di Emanuele Mastrangelo

Nell’incontro del 12 giugno scorso per la presentazione di “Italia Populista” Marco Tarchi ha spiegato bene come i movimenti populisti seppur aspirando idealmente all’unanimismo, puntano concretamente all’elettorato degli indecisi e degli astenuti per raggiungere l’auspicata maggioranza e vincere le elezioni. Eppure, nonostante il parziale cambio di marea politico degli ultimi ballottaggi, la tendenza generale è a una sempre maggiore disaffezione dalle urne. Per quanto retorico, è vero che l’unico vincitore delle ultime elezioni locali in Italia è stata l’astensione. Ci sono però degli elementi che fanno pensare che questo crollo nell’affluenza non sia solo un andamento spontaneo, ma abbia qualcosa di spintaneo. Non foss’altro – a pensar male… – nella scelta del 31 maggio per il primo turno delle elezioni, in pieno ponte del 2 Giugno, ma anche in una serie di dichiarazioni di politici, a partire da Matteo Renzi, che più di una volta ha minimizzato la disaffezione degli italiani, popolo fazioso e amante delle contese, per la contesa faziosa per eccellenza, quella elettorale.

La realtà è che il PD, subentrato in tutto e per tutto in quei ruoli che prima erano occupati da PCI e DC nella gestione del consenso con il do ut des, si è creato uno zoccolo duro di clientes che gli garantiranno sempre il minimo sindacale di voti (e questo spiega anche l’avanzata del PD al sud, dove il tasso di preferenze espresse in scheda è molte volte superiore che al nord). Ma, per una banale questione di numeri, un 20% di preferenze (sull’intero elettorato) se a votare va l’80% degli aventi diritto si riduce a uno scarno 16%, ma se si spinge metà dell’elettorato ad andarsene al mare, magicamente, in proporzione la percentuale dei voti raddoppia. Ne consegue dunque che un partito che gode di forti rendite di posizione grazie al radicamento territorial-clientelare e a quello ideologico, ossia con voti guadagnati con clientelismo, elettori trinariciuti e partigiani da tastiera chiamati a raccolta sventolando la bandiera del “pericolo” di turno per la democrazia, ha tutto l’interesse affinché il minor numero possibile di cittadini, a parte i propri elettori fidati, vadano alle urne.

Questo è tanto più vero quanto si consideri che il PD al momento non ha un vero nemico che può realisticamente scalzarlo dal potere: tanto il M5S quanto la Lega di Salvini sono attestati a percentuali non temibili. Ovviamente sempre che non riescano a crescere. Va considerato trascurabile l’esodo di votanti da un partito all’altro, il vero travaso avviene infatti dai contenitori politici a quello del non-voto. Tutti i partiti (ad eccezione della Lega) nell’ultima tornata hanno contribuito a ingrossare le fila di chi ha disertato le urne. Dunque, l’obbiettivo di chi gode di una rendita di posizione e di uno zoccolo duro di elettori è quello che chi è uscito dalla contesa elettorale non vi rientri mai più. Se i movimenti populisti non riescono a mobilitare l’elettorato degli astenuti e delle schede bianche, ogni speranza per loro di scalzare il PD dal centro del potere è velleitaria.

In quest’ottica, il governo mediocre è uno strumento politico formidabile. Le risorse vengono spese male, creando frustrazione nella massa dei cittadini più sensibile ai valori civici, ma consentendo di disporre sempre di un budget col quale ungere il giro di amici, clienti, simpatizzanti, opinion maker e galoppini che andranno a fornire il voto di scambio che costituisce lo zoccolo duro. Inoltre la frustrazione diventa funzionale a prevenire il rientro nel mercato elettorale dei cittadini illusi una volta di troppo. La delusione spinge verso il “tanto sono tutti uguali” che è il motto del qualunquista che ha stracciato la tessera elettorale.

È a lui che i movimenti populisti guardano, ed è lui che chi occupa il potere deve deludere, disilludere, frustrare, disincentivare, spingere al disimpegno con ogni mezzo. Una strategia che ho già definito altrove di “avvelenamento dei pozzi” della politica. Come i predoni del passato, il partito che occupa il potere dopo aver fatto razzia di voti con compravendite più o meno lecite ha tutto l’interesse a bruciare ciò che resta, in maniera che chi arrivi secondo non trovi che cenere e pozzi avvelenati. Sono innumerevoli le tattiche con cui questa strategia si concretizza: una su tutte è quella della galvanizzazione del volontariato, istigato a cercare “dal basso” soluzioni ai problemi di piccola mala-amministrazione del territorio, fomentato a dichiarare la propria “apoliticità” quando non orgogliosa estraneità alle logiche partitiche proprio nel nome del qualunquismo (un qualunquismo tuttavia attivo e operante) e che invece nel medio-lungo periodo diventa una palestra di qualunquismo apatico e depresso, ogni qual volta gli sforzi fatti per migliorare il viver civile vengono sistematicamente frustrati dalla mala gestio della politica. Si pensi, per esempio, ai gruppi “retake”, nati per “riprendersi” le città degradate, il cui lavoro sul decoro urbano è una fatica di Sisifo destinata a essere vanificata dal vandalismo e dall’incuria permesse dalle amministrazioni pubbliche nel giro di pochi giorni. Quanto contribuirà la rabbia, la delusione e la frustrazione di questi volenterosi a-politici a spingerli al qualunquismo apatico e dunque a disertare le urne?

Uno dei peggiori vizi degli italiani è riassumibile nella frase “ma chi te lo fa fare?”. Una frase che ammazza ogni virtù civica basata sull’abnegazione e sullo spirito di servizio. Per due secoli, dalla fine del Settecento fino agli anni Ottanta del Novecento, la lotta degli italiani contro il loro peggior vizio ha coinciso con gli alti e bassi della storia nazionale. Ogni volta che gli italiani hanno vinto contro questo vizio, hanno fatto cose grandi. Ogni volta che il vizio l’ha spuntata, è stato un Otto Settembre grande o piccolo. Dunque, se per ipotesi esistesse qualcuno che volesse distruggere l’Italia come nazione, poiché ogni nazione si basa sulle virtù civiche, non dovrebbe far altro che incentivare in ogni maniera l’attitudine al “ma chi te lo fa fare?” premiando i fancazzisti e i qualunquisti e osteggiando, frustrando e irridendo chi invece si impegna.

Finché però a sostenere questa malvagia campagna di distruzione della nazione italiana sono gli stranieri, pensiamo agli asburgici (ma non solo) è nelle cose. Quando però si deve constatare che esiste il concreto rischio che più o meno volontariamente è un’intera classe politica italiana a volere più o meno coscientemente che i cittadini italiani si disimpegnino, abbandonino la politica e si “occupino solo di cazzi propri”, allora c’è seriamente da temere che la malattia dell’organismo nazionale italiano sia gravissima, se non terminale.