C’era grande attesa da parte di quella mano invisibile che tutto sa e tutto aggiusta che risponde al nome di Mercato per l’audizione trimestrale di Mario Draghi al Parlamento europeo. Davanti al Comitato affari economici e monetari il presidente della BCE ha risposto con la solita sicumera alle domande di un nutrito stuolo di parlamentari preoccupati dalla volatilità mostrata dalle borse europee negli ultimi mesi. Al centro del dibattito la questione del bail in, anzi, del “salvataggio interno” (Accademia della Crusca docet), e le ormai annose questioni della ripresa che stenta e dell’inflazione che non c’è.

Le risposte di Draghi, come prevedibile, hanno mostrato coerenza con l’incoerente disegno economico dell’uomo al timone dell’economia dell’eurozona. Un attacco non troppo celato è arrivato dal deputato vallone Sander Loones, che ha accusato la politica monetaria “accomodante” della BCE (il QE in sostanza) di non funzionare e ha chiesto lumi su un eventuale acquisto di NPL (non perfoming loans, crediti deteriorati) di banche italiane da parte dell’istituto europeo, mettendo in dubbio l’imparzialità di Draghi. Forse a Loones sfugge quale sia l’immagine pubblica del governatore in Italia, perlomeno presso gli ambienti anti euro. In ogni caso la risposta è arrivata piccata e lascia poche speranze ai banchieri nostrani. Nessuna possibilità di deroga dai meccanismi del bail in, che anzi rappresentano un “cambiamento per il meglio, poiché tutelano i tax-payers”, salvo particolari necessità dovute a rischio sistemico. La valutazione della sistematicità del rischio, ovviamente, spetterà alla Commissione europea, come ribadito dallo stesso Draghi, che troppo conciliante con l’Italia non si è mai mostrata, almeno dai tempi dell’accordo Andreatta-Van Miert che dettò l’agenda delle privatizzazioni obbligatorie al Governo italiano. Sulla pressoché totale nocività del processo di svendita, senza alcuna politica industriale accessoria, del patrimonio di aziende pubbliche nel corso degli anni ’90 restano ormai pochi dubbi. Uno dei protagonisti di quella sciagurata stagione politica fu lo stesso Draghi, Direttore generale del Tesoro, giusto per sciogliere eventuali dubbi su presunti favoritismi al deputato belga. Un riferimento diretto al caso Deutsche Bank, parlando di rischi sistemici, non è stato fatto ma è apparso evidente. In ogni caso per i risparmiatori di Banca Etruria e consorelle nessuna speranza.

Sul sistema bancario, e soprattutto sulla sua stabilità, Draghi si è dilungato volentieri, incolpando prevalentemente i Paesi emergenti e il mercato delle materie prime (petrolio in testa) come cause principali della situazione economica e in particolare della bassa inflazione. Ha dichiarato che le banche europee sono poco esposte nel settore, che hanno ridotto la leva finanziaria, che non sarà necessario un Basilea 4, cioè un aumento di capitale, perché la resilienza del sistema è notevole. Di nuovo, la situazione italiana non pare affatto così sicura, e il famoso Mercato se n’è accorto e un po’ sull’onda del sentiment(che Draghi ha cercato di rassicurare con la solita flemma), un po’ a causa dei fondamentali, in borsa i titoli bancari nostrani sono colati a picco. Resta il grande dubbio del perché la costruzione europea debba sempre avvenire secondo criteri illogici. Il salvataggio interno può anche essere un’idea accettabile, forse addirittura buona se si fa finta di ignorare che nella quasi totalità dei casi il contribuente è anche il risparmiatore, quindi viene toccato comunque da un fallimento bancario. Quello che non si capisce è perché il fondo di garanzia europeo non sia stato istituito prima dell’entrata in vigore del bail in, e perché al momento dei grandi salvataggi bancari post-2008 l’Italia non abbia fatto nulla, trovandosi ora in una situazione decisamente scomoda. Ma se nessuno chiede, Draghi non risponde.

Il punto più interessante comunque è stato quello riguardante il problema della crescita ed un eventuale potenziamento del QE. Intanto Draghi, sempre in risposta a Loones, si è arrogato il merito di “metà della crescita dell’eurozona negli ultimi due anni”, imputabile al Quantitative Easing, espressione materiale di quel famoso “whatever it takes” rivolto al sentiment dei mercati. Evidentemente un po’ di economia keynesiana il governatore deve averla studiata, visto che l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale ne è uno dei pilastri fondamentali. Forse ne ha studiata anche un pochino di più, visto che ha affermato “la necessità di investimenti pubblici per favorire il contesto infrastrutturale nel quale le aziende si trovano a muoversi”. Poi è uscita l’anima liberista “servono meno tasse per favorire la crescita”. Il tutto, chiaramente, “nel rispetto del Patto di Stabilità”. Forse quello che non ha studiato Draghi è stata la logica. Come si fa a ridurre le tasse, aumentare gli investimenti pubblici (cioè la spesa) rispettando il Patto di Stabilità (cioè non facendo deficit)? Non si fa, è infatti lo stesso Draghi ha detto che questo sarebbe lo stimolo necessario, oltre a quello che a lui compete del QE, per “i Paesi che hanno i margini di bilancio per farlo”. E gli altri? No, sicuramente il signor Draghi non sta facendo gli interessi italiani, l’Onorevole Loones può dormire sonni tranquilli.