Sanremo è Sanremo, anche quando non ci conviene, cioè praticamente mai. Perché chi guarda il Festival della Canzone Italiana con occhi non già destrorsi né anarchici né rossobruni ma almeno aperti (e Qualcuno ebbe da dire che avere gli occhi non significa vedere) non può non notare come di anno in anno la kermesse si allontani da quella levità nazionale e popolare che la caratterizzò per infinite edizioni, guidate da gentiluomini cui Carlo Conti onestamente tenta di avvicinarsi, pur dovendo subire gli assalti dell’evo contemporaneo e dei nastrini, dei lustrini, degli eltonini che suonano in playback, dei renatizero in crisi di mezz’età ritardata, di tutto ciò che ha reso quest’edizione un ancora un po’ più fru fru rispetto agli anni passati (che erano quelli del polpettaro Fazio Fabio e della Littizzetto, cioè tutto dire).

Parliamoci chiaro: il Festival si è potuto guardare solo episodicamente, e solo grazie ad alcuni momenti di altezza donati da certi ospiti. Per esempio Ezio Bosso: elegante e commovente la sua esibizione, un palmo sopra a tutto quello che musicalmente si è sentito nelle cinque serate. Bosso, classe 1971, è un pianista di fama mondiale su cui dal 2011 grava una malattia logorante e impedente, una sclerosi multipla aggravata da un cancro al cervello. Usa per curarsi un balsamo straordinario, che ha l’effetto di guarire non lui ma chi gli sta intorno: sembrerà banale, ma è la sua musica.  «Cinque anni fa avevo deciso di dire ciao ciao a tutti – ha detto l’artista a Vanity Fair, commentando la malattia – Non sapevo come affrontare la patologia e l’alieno nel cervello insieme: era un po’ troppo. Poi il mio medico, che è un amico, mi ha aiutato a resistere. Il mio timore più grande era non essere più autosufficiente. Io vivo da solo e di quello che stava succedendo non avevo detto niente a nessuno. L’ho fatto quando, per le terapie, ho perso 40 kg e sono andato a stare da mio fratello. È stato un momento difficile: ti accorgi che gli altri vedono il tuo cambiamento e soffrono perché non lo accettano. Ma succedono anche cose buffe: torni a essere una specie di neonato e la gente ti parla nei modi più strani. Uno grida e tu vorresti dire: guarda che non sono sordo. L’altro ti parla solo coi verbi all’infinito: andare, mangiare, l’altro ancora come se fossi un bebè. Il dolore più grande è stato quando l’ha saputo Anna Maria, la mia ex compagna, che per me è ancora famiglia. Ci siamo lasciati proprio per mantenere l’amore. Ma anche al suo dolore ho resistito: ho interrotto pochissimi libri nella mia vita, mi piace vedere come vanno a finire le storie. Voglio vedere anche come va a finire la mia». E questo è lodevole.

Meraviglioso anche Nino Frassica e il suo monologo sui migranti, come pure sono stati apprezzabili i momenti dedicati allo sport nelle sue declinazioni più inusitate, dal centenario che fa podismo all’atleta down entrambi televisivamente più validi, a quanto si è visto, di un preteso co-conduttore il quale ha letto una ventina di cartelli in cinque serate riuscendo a sbagliare tutte e venti volte. Si chiama Gabriel Garko, al secolo Dario Oliviero, ed era il più moscio del quattro presentatori sul palco, senza dubbio. La Madalina Ghenea, sebbene eccessiva nella sua nudità, era davvero spettacolare; Virginia Raffaele, il cui stacco di coscia nulla invidia alla fotomodella, ha un cervello semplicemente pauroso ed ognuno dei suoi travestimenti è un manuale di teatro, di mimo e di comicità.

Poi varie cose, a dire il vero in numero maggiore, non ci sono piaciute. Scrivere ancora qualcosa su sir Elton Hercules John offenderebbe il nostro buongusto. Ma potremmo invece ricordare come Eros Ramazzotti abbia commesso una leggerezza poetica e musicale dedicando alla seconda moglie Marica il pezzo “Più bella cosa” concepito per il primo amore Michelle. «Questa cosa che porto qui è importante –  ha detto mostrando il nastro arcobaleno già ostentato da alcuni artisti nella prima e nella seconda serata del Festival – Ognuno tira su i propri figli a modo suo: la cosa fondamentale è dare loro la giusta educazione, il giusto insegnamento. Bisogna crescerli dritti, altrimenti da grandi non li raddrizzi più». Poche idee ma confuse bene. E’ stata poi presente in veste di super-iper-ospite l’attrice Nicole Kidman, sulla quale ci siamo già soffermati negli scorsi giorni: la cosa più interessante registrata dalla stampa è un “gioco di sguardi” che sarebbe scattato con un altro eccezionale personaggio, Gabriel Garko, proditoriamente presente sul palco in tutte e cinque le serate. Sanremo è Sanremo, tutto qua.