologico. Superate destra e sinistra classiche, nelle loro varianti locali, le due nuovi parti in gioco stanno imboccando strade sempre più antitetiche l’una all’altra. Populisti contro establishment, sovranisti contro globalisti, chiamatele come volete: le società occidentali sono spaccate esattamente a metà. La differenza è che metà popolazione ha dalla sua parte i media tradizionali, visto che condivide la loro visione del mondo, l’altra metà si è trovata mano a mano alienata, non rappresentata e ha cercato e si è costruita fonti d’informazione e d’opinione alternativa. Adesso anche loro hanno una voce e la propria rappresentazione mediatica e il mainstream se n’è finalmente accorto. Senza scomodare Gramsci, quella in atto è quindi una guerra per l’egemonia culturale, e in guerra la prima cosa che muore è la verità.